sabato 18 gennaio 2014

censurata Monia Benini

LA CENSURA CORRE SUL WEB - DI MONIA BENINI



Non sono la prima e purtroppo non sarò certo l'ultima a vedersi censurato un canale in rete. Nel mio caso, come in altri precedenti, YouTube ha agito chiudendo tempestivamente il canale sulla base di presunte violazioni delle norme della Community. Ovvero qualcuno ha segnalato come 'inopportuni' i contenuti di un video intitolato “La situazione economica e finanziaria in Italia”.

Forse l'aver definito criminali le conseguenze dei trattati europei che hanno massacrato l'Italia (MES fiscal compact, SRM, ma anche Maastricht e Lisbona) deve aver particolarmente irritato le corde di qualche ben pensante che si è quindi mobilitato per far chiudere il mio canale. Non avrebbe forse fatto prima a chiudere semplicemente il video e guardarsene un altro? Non ho mai avuto la pretesa di stare simpatica a tutti, ci mancherebbe che pretendessi di 'imporre' le mie opinioni attraverso un video! La rete dovrebbe essere liberamente navigata, con la consapevolezza però che si possono trovare fatti e opinioni ben distanti dalla nostra sensibilità e che in tal caso ci è data la facoltà di veleggiare altrove.

Invece no. Fra trolls assunti dall'Europarlamento per spegnere in rete le voci critiche rispetto a questa Europa e censori che si sono autoincensati tali...il web è colmo di vittime, la cui unica colpa è quella di non allinearsi o asservirsi ai grandi media o al sistema di (dis)informazione.

Mala tempora... dobbiamo tenere aperti gli occhi e vigilare. 
La censura corre sul web: sta a noi aggirarla e dare eco alle voci oscurate.


Monia Benini

fonte: perchiunquehacompreso.blogspot.it

venerdì 17 gennaio 2014

la pubblicità



la pubblicità consiglia di prostituire la figlia
per scoprire quanto è profumato il cielo vaniglia.
La pubblicità consiglia alla casalinga che sbadiglia
il mascara da apporre sulle ciglia.
La pubblicità invoglia
ad acquistare biancheria griffata sotto la maglia.
La pubblicità umilia chi ha una brutta tovaglia.
Che figura farebbe l'ospitante che ospita l'ospite
nel vedere la mobilia che si squaglia!?
Pessima!
L'ospite ne risentirebbe. Per rappresaglia
metterebbe una taglia
a chi gli ha fatto mangiare il maiale che raglia.

