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giovedì 4 maggio 2017

io non sono un inizio e non sono una fine. Sono un anello di catena

pensi che sia solo una questione di omini e disegnini ma non è così!!
proprio non è così.
ah come ti sbagli.
è una visione del mondo, una sua interpretazione, una trasfigurazione in un personalissimo modo, con un personalissimo sguardo.
che bello vedere il mondo con un occhio così speciale.
pensavo a un mondo pop e via, invece è un mondo colto e così sia.
Keith Haring è un uomo informato, erudito, conoscitore della cultura classica e umanistica con un paio di occhiali speciali sugli occhi.
entrare nel suo mondo è una scoperta, e la mostra di Palazzo Reale aiuta, facilita, valorizza.
durante la visita si viaggia sulle montagne russe, si passa dai suoi ominidi-marchio di fabbrica a tutte le sue possibili applicazioni nell'arte figurativa, si impara a conoscere il suo mondo simbolico e sue esperienze di studio, di condivisione, di sballo psichedelico, di imitazione dei grandi pittori, da Marc Chagall a Pablo Picasso, da Andy  Warhol a Paul Klee, da Albrecht Dürer a Pollock.
“Mi conforta il pensiero che stavano perseguendo la stessa ricerca. In un certo senso non sono solo… come essi non lo erano, perché nessuno nella comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo”

.

scopro che frequentava Madonna (che a sua volta frequentava Jean-Michel Basquiat) e condividevano l'attrazione per la cultura latina sud americana, "neri e ispanici apprezzano la sua arte così come a mia musica" dice Madonna, si ispirava a opere classiche e le rivisitava, vedeva i dipinti su San Sebastiano e li reinterpretava, si faceva rapire da Il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch e, stupefatto, lo ricomponeva a modo suo.




Il mio contributo al mondo è la mia abilità nel disegnare. Dipingere è ancora sostanzialmente la stessa identica cosa che fu nella preistoria. Riunisce l'uomo e il mondo. Vive nella magia.
intriso di cultura pop e controcultura, di esoterismo e street art, di frequentazioni omosessuali e droghe hard, ricomponeva il mondo in un gesto artistico apparentemente semplice ma fortemente radicato nella cultura antica e totalmente proiettato nel futuro. si esprimeva come un uomo del suo tempo, protestava contro le macchine e la pietrificazione dell'umanità, si perdeva dietro il godimento sfrenato e immediato di sesso e stupefacenti ma immaginava una ristrutturazione universale attraverso l'arte, anche la sua ma non solo, attraverso lo sguardo dell'infanzia, attraverso una catena di significanti che arrivavano fino a lui, al suo reale artistico.







Io non sono un inizio e non sono una fine. Sono un anello di catena.
e nella sua arte, dipinti e sculture, si ritrovano  frammenti di arte tribale e di cultura etnografica che interagiscono con un immaginario gotico e con l’universo del fumetto, sperimenta l’impiego di software che gli permettono di creare immagini al computer, disegna murales con il gesso, produce magliette e spillette, si dedica alla performing art.


in mostra il curatore lo ha anche accostato a una colonna traiana, in una narrazione continua, progressiva, crescente.


Penso di essere nato artista; penso di avere la responsabilità di riuscirci.
è un uomo arte.
è un uomo attraversato dall'arte.
come l'uomo che danza infilzato nella pancia da un altro uomo che danza.


è una catena, non è un uomo solo, è molti uomini, è l'arte per tutti, è tutti noi.
Dipingerò quanto potrò, per quante persone potrò, per quanto a lungo potrò.

