venerdì 15 febbraio 2019

reddito e pensioni, la truffa gialloverde che piace a Juncker

Finalmente abbiamo il decreto su reddito di cittadinanza e sulla “cosiddetta” (lo dice anche il testo della legge) quota 100. Vengono tutte confermate le peggiori anticipazioni di questi giorni, che spesso sui social erano state bollate come “fake news” dai fanatici del governo. Purtroppo non è così. Vediamo i punti cardine dei due provvedimenti. Cominciamo dal reddito. Di cittadinanza ce ne è davvero poca, e anche di reddito; naturalmente non si può che essere contenti se lo Stato dà dei soldi ai poveri, tuttavia non possiamo certo chiamare dignitoso e civile un sistema che sottopone il povero disoccupato a clausole sempre più vessatorie fino a diventare insopportabili. Questo è il modello Thatcher che vediamo denunciato nei film di Ken Loach: ti dò dei soldi ma tu sei a disposizione della burocrazia e delle imprese. Vediamo. Il reddito viene assegnato a chi ha un Isee inferiore a 9.360 euro, i famosi 780 euro mensili che rappresenterebbero la soglia della povertà assoluta. Il principio è che lo stato concorre con quanto manca per raggiungere quella cifra. Quindi hai Isee zero? Allora prenderai tutti i 9.360 euro, ma tutto ciò che guadagni (o il valore della casa che eventualmente possiedi) ti verrà scalato da quella cifra.
Naturalmente qui faccio un esempio limite; ci sono spese, c’è la famiglia, si possono cumulare più redditi se in una famiglia ci sono più disoccupati maggiorenni, insomma bisogna andare al Caf e poi all’Inps con una pila di documenti, ad esempio per Giorgio Cremaschidimostrare quanto è vecchia l’auto, se se ne ha una. Tuttavia alla fine il concetto è chiaro: saranno davvero pochi coloro che incasseranno tutti i 780 euro mensili, che titolano il provvedimento. Anche il governo, per chiarire, ha scritto che comunque nessuno degli aventi diritto potrà avere meno di 480 euro all’anno, 40 al mese. Il reddito viene assegnato a tutti i residenti in Italia che ne abbiano diritto. Attenzione però, perché bisogna essere residenti da almeno 10 anni. Questo vale per i migranti, ma anche per cittadini italiani che siano andati a lavorare all’estero e poi siano tornati avendo perso lì il lavoro. Il limite avrebbe dovuto essere di soli 5 anni, ma Salvini è intervenuto per evitare che troppi migranti avessero il reddito. Così, per togliere soldi ai migranti, li hanno tolti anche agli italiani in difficoltà. Meditate, razzisti, meditate.
Il reddito va anche ai pensionati con più di 65 anni che prendano meno di 780 euro mensili. Siccome questi sono milioni e si prevede di sostenerne solo una piccola quota, spetterà all’Inps fare una selezione sociale (come, lo vedremo). Il reddito verrà versato in una social card che ha degli obblighi di spesa. Chi la detiene potrà prelevare solo 100 euro al mese in contanti. Il resto dovrà essere speso direttamente e mensilmente. Ci sarà un controllo su come vengono spesi i soldi. In ogni caso i soldi sono sempre quelli, quanti che siano coloro che ne avrebbero diritto. In una clausola chiaramente concordata con Bruxelles, il governo si impegna a tenere fissa la spesa per il reddito. Per capirci: se alla fine ne avesse diritto un milione di persone, la Salvini e i migrantispesa è 6 miliardi. Se però fossero tre i milioni a fare domanda, la spesa sarebbe sempre di 6 miliardi, quindi gli stessi soldi sarebbero divisi tra più persone. Altro che 780 euro. “Rimodulare”, si chiama, nel linguaggio del governo.
Tutti gli interessati al reddito che hanno meno di 65 anni dovranno rendersi disponibili al cosiddetto Patto di Lavoro. Esso è indispensabile per ottenere il reddito, e chi lo sottoscrive entra nel gorgo della collocabilità. Che ha il doppio scopo di costringere le persone ad accettare lavori purchessia, o di far risparmiate tanti soldi allo Stato. Infatti il reddito dura 18 mesi, poi si salta un mese e successivamente lo si può riavere, ma a terribili condizioni. La principale delle quali è che non si può rifiutare nessuna proposta di lavoro in tutto il territorio nazionale. Un disoccupato calabrese che rifiuti un lavoro di 800 euro a Milano perderà il reddito. Ma la tagliola scatterà anche prima. Infatti solo la prima proposta di lavoro “congruo” (chissà che vuol dire) sarà entro 100 km e nei primi 6 mesi di reddito, poi scatteranno 250 km, che sono tanti, implicano già il trasferimento, e dopo 12 mesi questa proposta non potrà essere rifiutata. Insomma, alla fine o emigri o perdi tutto. Salvini odia i migranti esteri e vuole rimpiazzarli con tanti migranti interni.
