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lunedì 4 marzo 2019

Sofonisba Anguissola, la signora del Rinascimento


I primi riferimenti d’artisti donne si devono, probabilmente, a Plinio il Vecchio che riportò il nome d’alcune pittrici greche, tra cui Kalypso e Timarete. 
L’elemento femminile nel mondo dell’arte è sempre esistito, ma è di difficile documentazione, almeno sino al XVI secolo.  Il Rinascimento comportò un cambiamento che permise alle donne fornite di talento di uscire dall'anonimato. Una di queste donne fu Sofonisba Anguissola la cui fama, malgrado rappresentò l’Italia rinascimentale al femminile, non fu pari a quella d’Artemisia Gentileschi o Rosalba Carriera. 


Nata dalla nobile famiglia piacentina degli Anguissola, Sofonisba Anguissola fu una delle prime esponenti femminili della pittura europea. Era la prima dei sette figli d’Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni, entrambi di famiglia nobiliare. Quattro delle sorelle di Sofonisba, Elena, Lucia, Europa e Anna Maria divennero anch'esse pittrici. Elena, in seguito, abbandonò la carriera artistica per diventare una suora domenicana. La quinta sorella, Minerva, fu insegnante di latino e scrittrice, mentre l'unico fratello, Asdrubale, studiò latino e diventò musicista. Si formò alla scuola del pittore lombardo Bernardino Campi, che, pur non appartenendo alla nota famiglia di pittori cremonesi comprendente i più celebri Vincenzo, Giulio e Antonio Campi, aveva uno stile che si rifaceva agli esponenti di spicco dell'arte manierista in voga nell'Italia settentrionale tra Cinquecento e Seicento. Lo stile di Bernardino influenzò notevolmente Sofonisba, che ne tradusse i tratti essenziali nell'ambito prediletto: quello della ritrattistica. Sofonisba Anguissola partecipò come figura di spicco alla vita artistica delle corti italiane, data anche la sua competenza letteraria e musicale, ed ebbe una fitta corrispondenza con i più famosi artisti del suo tempo. Fu citata anche nelle Vite di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti che sosteneva che la giovane fanciulla avesse talento. Fu il padre di Sofonisba a scrivere a Michelangelo e a mandargli i disegni della figlia. 


Fra quei disegni c'era anche un Fanciullo morso da un gambero, nel quale la giovane artista cremonese, allora poco più che ventenne, aveva colto l'espressione del dolore infantile con un'invenzione che piacque molto al grande artista fiorentino. Da una lettera, scritta da Tommaso Cavalieri a Cosimo I de’ Medici, il 20 gennaio 1562 sappiamo che Fanciullo morso da un gambero fu realizzato su suggerimento di Michelangelo, cui era stato inviato in visione, e che rappresentava Asdrubale, fratellino di Sofonisba. Quella smorfia di dolore fermata da Sofonisba si ritrova nel Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio. Tra le tante ipotesi volte a chiarire come Caravaggio conoscesse questo disegno, la più plausibile è quell'avanzata da Rossella Vodret Adamo, secondo cui Caravaggio potrebbe aver visto una copia del disegno in questione nella bottega del Cavaliere d'Arpino. Nel 1559 Sofonisba approdò alla corte di Filippo II di Spagna, come dama di corte della regina, Elisabetta. Fu la ritrattista della famiglia reale fino alla morte, nel 1568, della sua protettrice. 


Un ritratto d’Elisabetta di Valois, conservato al Museo del Prado, è attribuito a Sofonisba. Elisabetta di Valois si presenta in questo dipinto nello splendore della sua giovanissima età e irradia forza e sicurezza. L'abito nero e lungo fino ai piedi, dalle maniche larghissime, fermate sul polso da un gioiello, è illuminato sul davanti da un delicato ricamo di perle che sembrano comporre i gigli di Francia, sua patria d’origine. Una cintura in oro e pietre preziose le cinge la vita e una collana di analogo disegno le pende al collo. Gli abiti ufficiali erano spesso di colore nero. Sia quelli femminili che quelli del re, ossessionato dall'idea dell'austerità, portano un'importante testimonianza sul modo di vestire alla corte. Nel 1573 sposò il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì in Sicilia nel palazzo dei Moncada a Paternò, dove dipinse e lasciò la tela Madonna dell'Itria. 