Nasce in Pennsylvania nel 1958.
l'Aids gli venne diagnosticato nel 1987.
ipotizzando un "senza fine" nell’arte cercò di affrontare la malattia lavorando senza sosta, per lasciare aperti discorsi che altri potranno portare avanti. 
arriva Unfinished Painting, simbolo della mostra. 
"Qui Haring", ha spiegato il curatore della mostra Gianni Mercurio "dipinge solo un quarto dell’opera, l’angolo in alto a sinistra, di cui delinea nettamente il limite nei bordi della tela e simula le sgocciolature di colore verso il basso, evocando così le dinamiche dell’Action Painting. Il senso di sospensione dato all’opera dal non finito apre così alla narrazione: di ciò che è accaduto, di ciò che non accadrà, del divenire negato. Fu grazie a questa visione del mondo che a ventotto anni fronteggiò lo shock dovuto alla consapevolezza di avere contratto il virus dell’AIDS. Lavorò instancabilmente fino agli ultimi giorni di vita".



fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

domenica 30 aprile 2017

nuova figurazione e racconto del sé


OTTONE ROSAI L'attesa, 1920

  
EMILIO VEDOVA Il Caffeuccio Veneziano, 1942


FILIPPO DE PISIS Il suonatore di flauto, 1940


ARNALDO BADODI L'armadio, 1938


ARNALDO BADODI Soprabito sul divano, 1941


RENATO BIROLLI Le Signorine Rossi, 1938


MARIO MAFAI Strada con casa rossa, 1928
MARIO MAFAI Tramonto sul Lungotevere, 1929

una mostra davvero difficile per me.
Collezione Iannaccone, arte italiana tra il 1920 e il 1945.
io ci vedo
una cupezza
un dolore sordo
una malinconia
un colore scuro cinereo, opaco, sfumato, un'assenza di luce.
sagome morte.
come I fidanzati di Rosai (il mio preferito): sono due figure spente, curve, piegate, senza età e senza tempo, diretti verso un futuro inspiegabile in un mondo senz'aria.

OTTONE ROSAI I fidanzati 1934

e son tutti così, periodo funereo, irrespirabile, contratto.
un'adesione totale tra uomo ed emotività, racconto di un sé sofferente, una figurazione di un mondo squassato dalle guerre.  

LUIGI BROGGINI Paesaggio romano con figura sdraiata, 1932


 É bello vedere come la storia dell’arte ci offra testimonianze di una continua attenzione degli artisti per i sentimenti, le emozioni e le sofferenze degli uomini. Le epoche cambiano, gli artisti si adeguano alle nuove realtà , anche socio-economiche, creando nuove poesie,ma il cuore dell’uomo non muta e allora scorgo una componente poetica comune in ogni epoca artistica. È con questi pensieri che ho iniziato a collezionare, prima opere degli anni tra le due guerre e poi, piano piano, mi sono avvicinato ai linguaggi dei giorni nostri. Amo pensare alla mia collezione come ad un unico grande contenitore di racconti senza tempo, legati da un filo conduttore che crea un dialogo tra di loro. Storie di vita vissuta, indipendentemente dalla loro epoca storica, che parlano della profondità dell’animo umano, delle sue gioie e le sue debolezze.
 Giuseppe Iannaccone   

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

martedì 25 aprile 2017

un gioiello nascosto tra i campi

...e conobbi
la dolcezza che si nasconde sotto
le palpebre calate di chi aspetta
Guelfo Civinini