Il Patto di Lavoro implica 35 ore mensili medie di lavori socialmente utili, partecipazione obbligata a corsi di formazione e una partecipazione quotidiana alle piattaforme informatiche di collocamento istituite apposta. Il tutto sotto gli occhi di un tutore-collocatore. Le aziende che assumeranno i titolari di reddito riceveranno un premio se non li licenziano prima di 24 mesi; questo, per il governo, è l’assunzione a tempo indeterminato. Il premio sarà pari almeno a 5 mensilità di reddito. Lo stesso premio lo riceveranno i tutori-collocatori o gli enti bilaterali tra sindacati e imprese, che avranno un ruolo centrale in tutto il percorso formativo e che riceveranno almeno 5 mensilità per ogni lavoratore collocato. Sa un po’ di caporalato di Stato, ma tanti termini inglesi aggiusteranno tutto. In conclusione, il reddito di cittadinanza era stato presentato come un strumento atto a rendere più forti le persone nel mercato del lavoro, per impedire la concorrenza al ribasso sui salari. Qui invece si fa Di Maiol’opposto, si usa il reddito per l’avviamento coatto al lavoro alle condizioni peggiori, “o mangi ’sta minestra o salti dalla finestra” è il motto che guida il reddito di cittadinanza sfruttata di Di Maio.
Vediamo ora la “cosiddetta” quota 100. Come era chiaro da tempo, non c’è nessuna abolizione e neppure riforma della legge Fornero, che resta pienamente in vigore con alcuni interventi temporanei e con una finestra di pensionamenti anticipati e penalizzati che si chiuderà. Dal 1° aprile cominceranno ad andare in pensione coloro che hanno già maturato il requisito di 62 anni di età e 38 anni di contributi. Si procederà per scaglioni e, tra la maturazione del diritto e l’effettivo pensionamento, dovranno passare almeno tre mesi per i privati, sei mesi per i pubblici. Il provvedimento vale per il 2019, 2020 e 2021, poi scatterà l’innalzamento in base al legame con l’aspettativa di vita. Cioè è una finestra una tantum. La pensione viene penalizzata sulla base dei meccanismi, che restano in vigore, della legge Fornero. Cioè: si svalutano i contributi in proporzione alla distanza anagrafica dalla pensione di vecchiaia. Il governo riconosce questo, e pertanto favorisce gli accordi tra aziende e sindacati per integrare la pensione. Per capirci: così si aiutano banche e grandi aziende a svecchiare il personale. Per questo Confindustria & C sono felici del provvedimento: via dipendenti anziani e costosi, dentro giovani pagati la metà e senza articolo 18.
Viene soppresso l’aumento di 5 mesi dell’età della pensione di vecchiaia e di quella d’anzianità, scattato il primo gennaio. Però c’è anche qui il trucco dei tre mesi. Chi arriva all’età della pensione deve aspettare almeno in questa misura. Così viene abolito l’aumento di cinque, ma se ne introduce uno di tre mesi, per giunta non pagato. Non so quanto convengano i due mesi risparmiati rispetto alla Fornero. Vengono confermate opzione-donna ed Ape Social, che però sono state fatte proprio da chi ha votato la legge Fornero e non hanno cambiato in nulla le iniquità del sistema pensionistico. I dipendenti pubblici che Pensionatiandranno in pensione a 62 anni dovranno aspettare quasi cinque anni per avere la liquidazione, anche qui in base alla legge Fornero. Tuttavia potranno farsi prestare i soldi da banche con cui le amministrazioni pubbliche dovrebbero definire apposite convenzioni, con i relativi interessi. Cambiano i governi, ma porcate con le banche si fanno sempre.
E a proposito di porcate, non ci saranno sostituzioni per chi esce, visto che le assunzioni pubbliche sono bloccate fino a novembre, cioè fino alla prossima finanziaria lacrime e sangue. Tutto qui, solo la propaganda menzognera del governo, con la stupidità complice delle opposizioni di Pd e Forza Italia, può far credere che qui si sia davvero istituito il reddito di cittadinanza o che sia stata colpita la legge Fornero, che invece continuerà a far danni. Salvini e Di Maio hanno solo varato una versione povera e feroce della legge tedesca Hartz IV e hanno concesso un prepensionamento per alcune generazioni di impiegati, cosa che fanno tutti i governi in tutti i paesi. Per questo Juncker ha messo il suo bollino sulla manovra: essa è perfettamente compatibile con le politiche liberiste della Ue. Anzi le realizza, finanziandole con un poderoso aumento dell’Iva e con i tagli alla scuola e allo stato sociale. Che naturalmente andranno in vigore dopo le elezioni europee. Intanto la montagna di promesse di Salvini e Di Maio ha partorito il topolino di Juncker.
(Giorgio Cremaschi, “E la montagna di promesse di Salvini e Di Maio partorì il topolino di Juncker”, da “Micromega” del 9 gennaio 2019).