Un atto datato 25 giugno 1579, attesta la donazione del quadro ai Frati Francescani Conventuali di Paternò. Con la morte del marito, avvenuta nel 1578 in mare durante una visita alla corte spagnola, Sofonisba lasciò l'isola per raggiungere la Liguria. Fermatasi provvisoriamente a Livorno, la pittrice lombarda conobbe e sposò, in seconde nozze, il nobile genovese Orazio Lomellini a Pisa nel 1579. Intorno al 1580 incontrò il giovane pittore Pier Francesco Piola che spinse ad assumere come proprio modello di stile i pittori genovesi Luca Cambiaso e Bernardo Castello. Tornata nel 1615 con il nuovo marito a Palermo, dove egli aveva numerosi interessi, Sofonisba continuò a dipingere nonostante un forte calo della vista, ma, purtroppo, alla lunga questo problema le impedì di continuare a esercitare la sua arte, non prima però di aver raggiunto una grandissima fama, tanto che il celebre Antoon van Dyck, succedutole come ritrattista ufficiale della corte spagnola, confessò tutta la sua ammirazione per l'arte di Sofonisba Anguissola, che incontrò personalmente verso la fine della vita della pittrice, nel 1624 a Palermo, presso la corte del viceré di Sicilia Emanuele Filiberto di Savoia. Nell’occasione del loro incontro, Van Dyck eseguì un disegno della pittrice, oggi al British Museum di Londra, raccontando tutta l’ammirazione per Sofonisba con le seguenti parole: “Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri”. Sofonisba Anguissola morì l'anno dopo, il 16 novembre 1625, e fu sepolta nella chiesa palermitana di San Giorgio dei Genovesi, chiesa appartenente alla Nazione Genovese di Palermo, dove ancora oggi si trova la lapide del sacello, nella navata destra. 


Nella sua lunghissima carriera Sofonisba non fu mai pagata in contanti, ma esclusivamente con doni. Sono, invece, documentati i pagamenti ricevuti per suo conto dal padre Amilcare e dal fratello Asdrubale. 

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia

Giovanna Motta, La Moda contiene la Storia e ce la racconta puntualmente, Edizioni Nuova Cultura, 2015 

Millo Borghini, Sofonisba. Una vita per la pittura e la libertà Edizione Spirali, 2006 

Daniela Pizzagalli, La signora della pittura. Vita di Sofonisba Anguissola, gentildonna e artista nel Rinascimento, Rizzoli, Milano 2003


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

giovedì 9 agosto 2018

Yayoi Kusama



nasce a Matsumoto nel 1929. Studia la pittura Nihonga, uno stile di grande rigore formale. Nel 1958 si trasferisce a New York, attirata dal potenziale sperimentale della scena artistica dell'epoca. Nel 1959 crea i suoi primi lavori della serie Infinity Net, delle grandi tele lunghe quasi una decina di metri. Negli anni '60 si dedica all'elaborazione di nuove opere d'arte, per esempio Accumulatium o Sex Obsession. A partire dal 1966 Kusama realizza numerose performance provocatorie e osé, dipingendo con dei pois i corpi dei partecipanti o facendoli “entrare” nelle sue opere. Ritorna in Giappone nel 1973, dove inizia a scrivere poesie e romanzi surreali. Recentemente l'artista continua a rappresentare l'infinito attraverso sculture a tutto tondo e sale accessibili ai visitatori. Nel 1993 produce per la Biennale di Venezia un'abbagliante sala degli specchi con inserite delle zucche, che diventano un suo alter ego. Da questo momento Kusama inventa altre opere su commissione, per lo più fiori giganti o piante colorate. Le sue opere sono esposte in vari musei importanti a livello mondiale in mostre permanenti, come per esempio il Museum of Modern Art di New York, Walker Art Center nel Minneapolis, al Tate Modern a Londra e al National Museum of Modern Art di Tokyo. Si fa conoscere dal grande pubblico per la collaborazione con Peter Gabriel nel video "Love Town" (1994), in cui tutte le sue ossessioni - pois, reticolati, cibo e sesso - finiscono nel mondo ipertrofico della canzone dell'ex Genesis. Ed un'altra occasione per aumentare la sua notorietà, l'ha avuta nel 2012 grazie a Marc Jacobs, direttore artistico Louis Vuitton, con il quale ha svolto una delle più grandi collaborazioni artistiche per la maison francese. Sono stati realizzati numerosi capi d'abbigliamento che riportano gli ossessivi pois, molto grandi e colorati. È stata realizzata anche una linea di borse Louis Vuitton, dove sono stati ripresi i modelli più iconici in cui la classica tela Monogram è stata sostituita con la ben più prestigiosa pelle Monogram Vernis Dots Infinity. Invece altre borse hanno subito un restyling più fantasioso dove i manici, la parte superiore ed il fondo sono stati realizzati in pelle verniciata Dots Infinity, mentre la parte centrale è in nylon Monogram. Insieme alle borse sono stati realizzati articoli di piccola pelletteria, quali portafogli, pochettes, portamonete che oltre ai pois riportano le zucche ed i nervi biomorfici, altri elementi caratteristici dell'arte di Kusama. Sono stati lanciati anche bracciali modello bangle, scarpe decolleté e ballerine, nonché teli mare, parei, e foulard. Dal 1977 la Kusama vive nell'ospedale psichiatrico Seiwa, in Giappone, per scelta personale. Dipinge quasi quotidianamente nello studio a Shinjuku.