L'Oratorio San Salvatore sorge a nord dell'abitato di Casorezzo (Mi). Conduce in questo angolo di quiete un solitario viale, dove fino ad una manciata d'anni fa si narra sorgesse una fonte miracolosa in grado di porre rimedio a numerose  malattie legate all'apparato visivo. Ora ricordano la sua essenza solo le innumerevoli gocciole di guazza che inumidiscono i campi circostanti nelle sterminate notti di nebbia, quando la terra sembra trattenere il respiro diluita in impercettibili sfumature d'incanto.
Le prime testimonianze di questa millenaria chiesa, posizionata lungo l'antica direttrice tra Pavia e Castelseprio (in epoca antica Casorezzo era terra di confine del contado di Seprio), risalgono al 922 e la rammentano rivolta ad oriente, esattamente il contrario di come la ritroviamo oggigiorno. Evento avvenuto per volere di San Carlo Borromeo, transitato in zona durante una delle sue innumerevoli visite pastorali.
Tra le celebrazioni di particolare rilevanza e sentimento nella storia di questa chiesa campestre è affascinante notare la presenza della festa della Trasfigurazione (nota come la “Pasqua dell’estate”), un sottile fil rouge che come nubi naviganti conduce lentamente verso oriente.
Degna di menzione anche la (doppia) dedica del luogo a Sant'Ilario, figura cara ai Longobardi, di cui una nenia infantile ad esso intitolata ancora oggi viene ricordata tra questi borghi di campagna posti nell'estremo lembo occidentale della regione.
Intitolazióne di inequivocabile influenza bizantina, la quale sembra materializzarsi nei preziosi “gioielli” medievali (datati tra XI e XII secolo) che adornano le pareti. Avvolti da un'impalpabile immobilità muti scrutano il nostro incerto passaggio. Le forme delicate e assorte ce li restituiscono come testimoni di un pensiero spirituale senza tempo.
Il ciclo completo consisteva in circa dieci episodi a soggetto cristologico narranti la storia dell'infanzia di Gesù, numerosi dei quali purtroppo andati perduti. 
Soffermandoci su ciò che il tempo ha preservato dall'oblio ecco posto nel registro superiore della parete sud (il lato sinistro) un frammento di quella che doveva essere un annunciazione; si scorge la forma di un trono con decorazioni in oro e pietre preziose. A seguire, in condizioni nettamente migliori, l'incantevole rappresentazione della visita di Maria presso la cugina Elisabetta. Quest'ultima posa con tenerezza commossa la mano sul ventre gravido di Maria custodente il figliolo come prima testimonianza tangibile dell'incarnazione divina.


Continuando nell'analisi notiamo nella parte sinistra, dal bordo di una tenda decorata con motivi dai toni ocra, affacciarsi una figura femminile abbigliata con una lunga tunica. Sul lato opposto sosta invece un diacono abbigliato con una veste bianca ornata da una striscia porpora. 
Entrambi hanno le labbra serrate in un enigmatica piega e raccolti nell'ombra dei pensieri osservano tacitamente la toccante scena con forte senso devozionale. 
Sbalorditiva è la somiglianza con un affresco presente nella Chiesa costruita nel tufo a Soganli, in Turchia; ma senza catapultarci sino in Cappadocia, e restando nei confini di quello che fu il Contado del Seprio, è davvero curiosa l'affinità della scena confrontandola con l'affresco presente nella chiesa di Santa Maria foris portas (Castelseprio) ed il legame ci appare ancor più solido scrutando con attenzione il dipinto posto nella parte inferiore che ritrae la presentazione di Gesù al Tempio.
Sotto un arco sosta tacito Giuseppe. Tra le mani due colombe per il sacrificio. La profetessa Anna (figlia di Fanuele, della tribù di Aser) sul lato opposto osserva l'accadimento.
Sullo sfondo una struttura bizantina, Simeone davanti all'altare allunga le braccia in segno di accoglienza verso Cristo fanciullo sostenuto nelle mani della Vergine, quasi in forma di trono, della quale richiama nettamente la fisionomia. Ma un particolare catalizza l'occhio attento...
Le mani dell'anziano sono solo in parte velate.


E come sappiamo, grazie a numerose rappresentazioni, nell'antichità  venire a contatto a mani nude col sacro (sia in forma di oggetto che di essere umano) lo avrebbe reso impuro.
Scrutando la mano sinistra del sacerdote si scorge distintamente il pollice e una parte del dorso non velata, un'evidente analogia con l'affresco dello stesso tema presente a  Santa Maria foris portas.
In questo insolito gesto l'artista voleva probabilmente dimostrare la reale personificazione di Gesù come il gesto di Elisabetta nella scena precedente? Complesso affermarlo con certezza, ma rientra tra la schiera delle ipotesi più probabili.

(Presentazione di Gesù al Tempio, Castelseprio)

Quanto rimane del lato nord (il destro) sono solo alcuni alcuni frammenti delle Pie al Sepolcro.  Un angelo posto sul sarcofago osserva due donne indicandole col braccio destro, mentre una di esse scuote un incensiere in prossimità del sepolcro.