fonte: LIBRE IDEE

domenica 10 febbraio 2019

Moche, civiltà del sesso?


Un articolo di Focus, del febbraio del 2016, titolava: Moche, la civiltà del sesso. Mentre Roma fondava il suo impero, in Perù vivevano i Moche, un popolo dai tratti enigmatici e con una religione basata sul sesso. All’interno dello stesso scritto possiamo leggere: l’archeologo Maximo Terrazos racconta che quando, oltre 50 anni fa, aprì la porta di una stanza del seminterrato del Museo d’Archeologia di Lima rimase a bocca aperta: davanti a lui si spalancò la vista di 1.500 ceramiche incise dalla popolazione Mochica. Tutti quei vasi, boccali, brocche, e vari oggetti, prelevati da sarcofaghi d’adulti, donne e bambini, ritraevano scene porno: masturbazione di gruppo, atti di sodomia, orge, sesso orale, accoppiamenti con scheletri, ranocchie, ermafroditi, e molto altro.


Prima di comprendere quanto possa essere veritiera l’affermazione presente nel titolo dell’articolo della nota rivista, risaliamo la linea del tempo per comprendere chi erano, da dove venivano e come sparirono i Moche. La civiltà Moche o Mochica nacque e si sviluppò durante l’epoca preincaica, tra il I secolo ed il VII, nella lunga striscia di terra desertica della costa settentrionale del Perù. In quella regione ancora oggi possiamo ammirare i templi piramidali, i palazzi, le fortificazioni, i cimiteri e le opere d’irrigazione che testimoniano il livello raggiunto da questa civiltà nei campi della tecnica e dell’arte. Si trattava di una civilizzazione costiera, in una zona dove la fertilità delle valli e l’ampiezza della costa crearono i presupposti per lo sviluppo e la diffusione della civiltà Moche. Nella regione montuosa dell’entroterra, i Moche occuparono solo parzialmente le valli a causa della presenza di una formazione culturale chiamata Recuay che riuscì a frenare l’avanzata della civiltà Mochica, sebbene le tracce ritrovate dimostrino l’esistenza di una relazione, anche profonda, tra le due culture. Non esistono fonti scritte riguardanti la civiltà Recuay. Le interpretazioni dei reperti e degli scavi archeologici hanno portato gli studiosi a delineare una società dedita all’agricoltura ed alla pastorizia, frequentemente coinvolta in conflitti armati. Le scene raffigurate negli oggetti in ceramica rivelano la natura e l’importanza dei riti cerimoniali, incentrati sul culto degli antenati e sulle offerte rituali alla terra ed ai picchi montuosi, luogo d’origine delle risorse idriche.