fonte: Wikipedia

sabato 7 aprile 2018

Frida Khalo, influencer



la dicitura della mostra dice: oltre il mito, ma non so se ci siamo andati, oltre.
di fatto si celebra il mito, niente di più.
della mostra ho amato quasi più le foto dei dipinti.
la pittura di Frida Khalo è spaventosamente autoriferita e devo dire sostanzialmente ripetitiva.
lei è l'unico soggetto al mondo, avrà avuto le sue sacrosante ragioni ma, artisticamente e creativamente, non siamo andati molto lontani. in più temo che la qualità pittorica sia piuttosto scadente. io la trovo semplicemente naif, al di là dello sbandierato surrealismo, che pure lei trovava inadatto a descriverla: "Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni."

  

le foto mi piacciono immensamente di più perchè di lei rappresentano la parte più attraente e straordinariamente moderna. potrebbe essere una blogger, una influencer.
di lei spiccano lo stile eccentrico, elegantissimo, la ricerca dattagliata di collane e monili, lo studio attento del disegno delle sopracciglia e l'uso decorativo regale dei capelli, la sottolineatura della peluria dei baffi.
era veramente un personaggio scenico straordinario, una costruzione estetica perfetta, si è promossa e propagandata attraverso i quadri, che certamente erano anche terapeutici, ma oggi pubblicherebbe post. e farebbe strage di fan.
lo fa comunque, le masse sono adoranti, ma credo che i suoi quadri siano una misera parte di lei, piuttosto la sua vita, la sua storia, le sue battaglie per la vita, quell'orco che si era scelta per marito che sfigurava pietosamente di fianco alla sua sgargiante ed eterna bellezza, la forza epica delle battaglie rivoluzionarie (il Messico allora si credeva la vera forza rivoluzionaria del mondo, ancora prima dell'Unione Sovietica), la storia d'amore con Trotskij, tutto converge a farne una diva, un vero mito.
non andrei oltre, è nata e si è molto prodigata per esserlo. 

  







fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

sabato 30 dicembre 2017

Clara Peeters


lo stupro di Artemisia


Artemisia Gentileschi nacque a Roma nel 1593, primogenita di sei figli. Il padre, Orazio, era un pittore nativo di Pisa che si era trasferito a Roma poiché la città era un grande centro artistico e l'atmosfera che si respirava era unica nel mondo. La riforma cattolica, in risposta alla controriforma luterana, riuscì a regalare alla città di Roma una spinta propulsiva nella ristrutturazione e nel restauro di moltissimi edifici sacri al cattolicesimo. La città fu invasa da pittori e artisti toscani, particolarmente da fiorentini. Non solo la città ma anche il Vaticano conobbe Firenze da vicino: nel cinquecento ben due Medicei ascesero al soglio pontificio con i nomi di Leone X e Clemente VII. La piccola Artemisia vide la luce in un contesto sociale e culturale in perenne movimento. All'età di dodici anni, nel 1605, rimase orfana di madre. In questo periodo la piccola si avvicinò al padre e alla sua arte, rimanendone affascinata e folgorata. Sviluppò un'ammirazione incondizionata per il padre e le opere prodotte dal suo pennello. Artemisia fu avviata alla professione sotto l'attenta guida di Orazio, che riuscì a valorizzare il precoce talento della figlia. 


Il padre, orgoglioso delle sue abilità, decise di allocarla sotto la guida di Agostino Tassi con cui collaborava alla realizzazione della loggetta della sala del Casino delle Muse a Palazzo Rospigliosi. Il Tassi, il padre di Artemisia doveva saperlo essendo un assiduo frequentatore della sua abitazione, era soprannominato lo smargiasso a causa del suo carattere violento e dei trascorsi burrascosi. Il pittore fu coinvolto in diverse disavventure giudiziarie poiché si riteneva fosse il mandante di diversi omicidi. Orazio Gentileschi era ammirato dall'arte del pittore Tassi, dimenticando le violenze dell'uomo Agostino. Grazie a questa venerazione, Orazio fu entusiasta quando il Tassi accettò di iniziare la giovane alla prospettiva. Gli eventi che seguirono presero una piega spiacevole. Agostino Tassi si innamorò di Artemisia, che all'epoca aveva diciotto anni, tentando di sedurla in diverse circostanze. La giovane ragazza non ricambiava i sentimenti del pittore, rifiutando sempre gli avvicinamenti dell'uomo che si trasformerà in carnefice. 