giovedì 16 gennaio 2014

la Madonna di Foligno


La Madonna di Foligno 1511/12 - Raffaello Sanzio (Urbino 1483 – Roma 1520)
Tempera grassa su tavola trasportata su tela - cm. 308 x 198
Esposizione straordinaria dai Musei Vaticani a Palazzo Marino - Milano –  Sala Alessi
dal 28 novembre 2013 al 12 gennaio 2014 - Ingresso libero
madonna-di-foligno-nach-restaurierung2
Non mi aspettavo tre quarti d’ora di coda in un pomeriggio lavorativo. Ma meglio così. Significa che una buona parte degli italiani non si arrende allo squallore mediatico in cui ci vogliono far sprofondare.
IMG_20140108_135335
Certamente si tratta di Raffaello, una superstar nel mondo dell’arte. Anche l’ingresso gratuito è un incentivo non da poco. E non scordiamoci l’opportunità di poter ammirare un’opera di così notevole taratura da una distanza ravvicinata, soprattutto per chi come me apprezza, oltre all’insieme, anche la singola pennellata. Esaminarla inoltre nella sua singola unicità senza essere distratti da altri capolavori rende l’esperienza d’osservazione molto appagante.
Musei Vaticani - Pinacoteca - Sala VIII
Musei Vaticani – Pinacoteca – Sala VIII
L’unica pecca è il poco tempo a disposizione permesso a ogni gruppo in entrata. Comprensibile del resto, considerata la notevole quantità di persone in attesa nella piazza nel pur non freddissimo clima invernale milanese di questi giorni. Peccato anche per la sommaria descrizione proposta dai ciceroni incaricati (ma forse sono incappata io in un cicerone poco loquace). Niente di più di ciò che si poteva leggere sui volantini distribuiti all’ingresso o sulle recensioni in internet. Tutto sommato sufficiente per il grande pubblico che non vuole essere annoiato da eccessive divagazioni sul tema.
Nell’allestimento creato, l’opera di Raffaello si staglia come un prodotto moderno di grande impatto e molto suggestivo.
palazzo marino
Si ha come l’impressione di non essere arrivati a contemplare un dipinto del ‘500 ma piuttosto una sua riproduzione virtuale immersi come si è nel buio della sala rischiarata solo dal quadro stesso. L’effetto che perdura durante tutta la visita è che sia l’opera a emanare la luce che ci invade. Mi è venuto persino da pensare che fosse retro illuminata. Idea folle del resto perché se così fosse stato la visione sarebbe stata alquanto confusa, ammesso che ciò potesse essere possibile. Questa illuminazione appiattisce un po’ i volumi ricercati dall’artista, soprattutto sui toni chiari, ma l’effetto d’insieme risulta notevole.
Più che sui personaggi in primo piano la mia attenzione è caduta sugli sfondi.
27370347_in-mostra-milano-la-madonna-di-foligno-di-raffaello-5
Non so dire se questa possa essere una mia personale visione o se sono stata trascinata dall’effetto luministico che l’installazione mi ha trasmesso. Di sicuro ho sentito forte l’esigenza di poter vedere il dipinto alla luce del giorno e qualcosa vorrà dire. E’ stato come se non potessi afferrare tutta l’essenza del Maestro ma fossi indotta attraverso una esperienza arbitraria. Abituati come siamo alla luminosità degli schermi, all’alta definizione, a quest’opera non manca nulla per essere letteralmente proiettata nel terzo millennio. E ciò non è un male. Probabilmente non l’avremmo altrettanto apprezzata come pala d’altare, laddove essa fu concepita e collocata in origine. E tutto ciò depone a suo favore.
Non dimentichiamoci però che Raffaello dipinse la Madonna di Foligno su tavola e solo fra il maggio del 1800 e  il dicembre del 1801 fu trasportata su tela. Un’operazione questa che in tempi moderni viene considerata altamente rischiosa per l’integrità dell’opera. Ancor più di uno stacco di affresco, in quanto quest’ultimo può essere asportato staccando anche parte dell’intonaco di supporto mentre nel caso di un dipinto su tavola si deve procedere solo con la rimozione della pellicola pittorica e per quanto si possa essere abili restauratori il rischio di perdite e cadute della pittura risulta altissimo. Non solo. L’interazione stessa delle personalità che intervengono nel restauro, le disponibilità economiche, di critica e di considerazione dell’arte stessa in una determinata epoca interagiscono in bene e in male al risultato finale.
Per questo mi chiedo: cos’ho realmente visto?
Non di sicuro il Raffaello originale, benché sempre del sommo artista si tratti e di una delle sue più notevoli opere. Perciò mi è venuta la curiosità di indagare sul percorso che il dipinto ha seguito nel tempo.
Da qui un nuovo post che essendo più propriamente incentrato sull’attività legata al restauro intendo pubblicare su PASSIONARTE.
Paola Mangano
MA1_0393a
fonte: fattidarte.wordpress.com

mercoledì 15 gennaio 2014

la fin du livre

LA FINE DEI LIBRI

DI LUCA SOFRI
wittgenstein.it


Il problema è che ne parliamo da decenni, di un declino dei libri e della loro centralità, e quindi pochi prendono sul serio quello che invece sta succedendo in questi ultimi anni e mesi, e che succederà ancora di più. Malgrado le resistenze psicologiche di nostalgici e affezionati – che sono ancora molti e protestano, ma io credo che vedano solo un pezzetto della scena – il libro non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea. Non parlo, insomma, dell’annosa e noiosa questione del “si leggono pochi libri” eccetera: parlo di quelli che prima li leggevano, i libri; e parlo di quello che comunque ritenevamo “fossero”, i libri, letti o no.
Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa: una cappa di desolazione rassegnata incombe su ogni loro riunione o incontro occasionale. Il dato insomma c’è: ma la questione è culturale, non commerciale. E sono due questioni, dicevo.

Una è che leggiamo meno libri, per due grandi fattori legati entrambi a internet. Il primo è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga.

Il secondo fattore è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Quelli che leggevano libri sui tram o nelle sale d’aspetto o sui treni oggi stanno sui loro smartphone, e non a leggere ebooks. Ormai stanno sui loro smartphone anche prima di addormentarsi, molti. Tutto quel tempo, non è più a disposizione delle lentezze dei libri: è preso.


La seconda questione centrale nella crisi dell’oggetto libro è che è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, che invece sempre più trova luoghi di dibattito, espressione, sintesi, su internet e in formati più brevi. Che non sono necessariamente più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea (vediamo anche di dire che il libro ha spesso costretto, “per scrivere un libro”, a stirare in lunghezze ridondanti buone riflessioni da cinquanta pagine, se non dieci): ma qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.