Per quanto concerne la nascita della cultura Moche, i ricercatori collocano le sue origini tra l’anno 100 a.c. e l’anno zero, e gli attribuiscono una durata di oltre 7 secoli. La cultura Moche fu divisa in cinque fasi dall’archeologo peruviano Rafael Larco Hoyle, che realizzò una sequenza cronologica basata sullo studio di una grandissima collezione di ceramiche. Le prime tre fasi, che corrispondono al primo periodo Moche, presentano una cultura composta da una serie di gruppi indipendenti che abitavano, ciascuno, la propria vallata. Durante la terza fase, Hoyle suppose che i Moche avessero raggiunto l’unità politica ed avessero iniziato il processo di espansione verso Sud. Nella quarta fase la civiltà Mochica raggiunse il suo apogeo, soprattutto in riferimento ai traguardi culturali raggiunti. La quinta fase corrisponde alla decadenza dei Moche, caduta fortemente influenzata dall’insorgere del fenomeno culturale Huari, oltre ad una serie di catastrofi naturali provocate da un fenomeno meteorologico conosciuto come El Nino.  I Huari furono una civiltà preincaica che fiorì nel sud del Perù nel periodo compreso tra il VI ed il XIII secolo. Durante la loro fase d’espansione, che possiamo identificare nei primi decenni dalla loro comparsa, inglobarono molte delle terre delle civiltà Moche, tanto da essere una delle potenziali cause della decadenza di questa cultura.


Attraverso quali strumenti gli archeologici sono riusciti a ricostruire tratti della cultura Mochica?
Le principali fonti dalle quali attingere informazioni sono tre: le tombe, l’architettura e la ceramica. Nel corso del tempo sono state portate alla luce sepolture multiple dove il defunto, probabilmente un personaggio importante, era tumulato assieme ad una serie d’accompagnatori, sacrificati al momento della sua morte. In una serie minore di casi, i Moche preferirono deporre solo parti di un corpo umano, la testa o le mani, ad accompagnare il defunto nel viaggio nell’aldilà. Quest’usanza, innovazione introdotta dai Moche nell’America del Sud, fu seguita dal popolo che s’intrecciò e ne continuò le gesta: i Chimù.


La principale fonte di documentazione per gli studiosi sono le ceramiche; erano principalmente di colore rosso, in alcuni casi arancio o nero fumo. La maggior parte dei reperti, conosciuti come huacos, sono statuette che rappresentavano vari personaggi. I temi rappresentanti sono scene di vita reale: caccia, pesca e scene di combattimento. In un numero nettamente minore si trovano raffigurate anche figure simboliche immaginarie o antropomorfe.
Nel corso del tempo è variato l’approccio nei confronti della ritualità di questa civiltà, soprattutto per quanto concerne il cannibalismo: inizialmente, in seguito al ritrovamento di segni di scarnificazione sulle ossa d’alcuni prigionieri sacrificati, gli archeologi pensarono alla pratica del cannibalismo rituale. Successivamente, ad una più attenta analisi dei reperti, s’ipotizzò che alcuni rituali dei Moche prevedessero la scarnificazione dei sacrificati. Questo rituale fu riportato, occasionalmente, sul vasellame.


Nella maggior parte dei rituali il sangue svolgeva un ruolo fondamentale: è frequente la rappresentazione nel vasellame dell’offerta di sangue del sacrificato raccolto in una coppa.
Giungiamo, infine, al rapporto con il sesso.
I Moche credevano che il cosmo fosse formato da tre dimensioni in contatto: quella dei vivi, quella dei morti e quella degli dei. Le scene di sesso tra vivi e defunti, rappresentate nel vasellame, sono la celebrazione degli scambi tra gli abitanti del cosmo. Secondo l’antropologa Anne-Christine Taylor, “il sesso era il motore che permetteva ai tre mondi di restare in contatto”.