Nel maggio del 1611 avvenne l'irreparabile, dopo l'ennesimo rifiuto da parte della ragazza. Agostino Tassi, approfittando dell'assenza del padre della ragazza, stuprò Artemisia. La giovane rimase sconvolta per le violenze subite, tanto che tutta la sua futura arte sarà influenzata in modo drammatico da questo evento. La violenza carnale si consumò nell'abitazione dei Gentileschi, in via della Croce, con la compiacenza di Cosimo Quorli, furiere della camera apostolica e di una vicina di casa che era solita accudire Artemisia quando il padre non era in casa. La giovane descrisse la violenza con le seguenti parole: «Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne». Agostino Tassi, per rimediare al disonore arrecato, avanzò la promessa di sposare la ragazza. 


Il matrimonio riparatore è presente già nella Bibbia, nel Deuteronomio 22, 23-29: «quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, giace con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché, essendo in città, non ha gridato, e l'uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così estirperai il male in mezzo a te. Ma se l'uomo trova per i campi la fanciulla fidanzata e facendole violenza giace con lei, allora dovrà morire solo l'uomo che è giaciuto con lei, ma non farai nulla alla fanciulla. Nella fanciulla non c'è colpa degna di morte: come quando un uomo assale il suo prossimo e l'uccide, così è in questo caso, perché egli l'ha incontrata per i campi. La giovane fidanzata ha potuto gridare, ma non c'era nessuno per venirle in aiuto. Se uno trova una fanciulla vergine che non sia fidanzata, l'afferra e giace con lei e sono colti in flagrante, l'uomo che è giaciuto con lei darà al padre di lei cinquanta sicli d'argento; ella sarà sua moglie, per il fatto che egli l'ha disonorata, e non potrà ripudiarla per tutto il tempo della sua vita». Il costume del matrimonio riparatore sopravvisse nella cultura occidentale sino a tempi molto recenti: in Italia la prima donna che si ribellò a questa consuetudine fu Franca Viola. Sino al 1981 in Italia un uomo che commetteva nei confronti di una donna stupro o violenza carnale, onde evitare il processo, poteva offrire alla ragazza il matrimonio riparatore facendo cessare ogni effetto penale e sociale del suo delitto. Artemisia cedette alle richieste di Agostino Tassi, continuando ad intrattenere rapporti intimi con lui nella speranza del matrimonio, che mai arriverà. 


Il padre, prontamente informato dalla figlia, decise di tacere nell'attesa degli eventi. Nel marzo del 1612 la famiglia Gentileschi scoprì che Agostino era coniugato, quindi impossibilitato al matrimonio. Orazio ribollì di rabbia, tanto da decidere di scrivere una petizione a papa Paolo V, dimenticando i vincoli professionali che lo legavano ad Agostino Tassi. Nella denuncia si leggeva: «una figliola dell'oratore [querelante] è stata forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più et più volte da Agostino Tasso pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, essendosi anco intromesso in questo negozio osceno Cosimo Tuorli suo furiere; intendendo olre allo sverginamento che il medesimo Cosimo furiere con sue chimere abbia cavato dalle mane della medesima zitella alcuni quadri di pitture di suo padre et in specie una Juditta di capace grandezza. Et pechè, B[eatissimo] P[adre], questo è un fatto così brutto et commesso in così grave et enorme lesione et danno del povero oratore et massime sotto fede di amicizia che del tutto si rende assassinamento». Ebbe inizio un processo durissimo e complicato per Artemisia, che fu compromesso dall'utilizzo di falsi testimoni da parte della difesa. Lo scopo era quello di minare la reputazione della famiglia Gentileschi. La ragazza, ancora profondamente colpita nell'animo, fu costretta a interminabili e ripetute visite ginecologiche durante le quali il fisico fu esposto alla morbosa curiosità dei presenti. Un notaio accertò la lacerazione subita. Non bastò. Per verificare la veridicità delle accuse, le autorità giudiziarie disposero che Artemisia Gentileschi fosse sottoposta ad un interrogatorio sotto tortura. Il supplizio scelto dai nuovi carnefici, così mi sento di definire coloro che amministravano al tempo la giustizia, fu quello dei Sibilli: consisteva nel legare i pollici a delle cordicelle che, tramite l'utilizzo di un randello, si stringevano sempre di più sino a stritolare le falangi. Artemisia avrebbe rischiato di perdere la capacità di dipingere, quindi il futuro. 


La forza di voler vedere riconosciuti i propri diritti, e le colpe del suo carnefice, fu una straordinaria prova di carattere. Sotto tortura non ritrattò nulla. Il 27 dicembre del 1612 le autorità condannarono Agostino Tassi per sverginamento. La pena consisteva in 5 anni di reclusione o, in alternativa, l'esilio perpetuo da Roma. La scelta era a discrezione del carnefice. Il pittore scelse l'allontanamento ma non abbandonerà mai Roma, coperto da amici e committenti potenti che esigevano la sua presenza in città per concludere i lavori che gli erano stati affidati. Chi pagò doppiamente fu Artemisia, violata nel fisico e nella credibilità da parte di un popolo ignorante e maschilista. Molti romani credettero ai falsi testimoni procurati dalla difesa del Tassi, creando una grandissima quantità di sonetti licenziosi con la pittrice come protagonista. Il 29 novembre del 1612, il giorno successivo all'epilogo del processo, Artemisia si sposò con un modesto pittore fiorentino, Pierantonio Stiattesi. Artemisia Gentileschi seguì lo sposo nella città sulle rive dell'Arno, per seguire l'attività del ragazzo, la propria bravura ma soprattutto per lasciarsi alle spalle una violenza che non l'abbandonerà mai.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia
Tiziana Agnati, Artemisia Gentileschi, in Art dossier, vol. 172, Giunti, 2001 