I due cicli suggeriscono senza dubbio l'opera di maestranze distinte, anche a livello cronologico.
Inequivocabile l'influsso bizantino nell'esercizio presente nel più fruibile lato sud (in consonanza con il ciclo di affreschi presente a S. Calocero di Civate), di vocabolario romanico la mano che testimonia ciò che resta della parete opposta.
Ciò ci spinge a fantasticare su quanta bellezza questo luogo, un tempo sperduto tra i campi, contenesse.
Ed ecco che la curiosità genera conoscenza e la conoscenza spesso sfocia in passione ed amore, un sentimento indubbiamente fecondo alla tutela e conservazione degli innumerevoli piccoli tesori nascosti di cui è costellato il nostro bel paese. 
Un efficiente antidoto per arginare la dilagante mediocrità, che con sguardo accorato ci scruta e si insinua nel quotidiano di questi anni pesanti.
San Salvatore, testimonianza di prim'ordine intessuta di armonia ed eleganza, regno di leggende a tinte oniriche, che con il naso all'insù ed il cuore appeso ad una falce di luna amiamo ancora sentirci sussurrare.


Filippo Spadoni

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


Bibliografia 

L'Oratorio di San Salvatore a Casorezzo: C. Bertelli, E. Griner, P.C.Marani, N. White, P. Zanolini, G. Zari 1994

venerdì 21 aprile 2017

attorno a Lotto



certo, piazzale Lotto.
questo era Lotto nella mia vita, la piazza, la fermata del metro.
il Lido di Milano, anni e anni di corsi estivi post scolastici per arrancare fino ad agosto.
bene, complimenti.
"Carneade, chi era costui?", non vale per il solo Don Abbondio, l'ignoranza è un male comune, spesso camuffata da boriosa approssimazione.
ora posso dire che la mia vita è cambiata.
grazie alla Pinacoteca di Brera ara Lotto ha anche un nome, Lorenzo.
inoltre è arrivato anche a possedere un'identità, perfino artistica, persino ragguardevole.
c'è una saletta, in Pinacoteca, allestita da poco e per poco, vicina all'entrata, in cui sono esposti alcuni ritratti di Lorenzo Lotto, accostati ad altri della stessa epoca.
i ritratti sono belli e ben fatte le indicazioni sottostanti.


Lorenzo Lotto, Ritratto di gentiluomo di casa Rovero, olio su tela, 1530-1532 circa, cm 97 × 110, cat. 912. Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia” 

i ritratti sono un segno dell'epoca, questi sono importanti e valorizzanti, i soggetti sono rispettati e riconosciuti nel loro ruolo pubblico e politico. anche oggi vanno di moda i ritratti, gli autoritratti, svalorizzanti e ridicolizzanti, smerciati, diffusi, vilipesi, svalutati e cestinati. siamo liberi di scegliere?





ragguardevole la coppia Febo da Brescia e la splendida Laura da Pola. uno rimanda all'altra e viceversa, circondati di oggetti preziosi, nobili e alteri nella Treviso del 1540. la didascalia rimanda a un'altra coppia all'interno del museo, tra i ritratti del seicento, e invita a cercarli.
che bella iniziativa.
io li ho cercati e li ho trovati, li ha ritratti Tanzio da Varallo, Ritratti di Gentiluomo e di Gentildonna, 1613.

 

volto affilato lui, baffi sottili e sguardo inquieto, raffinata lei, 21 bottoni da chiudere, sopraveste nera, pesante collana, maniche a sbuffo e quella mano, quella mano, quella mano...
che bella questa caccia al tesoro.
nella sala di Lotto c'è anche una ritrattista donna Sofonisba Anguissola, una della poche artiste rinascimentali ad aver ottenuto fama e riconoscimenti. indossa un abito raffinato, reso con tecnica miniaturistica nella camicia ricamata, nel bordo di pelliccia e nei capelli intrecciati con oro, perle e rubini. 



ero già stata a Brera, un anno fa, sempre su invito della Pinacoteca, in una giornata di apertura al pubblico a vedermi il primo dialogo (questo di Lotto è il quarto) tra Raffaello e Perugino sullo Sposalizio della Vergine (vince Raffaello, non c'è storia).
anche allora ero uscita felice, che belle queste iniziative, vivere e dialogare con l'arte significa vivere meglio.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

martedì 21 febbraio 2017

è scesa la sera. Il cervello con i suoi misteri/s'è incupito (Charles Simic)

Poiché ogni cosa scrive la propria storia
per quanto umile sia
il mondo è un gran librone
aperto a una pagina diversa
aseconda dell'ora del giorno.