In funzione del titolo dell’articolo di Focus e delle esternazioni dell’antropologa Taylor, ci aspetteremmo una grandissima quantità di materiale sessuale. Sarete stupiti leggendo che solamente una percentuale residuale, circa 1%, delle ceramiche ritrovate riporta soggetti erotici, anche se alcuni sono molto elaborati. Quell’esigua percentuale è bastata a trasformare un’interessantissima cultura in una civiltà basata sul sesso, quando sarebbe stato sufficiente spiegare che una parte della religiosità si basava sull’attività sessuale. Analizzando le ceramiche a sfondo sessuale della cultura Mochica, troviamo peni eretti, masturbazioni di gruppo, sodomia, orge, sesso orale e vulve spalancate. Inoltre in alcuni casi si ritrovano scene di sesso tra uomini e defunti e tra vivi ed animali. In base alla datazione delle ceramiche, fu possibile stabilire un passaggio dal culto della fertilità al sesso come scambio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. L’atto più rappresentato è il sesso anale, con scene di penetrazione vaginale molto rare. La Fellatio è presente, raramente, mentre il cunnilingus è assente. Sono stati rinvenuti reperti che raffigurano scheletri maschili che si masturbano o sono masturbati da donne viventi. Una possibile risposta alle rappresentazioni sessuali potrebbe attenere all’importanza per l’irrigazione, ricchezza e fondamento della civiltà, della cultura Moche. Le opere d’arte raffiguravano spesso il passaggio di fluidi, a testimonianza dell’importanza della circolazione e del flusso. Sulla base dei dettagli, realistici, delle ceramiche sono sorte diverse teorie, tra cui quella che fa riferimento alla trasmissione delle conoscenze da parte delle generazioni più anziane a quelle giovani. Conoscenze relative alla reciprocità dell’attività sessuale tra il mondo dei vivi e quello dei morti.


L’immenso patrimonio d’opere d’arte della civiltà Moche dona l’immortalità a questa semi-sconosciuta cultura, aldilà della presunta, e dimostrata per un’esigua percentuale di reperti archeologici, sfrenata attività sessuale.

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia

Alva, Walter (October 1988). "Discovering the New World's Richest Unlooted Tomb". National Geographic. Vol. 174 no. 4 

M.N. Gorio, Sangue e oro dei Moche, in Gruner+Jahr/Mondadori, Milano, nº 39, gennaio 2010 

Damiano Laterza, Quanto eros fra i Moche. In Perù il primo museo dell'arte erotica Precolombiana, in Ilsole24Ore, 5 luglio 2012. 

Focus, Moche, la civiltà del sesso: mentre Roma fondava il suo impero, in Perù vivevano i Moche, un popolo dai tratti enigmatici e con una religione basata sul sesso, febbraio 2016 

Sawyer, Alan R. (1966). Ancient Peruvian ceramics: the Nathan Cummings collection by Alan R. Sawyer. New York: The Metropolitan Museum of Art.


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

giovedì 31 gennaio 2019

Galvarino, il guerriero Mapuche che legò due lame agli arti amputati per combattere


La storia di Galvarino inizia a metà del Cinquecento, in quel periodo della colonizzazione del Nuovo Mondo su cui sono state scritte migliaia di pagine. I conquistadores dopo aver incrociato la propria strada con gli imperi aztechi ed inca, decisero di rivolgere l'attenzione alla sottomissione delle tribù di nativi conosciute come Mapuche, termine composto dalle parole Che e Mapu ovvero popolo della Terra. 


I Mapuche sono un popolo amerindo originario del Cile centro-meridionale e del Sud dell'Argentina. In spagnolo sono spesso indicati come araucanos (Araucani). I Mapuche resistettero con successo a molti tentativi dell'impero Inca di asso, e questo sebbene mancassero di un'organizzazione statale. I Mapuche combatterono contro i conquistadores per difendere le proprie terre dall'invasore spagnolo, utilizzando il fiume Bio-Bio come frontiera naturale. I guerrieri nativi utilizzarono tattiche di guerriglia ed un acume accattivante per sconfiggere la potenza di fuoco dei conquistadores. Alla fine di una di queste battaglie, combattuta nella zona di Lagunillas, inizia la storia di Galvarino. Il guerriero Mapuche, insieme ad altri 150 combattenti, fu catturato dalle truppe all'ordine del governatore Garcia Hurtado de Mendoza. 