Giorgio Cricco, Francesco Di Teodoro, Il Cricco Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Dal Barocco al Postimpressionismo, Versione gialla, Bologna, Zanichelli, 2012 

Emma Bernini, Roberta Rota, Storia dell'Arte. Il Cinquecento e il Seicento, Bari, Laterza, 2001 

Marialuisa Vallino, Valeria Montaruli, Artemisia e le altre: Miti e riti di rinascita nella violenza di genere, Armando Editore, 2016 

Judith Walker Mann, Artemisia e Orazio Gentileschi, Milano, Skira, 2001

Francesco Solinas, Sono Artemisia e ardo d'amore, Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2011

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

lunedì 8 agosto 2016

Natal'ja Sergeevna Gončarova


AUTORITRATTO, 1907


DONNE CON RASTRELLO, 1907


TOSATURA DELLE PECORE, 1907


DANZA, 1910


GABRIELE ARCANGELO, 1910


PAVONE AL SOLE, 1911


CICLISTA, 1913

in russo: Наталья Сергеевна Гончарова?, traslitterato anche come Natalia (o Natalja) Sergeevna Goncharova, è stata una pittrice russa.

Nel 1898 frequentò la scuola di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca e conobbe il pittore Michail Larionov, suo futuro compagno: insieme furono i principali animatori del gruppo "Il Vello d'oro", a cui successivamente aderì anche un altro importantissimo esponente dell'avanguardismo russo: Kazimir Malevič.

Nel 1906 partecipò ad una mostra di pittori russi organizzata da Sergej Djagilev al Salon d'Automne di Parigi e rivelò il suo interesse per la pittura degli impressionisti, dei fauves e per la tradizione figurativa del suo paese.

Insieme al suo compagno organizzò a Mosca fra il 1907 e il 1913 diverse esposizioni della nuova arte quale il "Fante di quadri" includendo, oltre agli artisti russi, anche diversi esponenti della pittura francese.

La sua opera "Il Ciclista" : Il veloce avanzamento dell'uomo è reso attraverso la scomposizione dei piani cromatici e la ripetizione di marcate linee nere che riproducono sulla tela l'impressione dello spostamento simultaneo: non solo della bicicletta che corre sulla strada, ma anche quello ritmico del ciclista che con il busto asseconda la pedalata. La visione delle vie di un centro urbano si riflette nelle scritte, nei cappelli esposti in vetrine, nelle segnalazioni forse ferroviarie, in una mano con l'indice puntato, forse parte di un manifesto pubblicitario, nel pavimento della strada dissestato e nelle grate tutti colti in una ininterrotta sovrapposizione. Le impressioni di questi elementi sono catturate come da una moderna macchina cinematografica in rapida sequenza. Le immagini sono attraversate da raggi di luce che si proiettano in ogni direzione, connotando la composizione di una tensione ulteriore.

Dal 1909 al 1911 si dedicò alla pittura sacra manifestando il suo grande interesse per le icone russe della tradizione religiosa, ma successivamente, adottando i nuovi principi del futurismo ed allontanandosi dalle nuove esperienze artistiche francesi, diventò un'esponente di spicco del raggismo. Con Larionov, nel 1913, anno della pubblicazione del manifesto raggista, organizzò a Mosca l'esposizione "Il Bersaglio", aperta ai soli artisti russi.

Nel 1914 si trasferì definitivamente a Parigi con il compagno Michail Larionov e l'anno successivo espose le sue opere alla mostra L'Art décoratif théâtral moderne presso la galleria Sauvage. A Monaco di Baviera, nel 1926, espose alla seconda mostra del Blaue Reiter e successivamente allo Erster Deutscher Herbstsalon del Der Sturm di Berlino. Collaborò fino alla morte dell'impresario Djagilev, avvenuta a Venezia nel 1929, al disegno dei costumi ed alle scenografie dei Balletti Russi.

L'artista dedicherà tutto il resto della vita, senza abbandonare mai completamente la pittura, alla decorazione teatrale ed all'illustrazione di libri. Esporrà, spesso con Larionov, suo marito dal 1955, oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti e in Giappone.

fonte: Wikipedia

sabato 26 dicembre 2015

Angelica Kauffman



Maria Anna Catharina Angelika Kauffmann, nota più semplicemente come Angelica Kauffman, è stata una pittrice svizzera, specializzata nella ritrattistica e nei soggetti storici.