Il “pubblicare un libro” come sintesi e sanzione di uno studio, una riflessione, un’idea, un tema da condividere o una storia da raccontare, è una pratica che non ha più il rilievo di un tempo. Da una parte perché quelli che leggono quella sanzione, e poi ne discutono e la fanno diventare un pezzo del dibattito e della cultura, diminuiscono ogni giorno. Dall’altra perché il mezzo è superato anche su questo. Mi capita qualche volta che qualcuno – editori o amici – mi suggerisca di scrivere un libro, per “dare un senso” e “concretizzare” le molte cose che scrivo online, e mostrarle a “un numero maggiore di lettori”, “perché restino”. Una volta rispondevo che sono pigro e non sono tanto capace di applicarmi su un lavoro di impegno e tempo così esteso e assiduo. Adesso spiego loro che le loro ragioni non valgono più e sono invertite: se c’è un posto dove quello che scrivo “resta” e “raggiunge più lettori”, è internet. I libri spariscono dalla vendita e dall’attenzione – e dall’esistenza – dopo pochi mesi, o pochi anni al massimo (salvo rare eccezioni): ne escono a centinaia ogni mese, e se non vi passano sotto il radar subito, non esisteranno mai più. Vi ricordate il successo – molto pompato – che ebbe quel libretto “Indignatevi”? Cos’era, due anni fa? Oggi è quasi impossibile che un giovane che non ne abbia ricevuto notizie allora ci si imbatta di nuovo. Mentre grazie ai social network e ai link e a Google, cose pubblicate online anche dieci anni fa continuano a trovare nuove attenzioni e tornare a essere lette. Questo post, con buona approssimazione, sarà letto da circa diecimila persone: è un numero che sarebbe considerato un buon successo per un saggio di qualunque autore di non grandissima fama come me (il mio libro Un grande paese ha venduto poco di più), e che rende economicamente sempre meno. E questo post, sarà ancora ricircolato tra un anno, tra due, tre (se non altro per rinfacciarmi di quanto poco ci avessi preso di fronte al grande boom dei libri del 2017).

Poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza, anche se sempre più riserve indiane). E ci sono libri bellissimi, se uno li legge. Come per il teatro, la cui importanza e meraviglia nessuno mette in discussione, ed è bello che esista ancora. Ma non “esiste” più, il teatro: è una nicchia laterale della cultura contemporanea che non interagisce più con la sua crescita e le sue evoluzioni. I libri non sono ancora arrivati a quel punto lì, e magari non ci arriveranno. Ma entrerei nell’ordine di idee che sia plausibile.

p.s. ho ritrovato questo, in America se n’erano già accorti tre anni fa.

Luca Sofri

Fonte: www.wittgenstein.it

Link: http://www.wittgenstein.it/2014/01/08/la-fine-dei-libri/

fonte: fintatolleranza.blogspot.it

giovedì 9 gennaio 2014

il marito della prof: "mia moglie corregge anche a letto"



Io sono sposato con una insegnante di liceo scientifico. Sono in pensione e tra due anni doveva andare in pensione mia moglie e avremmo realizzato dei progetti programmati da tempo. Invece la Ministro Fornero e il governo Monti hanno deciso che le regole si cambiano in corso d'opera, i diritti sono caramelle, ed ora mia moglie dovrà lavorare altri nove anni. (Viva il legiferare dei governi con la fiducia e decreto legge che si protrae da anni. Il Parlamento che ci sta a fare, oltre che a scaldare la poltrona, sicura finché si vota la fiducia?).

Il tfr che ci serviva per estinguere parzialmente il mutuo lo vedremo tra 11 anni, dato che il percepimento di tale salario differito è stato uilteriormente differito a due anni dopo il pensionamento. (Viva la democrazia e i diritti). In compenso l'Imu, Iuc, Tasi, Tarsu, Tari, Irpef Comunale, Regionale, Provinciale ecc. nessuno li ha differiti ma, anzi, grazie a loro, paghiamo più volte la stessa cosa, ovvero i servizi invisibili, non indivisibili. 

Mia moglie praticamente non la vedo mai: sia per un motivo che per un altro, riunioni, ricevimento dei genitori e quant'altro, è raro che il pomeriggio torni a casa: a volte ceno (non pranzo) da solo dato che le riunioni si protraggono fino a tarda sera. Non so cosa preveda il contratto ma sicuramente non c'è nessuno che lo faccia rispettare. Se qualche volta torna a casa nel pomeriggio sta sempre, fino a sera, a volte nel letto, correggendo compiti o lavorando al computer per il doppio lavoro che si vuole che si compili sia il cartaceo che il digitale: naturalmente tutto a proprie spese: computer, carta, inchiostro stampante, pennetta e... tempo. Inoltre continue telefonate tra colleghe per il funzionamento dei programmi e relativi consulti sul funzionamento degli stessi. Con gli stipendi più bassi d'Europa. C'è ancora chi parla di privilegiati a 18 ore? Brutta cosa l'ignoranza e la malafede. 