Il governatore, come punizione per l'insurrezione voluta dalle tribù Mapuche, decise di condannare i prigionieri all'amputazione di parte del corpo: ad alcuni di essi furono tagliate la mano destra ed il naso ad altri, tra cui Galvarino, furono amputate entrambe le mani. Eseguita la sentenza, Galvarino e gli altri furono rilasciati. La liberazione aveva uno scopo preciso: doveva fungere da avvertimento nei confronti delle tribù Mapuche. Quando Galvarino fece ritorno all'accampamento Mapuche apparve di fronte al consiglio di guerra. Il combattente nativo mostrò le orribili mutilazioni gridando giustizia contro l'invasore spagnolo. Per il coraggio dimostrato e la ferma determinazione nel voler difendere la propria terra, Galvarino fu nominato comandante di uno squadrone di guerrieri. Non potendo utilizzare armi, decise di legare delle lame ai moncherini degli arti superiori. Galvarino guidò i combattenti della propria tribù nella battaglia di Millarapue.


Gli eventi furono narrati da un cronista spagnolo, Jeronimo de Vivar, nel suo Cronica: «Giunse comandando come un sergente ed animando i suoi uomini in questo modo: "Ea, miei fratelli, vedo che state combattendo molto bene, non vorrete essere senza mani come me, e non essere in grado di lavorare né di mangiare, se non vincete!". E sollevò le proprie braccia, mostrandole per convincerli a combattere con maggiore spirito e dicendo loro: "Quelli che state per combattere le tagliarono, e lo faranno con chiunque cattureranno, e nessuno potrà fuggire ma dovrà morire, perché morite difendendo la vostra madre patria". Si spostò davanti allo squadrone, e disse con voce potente che sarebbe morto per primo e che, anche senza le mani, avrebbe fatto il necessario con i denti».
Una seconda testimonianza fu riportata da Pedro Marino de Lobera, nel suo Cronica del Reino de Chile: «Miei fratelli, perché avete smesso di attaccare questi cristiani, vedendo i danni causati dal momento in cui sono entrati nel nostro regno? E ancora faranno a voi quello che vedete hanno fatto e faranno? E ancora faranno quello che vedete hanno fatto a me, amputandomi le mani, se non sarete precisi nel portare la maggior distruzione possibile su queste persone per conto nostro, per i nostri bambini e le nostre donne».


La battaglia, durata poco più di un'ora, sorrise agli spagnoli, comandati da Mendoza, che uccisero oltre 3000 Mapuche e fecero circa 8000 prigionieri, compreso lo stesso Galvarino. Garcia Hurtado de Mendoza ordinò di giustiziarlo gettandolo tra i cani. Alfonso de Ercilla, poeta spagnolo al seguito delle truppe per raccontare la conquista del Cile, profondamente toccato dalle vicissitudini del guerriero Mapuche, cercò di intercedere per lui allo scopo di salvargli la vita. Galvarino rifiutò l'offerta con le seguenti parole: “Preferisco morire piuttosto che aver salva la vita da voi; merito la morte per non essere stato in grado di farvi a pezzi con i miei denti”.


Secondo lo stesso Alfonso de Ercilla, Galvarino non fu gettato in pasto ai cani ma trovò la morte tramite impiccagione. Secondo alcuni storici cileni, forse spinti dal creare ulteriore leggenda intorno alla figura di Galvarino, il guerriero Mapuche si levò la vita prima che gli stessi spagnoli potessero ucciderlo, privandoli della gioia dell'esecuzione.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia


Jerónimo de Vivar, Crónica y relación copiosa y verdadera de los reinos de Chile, Artehistoria Revista Digital, Crónicas de América, Capítulo CXXXII, CXXXIII

Pedro Mariño de Lobera, Crónica del Reino de Chile , escrita por el capitán Pedro Mariño de Lobera....reducido a nuevo método y estilo por el Padre Bartolomé de Escobar, edizione digitale a partire da "Crónicas del Reino de Chile", Madrid, Atlas, 1960, pp. 227-562, Libro 2, Capitolo II, III, IV