Il padre di Angelica, Joseph Johann Kauffmann, ebbe una significativa incidenza sulla poliedrica personalità della figlia

La formazione italiana

Kauffman nacque il 30 settembre 1741 a Coira, nel cantone dei Grigioni, in Svizzera; tuttavia, trascorse la propria infanzia in Austria, nella cittadina di Schwarzenberg, la terra dei suoi avi. Il padre, Joseph Johann Kauffmann, pur essendo di umile levatura, era un pittore talentuoso: fu proprio lui, infatti, a trasmetterle l'amore per il disegno. L'influenza genitoriale fu determinante per il carattere di Angelica: dal padre ricevette la formazione artistica, mentre la madre, Cleofe Lutz, sviluppò le sue abilità nelle lingue, nella letteratura, nella musica e nel canto. I rudimenti per la pittura, passione prediletta dalla ragazza, vennero appresi attraverso la copia di gessi e di stampe, delle quali disponeva una vastissima collezione. Nel 1753 eseguì la sua prima opera: si tratta di un Autoritratto, dipinto a Morbegno in Valtellina, dove visse prima di trasferirsi a Como. È proprio qui, tra l'altro, che le venne commissionata la prima opera, un ritratto del vescovo locale A. M. Nevroni (andato perso).

Nel 1754, il padre decise di portare con sé la giovane figlia a Milano, dove dipinse fino alla morte della madre, avvenuta nel 1757. A causa di questa tragica circostanza, Angelica e il padre fecero ritorno a Schwarzenberg, dove ritornarono davanti al cavalletto, al servizio della nobiltà tedesca; sono da datarsi proprio in questo periodo l'Autoritratto in costume tipico del Bregenzerwald, oggi custodito nella Galleria degli Uffizi, e una serie di medaglioni affrescati con teste degli apostoli, eseguita basandosi sulle calcografie di Giovanni Battista Piazzetta.

Il padre, quindi, decise di riproporre un viaggio di formazione artistica in Italia. Fu proprio nel Bel Paese che Angelica ebbe modo di coltivare più intensamente le proprie doti pittoriche, attraverso lo studio delle opere del Correggio, di Guido Reni, dei Carracci, del Domenichino e del Guercino. A Firenze, nel 1762, eseguì la copia di prestigiosi dipinti della Galleria Ducale; per quanto riguarda l'ambito accademico, ottenne il diploma dell'Accademia di belle arti di Firenze e l'investitura a «membro d'onore» all'Accademia Clementina a Bologna. Negli anni 1763-65 visita Roma e Napoli, dove studiò le collezioni del museo di Capodimonte. Nonostante l'insistenza della regina Maria Carolina d'Asburgo-Lorena a farla diventare pittrice di corte, Angelica restò poco a Napoli, tanto che terminò il Ritratto della famiglia di Ferdinando IV a Roma. Proprio in questi anni, tra l'altro, conobbe illustri personaggi: frequentò molti artisti inglesi, fra cui Gavin Hamilton e Benjamin West, ma toccò per mano anche la pittura danese con Anton Raphael Mengs e quella italiana con Giovanni Battista Casanova, Giambattista Piranesi e Pompeo Batoni.

In questa sua parentesi italiana, Kauffman raggiunse uno straordinario successo nella ritrattistica; ne scrisse Winckelmann, in una lettera che mandò all'amico Franke nell'agosto 1764:

« La giovinetta di cui parlo è nata a Coira, ma fu condotta per tempo in Italia da suo padre, che è pure pittore; parla assai bene l’italiano e il tedesco ... Parla inoltre correntemente il francese e l’inglese ... Si può chiamare bella e gareggia nel canto con le nostre migliori virtuose. Il suo nome è Angelica Kauffmann »

Ciononostante, Kauffman mostrò sin da subito un insolito interesse verso la raffigurazione di soggetti storici: a tal scopo, si servì anche delle varie sculture e nudi che disponeva, grazie all'amicizia con il Batoni. La sua prima pittura storica si data proprio nel 1763, anno in cui realizza il Nudo virile. Il Nudo fu solo il primo di una lunga serie, composta da opere prestigiose come Penelope al telaio e Bacco e Arianna, dove l'artista sintetizza sapientemente il neoclassicismo con il classicismo seicentesco, di cui Reni era il maggiore rappresentante. Altre opere di questo periodo sono La Speranza (donata come pièce de réception all'Accademia di San Luca nel 1765), Veturia e Volumnia e Criseide riunita al padre Crise e Coriolano.

Il soggiorno in Inghilterra

« La virtuosissima Angelica Kaufmann, ornamento del suol di Albione ... »

(Domenico Martuscelli)

Angelica e Goethe

Quando Goethe, nel suo Viaggio in Italia, arrivò a Roma nell'ottobre del 1786, rimase sedotto dalla personalità di Angelica; si trattava della «miglior conoscenza» fatta a Roma.