Fulvio Tornese 
Affordable art fair, Milano 2017

Sono il re senza corona degli insonni, scrive Charles Simic, poeta slavo.

Sono il re senza corona degli insonni
che ancora sfida i suoi spettri con la spada,
studioso dei soffitti e delle porte chiuse
che scommette che due più due non sempre fa quattro.
Un vecchio bonaccione che suona la fisarmonica
mentre fa il turno di notte all’obitorio.
Una mosca fuggita dalla testa di un matto,
che si riposa su una parete vicino a quella testa.
Discendente di preti e fabbri del villaggio:
riluttante assistente di scena di due
rinomati e invisibili maestri illusionisti,
uno chiamato Dio, l’altro Diavolo, presumendo, è ovvio,
che io sia la persona che dico di essere. 

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

domenica 18 dicembre 2016

Basquiat e il tempo di esistere


mi sono mossa un po' dubbiosa, la domanda è ovviamente se queste composizioni valgano il merito di arte, di una mostra e di tanta fama.
divorato dal successo, e ad esso inadeguato, è morto a 27 anni, annegato nell'eroina nelle sue vene.
il suo godimento, famelico e istantaneo come detta la legge imperativa del nostro tempo, l'ha portato fino al fondo del godere, fino alla morte seppure eccentrico, esaltato, arricchito a riscatto di una miseria infantile umiliante.
componeva con la tv accesa, soprattutto i cartoons erano il suo sottofondo.
il suo prodotto sembra dettato dall'istante, dall'ispirazione via cavo, simboli di morte e pezzi anatomici (pare ispirati a un compendio di anatomia che la madre gli regalò durante una degenza in ospedale, a 8 anni, dopo un grave incidente), parole, cancellature (che esaltano quel che si cancella), mostri, dentature sataniche, animali mortiferi, prezzature in dollaroni. ossi di cane, scheletri a pezzi, anche duffy duck.
diciamolo, un inferno.
un'infanzia derelitta di abbandono e miseria, il destino da maledetto vissuto, incarnato, interpretato senza scampo, ma sullo sfondo di un infantilismo grafico disarmante. a me sembra il prodotto di un inconscio imbizzarrito, e lo ringrazio della sua tragica testimonianza.


graffitismo o arte, spray e spennellate pesanti, mi da l'idea di una breccia nella mente che trova il tempo necessario a mettersi su tela, quel tempo che basta, uno iato improvviso da cui fuoriesce una specie di tratto vomitato, uno sgorbio pieno di hate e hurry, rabbia e orrore, pupazzi infantili ma satanici, colore e tanto tantissimo nero.
personalmente riconosco in lui l'andamento della tragedia greca e un talento misterioso fuso a una potenza distruttrice inarrestabile. anche in lui, come nel leggere una poesia, sono attratta da un verso pittorico, in ogni opera esposta ho trovato qualcosa di geniale, un'espressione unica e singolare, qualcosa di irripetibile. una furia espressiva che non sarebbe potuta, comunque, resistere ancora a lungo, qualcosa legato al suo tempo, al tempo logico e al tempo di un rapido fulmineo e transitorio esistere.

fonte: https://nuovateoria.blogspot.it

martedì 23 agosto 2016

Aleksandra Aleksandrovna Ekster


COSTUME DI SCENA


TRE FIGURE DI DONNE


COSTUME DI SCENA


MEANAD


AELITA


DISEGNO PER ROMEO E GIULIETTA


COSTUME DI SCENA

anche nota come Aleksandra Exter (in russo: Александра Александровна Экстер?; è stata una pittrice, scenografa e costumista russa, appartenente al movimento dell'Avanguardia russa.

Aleksandra Grigorovič nacque nel 1882 a Białystok, in Polonia, allora provincia russa, da una colta famiglia dell'alta borghesia. Suo padre era un ricco uomo d'affari ed ella ricevette un'educazione conforme al suo ceto e al suo ambiente sociale: apprendimento del francese e del tedesco, lezioni private di disegno e di musica, ecc. Seguì anche, come uditrice, dei corsi alla Scuola d'Arte di Kiev.