Pino Casagrande

fonte: www.unita.it

Italia cadente

Il dossier segreto del commercialista che fa tremare i potenti: “Se li aprite, viene giù l’Italia” avverte Oliverio

Politici, imprenditori, mafiosi, ex appartenenti alla banda della Magliana, prelati e qualche 007. Appartengono a tutte queste categorie i nomi che stanno venendo fuori dai file sequestrati a Paolo Oliverio, commercialista di fiducia di uomini delle istituzioni e uomini d’affari ma anche, secondo l’accusa, “riciclatore” dei soldi della ‘ndrangheta e della malavita romana.
“Se li aprite, viene giù l’Italia”, aveva avvertito Oliverio vedendo i suoi computer che venivano portati via. E stando alle anticipazioni di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, quei pc rischiano davvero di far cadere, se non l’Italia, almeno molte teste.
Paolo Oliverio fu arrestato agli inizi di novembre insieme a due Fiamme Gialle e soprattutto all’allora Superiore generale dell’Ordine religioso dei Camilliani, Renato Salvatore, per avere organizzato un sequestro, o meglio un finto interrogatorio presso una caserma della Finanza di due confratelli dell’Ordine, grandi elettori però di un candidato alternativo a Renato Salvatore. I due nel giorno delle votazioni furono fatti sparire con la scusa di essere interrogati per garantire, appunto, il fallimento della scalata ai vertici dei Camilliani di padre Monks. L’inchiesta del pm romano Giuseppe Cascini era però già in corso da tempo. L’episodio del sequestro di padre Antonio Puca e padre Rosario Messina, in realtà, fu scoperto per l’attività di intercettazioni telefoniche e ambientali. Quello dei Camilliani, dunque, è solo un piccolo capitolo della grande inchiesta che vede Oliverio al centro di una organizzazione criminale. L’impressione è che l'uomo abbia messo in piedi un’industria del ricatto.

Paolo Berlusconi, Claudio Lotito, Marco Squatriti, l’avvocato di affari ex marito di Afef Jnifen attualmente latitante, Lorenzo Borgogni, ex manager di primo livello di Finmeccanica, Flavio Carboni e il boss Ernesto Diotallevi, ...

... Alessandro Pagano, del Nuovo Centro Destra e l’ex senatore pdl Sergio De Gregorio ed infine i Camilliani, l’ordine da cui Oliverio aveva ottenuto una procura speciale per la gestione degli appalti in Campania, Calabria e Sicilia. Sono questi i nomi più “caldi” che spuntano dagli archivi del commercialista.

Nomi di persone che con Oliverio avrebbero tentato alcune operazioni finanziarie e che in alcuni casi avrebbero consentito al commercialista di piazzare alcuni ‘colpi’ da milioni di euro. È lo stesso meccanismo utilizzato nei rapporti con Lorenzo Borgogni, con cui Oliverio condivideva alcune quote societarie e con cui sarebbe riuscito ad orientare appalti gestiti da imprese del Gruppo. Tutto passava da decine di aziende, nella maggior parte dei casi intestate a prestanome, che il professionista avrebbe utilizzato per ‘ripulire’ fondi di provenienza illecita.

E’ questa la tesi accusatoria del pm Giuseppe Cascini e degli investigatori delle Fiamme Gialle, guidati dal colonnello Cosimo De Gesù. Una tesi ritenuta quantomeno plausibile dal gip che ha negato la scarcerazione di Oliverio in attesa “dell’esito delle verifiche su questi legami”, riferendosi ai rapporti che intercorrevano tra l’indagato e i nomi che compaiono nei file a lui sequestrati.

Un vero e proprio archivio segreto quello di Oliverio che, nei suoi pc, nascondeva tra l’altro anche software per le intercettazioni illegali. Fatto che, sommato alle frequentazioni con gli ambienti degli 007 italiani, potrebbe lasciar supporre che il commercialista possa per questi aver svolto anche il ruolo di fonte. Nel suo computer sono stati trovati numerosi “report” su personalità e affari. Sono resoconti su incontri avuti con personalità e sulla gestione di affari: quanto basta per alimentare l’ipotesi che in alcuni casi Oliverio si sia prestato a svolgere il ruolo di informatore.