« Guardar quadri con lei è assai piacevole; tanto educato è il suo occhio ed estese le sue cognizioni di tecnica pittorica »

(Goethe)

Tuttavia, mentre il poeta tedesco preferì non impegnarsi, lasciandosi trascinare in amori più frivoli e mondani, la Kauffman rimase estasiata dall'incontro. Si trattò di una forma di amicizia, se non di amore, molto intensa, sublimata, tanto che quando Goethe lasciò Roma la pittrice cadde in depressione.

« Il suo commiato mi ha trafitto l’anima. Il giorno della sua partenza è stato tra i giorni più tristi della mia vita »

(Angelica Kauffman)

Angelica rimase molto legata al poeta, tanto che (sperando in un suo ritorno nell'Urbe) gli scrisse una lettera, che però non ricevette mai risposta.
Nel soggiorno veneziano Kauffman strinse amicizia con la moglie dell'ambasciatore inglese John Murray: lady B. Wentworth. Quest'ultima invitò l'artista a seguirla a Londra - cosa che Angelica effettivamente fece nel giugno del 1766, passando per Parigi, dove poté ammirare il Palais du Luxembourg, ornato dalle opere di Rubens. L'artista trovò terreno fertile nella capitale inglese, dove già era conosciuta per un ritratto di David Garrick mandato alla Free Society nel 1764; di conseguenza numerosissimi furono i committenti, a partire da Augusta Sofia di Hannover, John e Georgiana Spencer e Joshua Reynolds. Fu proprio con Reynolds, tra l'altro, che Kauffman coltivò l'interesse (condiviso tra i due) per la pittura di storia; non a caso, fu con Mary Moser l'unica fondatrice di sesso femminile (fra 34 membri) della Royal Academy of Arts.

Nella fertile vita culturale di Londra, non mancarono di certo le occasioni mondane, con le quali si iniziò a tessere la visione romanzesca sulla vita di Kauffman. Quest'ultima, infatti, fu protagonista di numerosi pettegolezzi sulla relazione che ebbe dapprima con Füssli, quindi con Reynolds stesso. Dopo l'arrivo del padre scelse di sposare il conte svedese Frederick de Horn, che però dimostrò subito la propria natura da impostore fuggendo con tutti i loro risparmi. Kauffman fu libera dal vincolo di matrimonio solo il 10 febbraio 1780, quando la Chiesa Anglicana dichiarò il matrimonio invalido.

Il ritorno in Italia e la morte

Il secondo marito non tardò ad arrivare: si trattava di una vecchia conoscenza del padre, il pittore veneziano Antonio Zucchi, cui Angelica concesse la mano il 14 luglio 1781. Sempre nello stesso anno, vi furono altri cambiamenti: i coniugi lasciarono Londra alla volta di Venezia (preceduta da una sosta nelle Fiandre), mentre nell'inverno morì il padre Joseph. Il soggiorno lagunare fu breve, considerando che già due mesi dopo la morte di Joseph si stavano recando a Roma («emporio del Bello e tempio del vero gusto» secondo una definizione del contemporaneo Ennio Quirino Visconti), dove avevano una proprietà a via Sistina.

La dimora capitolina, baricentrica rispetto al centro storico, corrispondeva ai desideri di Angelica di avere un tenore altoborghese, e fu proprio qui che fondò il proprio atelier, che divenne presto un'istituzione per i viaggiatori del Grand Tour che passavano per l'Urbe. Fra questi, si annovera Johann Wolfgang von Goethe, con cui Kauffman strinse un solido rapporto di amicizia (se non di amore: si veda la nota integrativa «Angelica e Goethe»), che si tradusse nella realizzazione del suo ritratto, datato 1787 (oggi custodito nel Goethe-Nationalmuseum di Weimar).

Malgrado il flebile mercato artistico di Roma, la Kauffman continuò a produrre, mantenendosi intelligentemente in contatto con la clientela inglese e avendo importanti mecenati nei cortigiani europei più prestigiosi. Fu proprio in questo periodo che Angelica produsse le sue opere migliori, che spaziarono dalla ritrattistica alla pittura religiosa, che raggiunse l'apice nell'affrescamento della cappella del santuario di Loreto.

Il marito Antonio morì il 26 dicembre 1795. Nonostante la perdita, che fu superata anche grazie alla vicinanza del cugino (successivo custode delle tele della pittrice), Angelica continuò a dipingere. Degna di è sono l'Incoronazione della Vergine, realizzata per la parrocchia di Schwarzenberg; le sue opere migliori, tra l'altro, vennero addirittura rilegate in un volume da Giuseppe Vallardi, venduto poi al Victoria and Albert Museum di Londra.