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

giovedì 10 gennaio 2019

Comfort women, le schiave sessuali dell'esercito giapponese


Le Comfort women, le donne di conforto, erano ragazze costrette a far parte di corpi di prostitute creati dall'Impero del Giappone. Con impero giapponese ci si riferisce al periodo della storia del Giappone che ebbe inizio con la Restaurazione Meiji e terminò con la fine della seconda guerra mondiale. Politicamente si riferisce al periodo che iniziò con l'istruzione delle prefetture in sostituzione dei domini feudali, 14 luglio del 1871, e terminò con la resa formale del Giappone, 2 settembre del 1945. Molti documenti relativi alla Corea del Sud affermano che le Comfort women non fossero volontarie, documenti comprovati dalle testimonianze di molte donne che a partire dal 1989 si sono esposte pubblicamente incolpando i soldati giapponesi di averle rapite. La stima del numero di donne coinvolte varia da un minimo di 20.000, citato da storici giapponesi, ad un massimo di 410.000, stando alle dichiarazioni di accademici cinesi. Se le cifre sono ancora oggetto di dibattimento, non lo è la provenienza delle ragazze: le Comfort women provenivano dalla Corea, dalla Cina, dal Giappone e dalle Filippine. Inoltre è documentata che i centri di sfruttamento delle Comfort women impiegassero anche donne provenienti dalla Thailandia, dal Vietnam, dalla Malaysia, da Taiwan e dall'Indonesia.


Secondo le testimonianze dirette, le ragazze dei paesi controllati dall'Impero giapponese venivano prelevate dalle loro case e, dopo essere state ingannate con promesse di lavoro nelle fabbriche, indirizzate alla prostituzione a favore dell'esercito giapponese. L'idea alla base dei centri di prostituzione era quella di prevenire gli stupri di guerra, che avrebbero incrementato l'ostilità dei locali verso i soldati giapponesi. L'esercito giapponese istituì i centri di Comfort women anche per prevenire la diffusione delle malattie veneree ed intercettare lo spionaggio nemico. Uno storico giapponese, Yoshiaki Yoshimi, sostiene che “l'esercito imperiale giapponese aveva il timore che lo scontento covato dai soldati potesse esplodere in sommosse o rivolte. Cosi provvedettero con le comfort women”.  Il primo centro di comfort women fu istituito nella concessione giapponese a Shanghai, nel 1932. Le prime ragazze furono prostitute giapponesi, che si offrirono volontariamente per questo servizio. Nelle prime fasi della guerra, le autorità giapponesi decisero di reclutare ulteriori comfort women con metodi convenzionali. Nelle aree urbane fu utilizzata la pubblicità, anche sfruttando annunci sui giornali che circolavano in Giappone. Con il proseguimento della campagna d'espansione dell'Impero giapponese, i soldati si trovarono senza prostitute al seguito, motivo che portò l'esercito a decidere di sfruttare le donne che vivevano nelle zone conquistate. Per sfruttare queste ragazze, l'esercito giapponese usò l'inganno: molte di loro accettarono le richieste di lavoro fatte dai giapponesi svolgere il compito di operaie o infermiere, non potendo immaginare che sarebbero state costrette a divenire schiave sessuali.


La situazione peggiorò ulteriormente con il proseguimento della guerra: i militari iniziarono a saccheggiare le risorse delle popolazioni locali che avevano conquistato. Le autorità militari presenti sui territori invasi, esigevano che i governanti locali procurassero loro le donne per i bordelli. Quando le popolazioni locali divennero ostili nei confronti degli invasori (fatti che si perpetrarono soprattutto in Cina) i militari dell'Impero giapponese eseguirono la Sanko sakusen, ovvero la Politica dei Tre Tutto: uccidi tutti, saccheggia tutto e distruggi tutto. Tale, violenta, politica dell'esercito comportava il sequestro e lo stupro indiscriminato dei civili. Durante il periodo di esistenza dei centri delle Comfort women, i tre quarti delle donne prelevate con la forza e schiavizzate morì. La maggior parte delle ragazze sopravvissute perse la fertilità a causa dei traumi o delle malattie trasmesse. Tra le varie testimonianze ritrovate, quella di un soldato giapponese, Yasuji, permette di comprendere l'atteggiamento ed il regime di terrore a cui era sottoposte le comfort women: “le donne piangevano ma non c'importava se vivevano o morivano. Noi eravamo soldati dell'Imperatore. Sia nei bordelli militari che nei villaggi, violentavamo senza riluttanza. La violenza e le torture erano comuni”.