Punto “caldo” dell’inchiesta l’intreccio che, sulla scrivania del commercialista, metteva in contatto politica e malavita. I magistrati accusano Oliverio di aver determinato un “forte condizionamento della Pubblica amministrazione attraverso ricatti, attività di dossieraggio e finanziamento illecito della politica, grazie alla partecipazione nelle attività criminali dell’organizzazione di esponenti della ‘ndrangheta calabrese, della banda della Magliana e di personaggi facenti parte di logge massoniche coperte oltre ad autorevoli prelati”. Il riferimento dei magistrati è ai contatti con il faccendiere Flavio Carboni e con il boss Ernesto Diotallevi, che avrebbe concluso con il commercialista affari immobiliari da centinaia di migliaia di euro. Ma dagli atti processuali emergono pure i suoi legami con il parlamentare del Nuovo centrodestra Alessandro Pagano e con l’ex senatore pdl Sergio De Gregorio, sotto processo a Napoli per la compravendita dei parlamentari insieme a Silvio Berlusconi. Uomo di collegamento fra i due era Giuseppe Joppolo che curava i rapporti di De Gregorio con forze dell’ordine e forze armate e proprio per questo sarebbe entrato in contatto con Oliverio.

Infine il Vaticano, con cui il fiscalista sarebbe stato in contatto attraverso i Camilliani. Il professionista aveva ottenuto una procura speciale dall’ordine per la gestione degli appalti in Campania, Calabria e Sicilia. Si occupava delle commesse e sarebbe riuscito a trasferire fondi all’estero, in particolare in Romania, attraverso un meccanismo che - accusa il Gico della Guardia di Finanza - prevedeva “l’effettuazione di bonifici giustificati da una causale fittizia, compatibile con il mondo camilliano, in modo che il beneficiario, ottenuta la disponibilità in conto, poteva prelevare il contante accreditato all’estero e ottenere in Italia la consegna contante di pari importo attraverso una sorta di compensazione”.

Appunti e documenti contenuti nei suoi computer rivelano che non erano soltanto i vertici dell’ordine religioso i suoi referenti in Vaticano. Le informative allegate all’ordinanza dicono che avrebbe ‘risolto’ un caso di violenza sessuale che vedeva coinvolto un religioso, convincendo la vittima a non presentare denuncia. I documenti acquisiti in seguito proverebbero che pure altre questioni delicate - economiche e personali - sarebbe riuscito a governare, così favorendo alcuni alti prelati che avrebbero poi ricambiato questa disponibilità.

L’inchiesta sui Camilliani fece finire in carcere il superiore generale Renato Salvatore, svelando i suoi rapporti con sottufficiali della Finanza. I documenti custoditi nell’archivio svelerebbero però che di ben altro calibro erano i suoi referenti nelle Fiamme Gialle tanto da poter orientare verifiche fiscali su imprenditori e grandi società. Ma anche poter influire sull’attività di ispettori di Equitalia.

Fonte RAINEWS24

[Grazie a Sertes per la segnalazione]

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4393

fonte: fintatolleranza.blogspot.it

pittorialismo


Steichen Flatiron
Flatiron
© Edward Steichen
Durante gli ultimi mesi del 2007 al Jeu de Paume di Parigi è stata presentata la prima retrospettiva europea dell’opera fotografica di Edward Steichen. Era una mostra cui volevo assolutamente andare, perché pur conoscendo bene le immagini più famose di Steichen, avevo raramente visto sue stampe originali, cosa particolarmente importante soprattutto per quanto riguarda i primi anni pittorialisti. Inoltre le 450 fotografie che costituivano la mostra erano una sicura promessa per approfondire la conoscenza dell’opera di uno dei fotografi più prolifici e incisivi del secolo scorso.
La mostra apre, come è facile aspettarsi, con le prime fotografie pittorialiste che danno inizio alla lunga carriera di Steichen. Da addetto ai lavori e stampatore di tecniche antiche devo ammettere che ho guardato moltissimo le stampe per l’aspetto tecnico oltre che per l’aspetto estetico, anche se quest’ultimo non è stato certamente dimenticato.