Aleksandra sposò un avvocato di successo, Nikolaj Evgen'evič Ekster, e tenne con lui un salotto letterario e artistico sino al 1906. L'anno seguente trascorse qualche tempo a Parigi all'Académie de la Grande Chaumière a Montparnasse. Nel 1908 organizzò assieme a David Burliuk la mostra Le Maillon a Kiev. In seguito viaggiò molto, conducendo una vita realmente cosmopolita. Soggiornò infatti a Kiev, San Pietroburgo, Odessa, Parigi, Roma e Mosca.

A Parigi il conte e pittore russo Sergej Jastrebzov la introdusse nel giro di amicizie della baronessa Hélène Oettingen; ebbe così l'opportunità di conoscere personaggi importanti dell'arte e della cultura del suo tempo, come Guillaume Apollinaire, Georges Braque, Fernand Léger e Pablo Picasso.

I suoi lavori, all'inizio, furono influenzati dal geometrismo di Cézanne, poi dal cubismo-futurismo russo-ukraino. Partecipò a tutte le mostre d'arte della sinistra russa, fra cui quella di Valet de Carreau ed espose ugualmente in Francia e in Italia, contribuendo così alla diffusione in Russia delle innovazioni dell'avanguardia mondiale. Nel 1915 decorò il teatro Kamerny di Aleksandr Tairov a Mosca, ricoprendo con i suoi dipinti i muri, le scale, il vestibolo e il sipario.

Influenzata dal suprematismo di Kazimir Malevič, ma in conflitto con lui e per Vladimir Tatlin suo rivale, a partire dal 1916 Aleksandra dipinse dei quadri astratti. Non mostrò però tali opere sino all'anno seguente, il 1917, quando allestì presso il Valet de Carreau una retrospettiva dei suoi lavori degli ultimi dieci anni.

Soggiornò poi, per un certo tempo, a Kiev, sino al 1920, anno in cui ritornò a Mosca avendo assimilato le idee del costruttivismo russo. Nel 1921 espose i suoi lavori sotto il titolo di "Costruzioni di piani, costruzioni di forze", basandosi su una sua personale concezione del colore che era in aperta contraddizione con le teorie dello stesso costruttivismo. Nello stesso anno partecipò alla mostra "5x5=25", in compagnia di Aleksandr Rodčenko.

Nel 1922 inventò i costumi di scena per la Salomè di Oscar Wilde. Nel biennio 1923-1924 elaborò degli abiti moderni e disegnò dei padiglioni per le esposizioni agricole e industriali russe. Fece anche degli schizzi per i costumi di Aelita, un film di fantascienza di Jakov Protazanov. Nel 1924 collaborò all'organizzazione del padiglione sovietico per l'Esposizione Internazionale delle Arti di Venezia, esponendovi anche alcune sue opere.

Alla fine dello stesso anno Aleksandra emigrò finalmente in Francia con suo marito, ma continuò a presentare i suoi lavori nei padiglioni sovietici. Eseguì bozzetti di costumi e arredi, creò sculture luminose per l'appartamento berlinese della ballerina russa Elsa Krüger, fabbricò marionette, tenne corsi di scenografia e, dopo il 1936, illustrò libri per l'editore Flammarion.

Dal 1926 al 1930 fu insegnante nell'Accademia d'arte contemporanea di Fernand Léger e, dopo il 1933, realizzò a tempera delle miniature. Questa attività costituisce una fase molto particolare ed importante del periodo finale della sua carriera: il manoscritto "Callimaco" (traduzione francese del testo greco), da lei miniato, è considerato infatti uno dei suoi capolavori.

Nel 1936 partecipò all'allestimento della "Mostra del cubismo e dell'astrattismo" che fu aperta a New York. In seguito allestì solo delle mostre personali a Parigi e a Praga.

Aleksandra Ekster morì in un paesino alle porte di Parigi nel 1949, all'età di 67 anni.

fonte: Wikipedia