Una seconda, agghiacciante, testimonianza è quella di Jan Ruff-O'Herne, una ragazza olandese che, insieme ad altre nove donne, fu rapita dai campi di Giava e costretta a divenire una schiva sessuale dell'esercito giapponese. La Ruff-O'Herne testimoniò di fronte alla Camera dei rappresentati degli Stati Uniti nel 1990 dichiarando: «Molte storie sono state raccontate su orrori, brutalità, sofferenze e inedia delle donne olandesi nei campi di prigionia giapponese. Ma una storia non fu mai raccontata, la storia più vergognosa della peggiore violazione dei diritti umani commessa dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale: la storia delle comfort women, le jugun ianfu, e di come queste donne furono prese con la forza e contro la loro volontà, per provvedere alle necessità sessuali dell'Esercito Imperiale del Giappone. Nei cosiddetti "centri del comfort", sono stata sistematicamente picchiata e violentata giorno e notte. Anche i dottori giapponesi mi stupravano ogni volta che visitavano i bordelli per visitarci a causa delle malattie veneree». Le dieci ragazze olandesi, nei momenti successivi al rapimento, furono condotte in un bordello e fotografate. Le istantanee furono esposte nella sala d'attesa del centro di comfort affinché i soldati potessero scegliere la ragazza da stuprare. Per i quattro mesi successivi, le ragazze furono violentate e torturate; quelle che rimanevano incinte furono costrette ad abortire. Le ragazze sopravvissute furono trasferite in un secondo centro di Comfort prima di essere tradotte in un campo di prigionia nell'ovest di Giava, dove ritrovarono le famiglie. I campi di prigionia furono liberati nel 1945.


Ma la situazione peggiore, forse, si creò in Corea. Durante la seconda guerra mondiale, il regime imperiale giapponese creò un sistema di prostituzione altamente organizzato. Agenti coreani, uomini della polizia militare e militari ausiliari coreani furono coinvolti nel rapimento e nello stupro di migliaia di donne. Dopo la sconfitta, i militari giapponesi distrussero molti documenti per paura di essere perseguiti per crimini di guerra. 
Nel 1965, il governo giapponese pagò 364 milioni di dollari al governo coreano come indennizzo per tutti i crimini di guerra, incluse le ferite procurate alle comfort women. 
Nel 1994, il governo del Giappone creò un Fondo Donne Asiatiche per distribuire compensazioni supplementari a Corea del Sud, Filippine, Paesi Bassi ed Indonesia. Ad ogni sopravvissuta fu consegnata una scusa ufficiale dell'allora Primo Ministro del Giappone. 
Il fondo fu chiuso il 31 marzo del 2007. 
Alcuni storici giapponesi, tra cui Ikuhiko Hata, sostengono che il numero massimo di comfort women utilizzato dal Giappone durante il Secondo conflitto mondiale fosse di 20.000. Lo stesso Hata aggiunse che nessuna comfort women fu reclutata con la forza. 
Alcuni politici nazionalisti giapponesi sostengono che le testimonianze delle ex-comfort women sono inconsistenti ed inverosimili. 
Se tutto questo non fosse accaduto, perché il governo giapponese avrebbe pagato una somma enorme del 1965 come risarcimento per le comfort women? 
Inoltre, perché nel 1994 il Primo Ministro giapponese avrebbe voluto recapitare ad ogni ex-comfort women una lettera di scuse nella quale scriveva: «Come Primo Ministro del Giappone, io dunque rinnovo le mie più sincere scuse e il [mio più sincero] rimorso a tutte le donne che furono sottoposte ad immensurabili e dolorose esperienze e [che] soffrirono ferite fisiche e psicologiche incurabili nel ruolo di comfort women»?

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

George Hicks, The Comfort Women. Japans Brutal Regime of Enforced Prostitution in the Second World War, New York, W.W. Norton & Company, 1997 

Maria Rose Henson, Comfort Woman: A Filipina's Story of Prostitution and Slavery Under the Japanese Military, Rowman & Littlefield Publishers, 1999 

C. Sarah Soh, The Comfort Women: Sexual Violence and Postcolonial Memory in Korea and Japan, 2009


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.