La maledizione di Ansel Adams

Steichen, Pool Milwaukee
Pool, Milwaukee
© Edward Steichen
La prima cosa che mi ha impressionato è la resa delle stampe al platino di Steichen rispetto a quelle contemporanee. Queste ultime sono praticamente tutte caratterizzate da neri profondissimi, una gamma tonale lunga come una tastiera di pianoforte, bianchi luminosi e morbidi, forte contrasto e grande leggibilità delle ombre, nelle quali la separazione dei toni è sempre eccellente. Per esperienza personale so che non è sempre facile schiarire completamente le alte luci, dove rimane facilmente un leggero velo o un tono caldo, anche se questo in generale non toglie la luminosità ai bianchi; nonostante questo i neri dei platino/palladio contemporanei sono sempre profondissimi. L’assunzione che i neri più profondi si ottengono con le stampe al platino è spessissimo vantata dai fotografi che usano questo antico procedimento di stampa come una delle caratteristiche più attrattive del platino. Addirittura, nell’ambito delle stampe digitali fineart, ha fatto scalpore la notizia dell’arrivo delle generazioni di inchiostri per stampanti che permettono di ottenere dmax superiori a quelle delle stampe tradizionali al platino. Insomma, platino e palladio sembra facciano rima con ombre scurissime, nei quali i dettagli restano leggibili, ombre opache e non lucide, ma dalla dmax assolutamente elevata.
Steichen Rodin penseur
Rodin penseur
© Edward Steichen
Le stampe al platino di Steichen, come per esempioPool, Milwaukee, hanno quasi tutte una resa diametralmente opposta. Le ombre più scure dell’immagine non superano mai un grigio decisamente chiaro, senza arrivare praticamente mai ad un livello che si possa definire nero. I bianchi sono praticamente assenti, la gamma tonale è quindi cortissima, le foto sono grigie e per niente contrastate. Sembrano stampe ottenute da negativi sviluppati per la stampa su carta baritata, altamente sottoesposti sotto gli ultravioletti in fase di stampa.
Naturalmente Steichen era una grandissimo stampatore e le caratteristiche delle stampe non dipendono da errori ma probabilmente da una precisa scelta estetica. Vederle è comunque sorprendente e mi ha portato a tutta una serie di riflessioni.
Steichen across the salt marshes
Across the salt marshes
© Edward Steichen
In primo luogo la necessità purtroppo ancora attuale di sottolineare che avere delle stampe con dei neri profondi e dei bianchi squillanti non è assolutamente una necessità a priori. Questa è una regola che chiamerei volentierimaledizione di Ansel Adams. Maledizione probabilmente involontaria, visto che Ansel Adams ha ripetutamente sostenuto la libertà interpretativa di ogni fotografo nei confronti della sua personale ricerca espressiva in camera oscura.
La previsualizzazione è più precisamente vista come un’attitudine nei confronti della fotografia, piuttosto che come un dogma. Si assume che il fotografo abbia una totale libertà di espressione, in nessun modo ristretta dalla mia idea, o da quella di chiunque l’altro, di cosa sia l’arte.
Ansel Adams
Steichen Balzac, silouette 4am
Balzac, silouette 4am
© Edward Steichen
Nonostante questa chiara presa di posizione, è indubbio che l’invenzione del sistema zonale e le abitudini di stampa di Ansel Adams abbiano terribilmente influenzato generazioni di fotografi. Ansel Adams dice espressamente che quello è il suo modo di fare fotografia e che vuole unicamente fornire i suoi allievi dei mezzi tecnici per esprimere la propria sensibilità, non un’ortodossia di come stampare. Eppure le sue infinite ricerche su come ottenere i neri più profondi, i bianchi più puliti, il massimo del dettaglio nelle ombre e nelle luci, ha prodotto e continua a produrre schiere infinite di emuli. La sua personale ricerca estetica e espressiva si è tradotta in dottrina assunta come verità assoluta.
Steichen Gordon Craig
Gordon Craig
© Edward Steichen
I fotografi amatori un po’ evoluti sembrano tutti essere affetti dalla maledizione di Ansel Adams, tanto da perdere di vista tutto, compreso il contenuto dell’immagine, sacrificato alla resa estrema del bianco e del nero. La maledizione di Ansel Adams è uno dei sortilegi che hanno fatto più danni in tutta la storia della fotografia, imbrigliando la creatività e la libertà espressiva in un ricerca formale e standardizzata della “stampa migliore”. I seguaci della scuola di Ansel Adams fanno tutti fotografie che si assomigliano completamente fra loro, spesso anche per i temi oltre che per le caratteristiche di stampa. I fotografi di più alto livello sembrano riuscire a esorcizzare meglio la maledizione, almeno per quanto riguarda i dettagli agli estremi della gamma tonale, oppure la rinuncia ad uno dei due estremi, nelle immagini lowkey e highkey. Ma le stampe come quelle di Steichen, in cui si rinuncia contemporaneamente ai neri e ai bianchi, ottenendo immagini piatte, grigie e poco contrastate, sono ormai rarissime.
Steichen The big white cloud
The big white cloud
© Edward Steichen
Eppure la ricerca del bianco e del nero non dovrebbe mai essere un’assunzione a priori. Le regole in fotografia sono state inventate solo a scopo didattico, sarebbe necessario ricordarsi che in realtà vanno interpretate solo come un prontuario di cause ed effetti. Se componi l’immagine con il soggetto centrato si avrà un’impressione di staticità. I bianchi lavati danno un senso di purezza. Il contrasto aumenta la drammaticità dell’immagine. Spinto agli estremi permette di ottenere effetti puramente grafici. Un ritratto tagliato al collo da l’idea di una testa mozzata. E così dicendo, ma a priori nessuno di questi “espedienti” è di per se “sbagliato”. Le prime fotografie di Steichen, delicate stampe al platino giocate su toni di grigio appena accennati, delicate sfumature, ombre appena leggibili e vellutate, hanno tutte un’atmosfera particolarmente dolce e toccante.
Steichen Camera work 14
Camera Work #14 cover design
© Edward Steichen
Oltre a ricordare che i livelli del bianco e del nero, come tutte le altre caratteristiche di una fotografia, sono pure e semplici scelte espressive, la resa delle stampe al platino di Steichen mi ha fatto pensare all’assurdità della ricerca tecnica infinita che mira ad ottenere la perfezione formale sulle tecniche antiche di stampa. Stampare cercando continuamente i neri più profondi, il massimo dettaglio, l’assenza di macchie e imperfezioni, il bianco purissimo e il nero profondo è un controsenso e un atto di masochismo. L’evoluzione delle tecniche fotografiche ha sempre teso a semplificare e perfezionare la procedura necessaria per ottenere stampe tecnicamente impeccabili, nitide, contrastate, dalla ampia gamma tonale. Mi sembra abbastanza inutile stampare con una tecnica antica, su carta preparata a a mano, e passare mesi e mesi per cercare di perfezionarla al punto da far sembrare la stampa perfetta come se fosse uscita dalla macchina di una fabbrica. Se la scelta espressiva è quella della perfezione formale nel senso corrente del termine tanto vale stampare in digitale, la scelta di utilizzare antichi procedimenti di stampa è più coerente se il fine è quello di ottenere immagini non convenzionali.