Angelika Kauffman morì il 5 novembre 1807, a causa di un dolore al petto che fu costretta a patire per molto tempo, forse causato dai veleni della tavolozza che inalò per più di sessanta anni (tanto durò la sua vita da pittrice). Fu sepolta accanto al marito nella basilica romana di Sant'Andrea delle Fratte, pianta sinceramente dai suoi contemporanei: Antonio Canova, i Direttori dell'Accademia di Francia e di San Luca. Nell'epitaffio volle espressamente scritto che lei stessa, benché avesse avuto diritto alla sepoltura al Pantheon, aveva imposto di essere sepolta lì, per poter «abitare anche dopo la morte» accanto all'uomo con cui aveva goduto di tanto accordo. Un suo busto fu comunque collocato nel Pantheon l'anno successivo.

Retaggio

Le opere di Angelica Kauffman hanno conservato la reputazione che ebbero quando l'artista era ancora in vita. I suoi dipinti sono tuttora visibili in numerosissimi musei di prestigio, come Hampton Court e la National Portrait Gallery a Londra, negli Uffizi fiorentini, nell'Ermitage di San Pietroburgo e nell'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, ma anche a Parigi, Dresda, Tallinn e Graz.

Kauffman era molto nota anche per le numerose incisioni, privilegiate dai collezionisti. Tra l'altro, l'artista inglese Charles Willson Peale (1741–1827), che era solito dare il nome di artisti famosi ai propri figli, battezzò una delle sue figlie in onore alla pittrice di Coira, chiamandola Angelica Kauffman Peale.

Una biografia della Kauffman venne pubblicata nel 1810, tre anni dopo la sua morte, dall'editore italiano Giovanni Gherardo De Rossi.

fonte: Wikipedia

domenica 20 dicembre 2015

Georgia O'Keeffe



è stata una pittrice statunitense. La sua attività artistica è associabile al precisionismo.

Georgia O'Keeffe nacque nel 1887 in una fattoria vicino a Sun Prairie, nel Wisconsin. Nel 1905 frequentò la School of the Art Institute di Chicago e nel 1907 l'Art Students League a New York.

Nel 1908, nella galleria newyorchese del fotografo Alfred Stieglitz, suo futuro marito, poté ammirare gli acquerelli di Rodin, dai quali fu profondamente colpita.

In quegli anni Stieglitz organizzò diverse mostre di O'Keeffe, facendola conoscere agli ambienti dell'avanguardia newyorchese, tra cui molti modernisti americani amici di Stieglitz, come Charles Demuth, Arthur Garfield Dove, Marsden Hartley, John Marin, Paul Strand ed Edward Steichen.

Le sue creazioni degli anni dieci sono caratterizzate da un astrattismo lirico creato da armoniose linee, figure e colori; queste opere, principalmente serie di illustrazioni a carboncino e acquerelli, sono fra le più innovative di tutta l'arte statunitense del periodo.

Negli anni venti abbandonò la tecnica dell'acquerello per realizzare pitture a olio di grande formato con forme naturali e architettoniche in primo piano ispirate agli edifici di New York, come viste tramite una lente d'ingrandimento. Queste opere contribuirono al suo successo, tanto che alla metà degli anni Venti era considerata una delle artiste più importanti d'America.

Nel 1924, O'Keeffe e Stieglitz si sposarono.

A partire dal 1929 passò diversi mesi dell'anno nel Nuovo Messico, dipingendo alcune delle sue creazioni più famose in cui sintetizza l'astrazione con la rappresentazione di fiori e paesaggi tipici della zona, per lo più colline desertiche disseminate di rocce, conchiglie e ossa animali. I contorni sono increspati, con sottili transizioni tonali di colori che variano fino a trasformare il soggetto in potenti immagini astratte, talvolta trasfigurate in senso erotico.

Negli anni trenta e Quaranta O'Keeffe ricevette commissioni e lauree honoris causa da numerose università.

Nel 1946 morì suo marito e nel 1949 O'Keeffe si trasferì permanentemente nel Nuovo Messico.

Durante gli anni cinquanta produsse una serie di pitture con forme architettoniche ispirate alla sua casa nel Nuovo Messico e una vasta serie di pitture di nuvole come viste dai finestrini di un aeroplano.

Agli inizi degli anni settanta fu colpita da una malattia alla vista, che la costrinse col tempo a ridurre il lavoro.

Il 10 gennaio 1977 il Presidente Gerald Ford l'ha insignita della prestigiosa onorificenza statunitense, la Medaglia presidenziale della libertà.

È morta nel 1986, all'età di 98 anni.

Filmografia

Nel 2009 è stato realizzato il film biografico Georgia O'Keeffe, interpretato da Joan Allen e Jeremy Irons.

L'artista ed il museo a lei intitolato a Santa Fe (Nuovo Messico) sono citati nel nono episodio della seconda stagione e nell'undicesimo della terza stagione di Breaking Bad.

fonte: Wikipedia