Nel pieno del pittorialismo di inizio secolo

Steichen solitude
Solitude
© Edward Steichen
Dopo i platini ecco che l’esposizione Steichen, une épopée photographique continua con delle fantastiche gomme bicromate. Assolutamente splendide e perfette, probabilmente fra le migliori gomme che ho visto in assoluto in vita mia. Curiosamente i neri sono molto più profondi e le stampe sono molto più contrastate dei platini, esattamente il contrario di quello che ci si aspetterebbe. Con la gomma si ottengono ombre nere solo al prezzo di ripetute stampe sovrapposte, mentre col platino è estremamente facile, razionalmente ci si aspetterebbe l’utilizzo della gomma per immagini delicate e del platino per immagini contrastate, mentre Steichen fa esattamente il contrario. Anche questo un insegnamento di vita per tutti quelli che pensano che ogni tecnica antica sia destinata ad un unico tipo di fotografia, spesso addirittura ad un unico soggetto. Ogni tecnica può essere adattata alle proprie esigenze personali.
Steichen Self portrait
Self portrait
© Edward Steichen
Una delle gomme che più mi è piaciuta è sicuramente “autoritratto”. Ho notato con particolare piacere che gli interventi di stampa non si sono limitati unicamente alla fase di spoglio. In questa stampa sono particolarmente evidenti riuscitissimi interventi pittorici diretti. Steichen ha applicato infatti colpi di luce sulla tavolozza, il pennello, la riga sullo sfondo e il colletto della camicia, aggiungendo direttamente delle pennellate di colore bianco sulla stampa. Interventi riuscitissimi ai fini espressivi e tecnicamente ineccepibili. Un bello smacco per chi abbraccia cieche crociate contro il digitale, sostenendo che le immagini digitali non sonoFotografia perché gli interventi ne stravolgano la natura rendendole immagini non-fotografiche. Bisognerebbe perlomeno smettere di fingere di non conoscere la storia della fotografia. Pesanti interventi sull’immagine, a volte ancora più radicali dell’odierno ritocco al computer, sono nati con la fotografia e erano assolutamente correnti all’inizio del secolo scorso, il digitale non ha fatto altro che aggiungere qualche strumento in più nelle mani nei fotografi.
Steichen The Pond-Moonlight
The Pond-Moonlight
© Edward Steichen
Completano la panoramica sulle tecniche antiche di stampa dei bei carboni in grande formato e delle splendide fotoincisioni. Queste ultime sono veramente superbe, e capisco perché Steichen e Stieglitz le consideravano vere e proprie stampe e non semplici riproduzioni fotografiche. Infine, vedere dal vivo The Pond-Moonlight, che per il momento rimane la seconda foto più cara di tutta la storia, è certamente un momento emozionante.
Per quanto riguarda invece le fotografie, e non semplicemente la tecnica, quasi tutte le immagini del periodo pittorialista sono splendide. Alcune più tipicamente di inizio secolo, altre nonostante il pittorialismo sono stupefacentemente moderne.
Steichen Brooklin Bridge
Brooklin Bridge
© Edward Steichen
La mia preferita in assoluto dei primi anni di Steichen è Brooklin Bridge. Anche se la stampa è morbida e sfuocata in puro stile pittorialista, il soggetto è già moderno e il taglio rimane ancora oggi attualissimo. Questa forma scura e incombente ripresa dal basso, una barra nera che dal centro parte verso l’angolo in alto a destra, la massa vuota dell’acqua nella metà inferiore della fotografia, le luci accecanti che punteggiano il nero della notte. Una composizione sprezzante delle regole e riuscitissima sul piano estetico.
Dei primi ritratti invece mi piace particolarmente quello di Gordon Craig, ancora una volta per l’attualità e la composizione stupefacente dell’immagine. Una splendida scoperta è stato lo studio per la copertina del quattordicesimo numero di Camera Work. Oltre all’immagine, mi piace particolarmente l’interazione del soggetto con la cornice dorata, che mi ricorda un po’ la Secessione viennese.

Il passaggio al modernismo e al commerciale

Steichen Maypole
Maypole
© Edward Steichen
La mostra prosegue con l’evoluzione di Steichen verso il modernismo. Pur amando molto il pittorialismo, devo dire che l’innovazione estetica portata avanti da Steichen in questa seconda fase è una vera e propria boccata d’aria fresca. Sembra di scoprire la messa a fuoco, dopo tutto il flou degli immagini precedenti finalmente le fotografie si fanno nitide e precise. Sebbene le immagini siano molto interessanti e spesso molto moderne, la nascita delle immagini di moda, nature morte astrattissime, l’interesse è spesso sopratutto storico, considerata la rivoluzione visiva che operava Steichen sulla propria opera, o addirittura aneddotico come nel caso delle immagini aeree della seconda guerra mondiale.
Steichen George Washington Bridge
George Washington Bridge
© Edward Steichen
Fra le fotografie moderniste però devo citare due immagini, che conoscevo già bene, visto che sono in assoluto fra le mie preferite di tutta l’opera di Steichen: il Maypole e il George Washington Bridge. La prima fra l’altro l’avevo vista qualche tempo prima a Paris Photo, una foto in assoluto fra le più care di tutto il salone. Entrambe sono geniali e attualissime, perfettamente realizzate e in pura fotografia diretta. La fotografia è assolutamente valida in se, per l’immagine punto e basta, e non per tutti i fronzoli aggiunti da interventi pittorici. Sono entrambe fotografie famosissime utilizzate, insieme ad alcune di moda e dei primi anni pittorialisti, per i manifesti che tappezzano Parigi pubblicizzando l’esposizione. Sono rimasto molto deluso dal constatare che le fotografie moderniste di Steichen di questo genere presenti all’esposizione si contano sulle dita della mano. Certo è possibile vedere le nature morte floreali, le conchiglie, le astrazioni e tutti gli scatti meno noti del fotografo, ma pubblicizzare un evento con un’immagine che resta praticamente unica fra le 450 esposte è un po’ una presa di giro. Peccato, perché avrei ammirato volentieri altri lavori simili di Steichen, sia sui palazzi che sui ponti.
Steichen Gloria Swanson
Gloria Swanson
© Edward Steichen
A questo punto della mostra bisogna salire delle scale a chiocciola che portano alla seconda metà dell’esposizione. Nelle scale sono stati installati degli altoparlanti che diffondo rumori fragorosi e abbastanza deliranti di motori, macchine, fabbriche, che dovrebbero significare un passaggio definitivo verso la fotografia moderna. Salgo trepidante, aspettandomi foto di macchinari, fabbriche, treni, palazzi. La delusione invece è totale. Al piano superiore ci sono praticamente solo fotografie di moda, ritratti, pubblicità.
Naturalmente sono interessanti e alcune anche ottime, però assolutamente in soprannumero. Si guardano volentieri, perché raccontano tutta un’epoca e la sua alta società, ma sono veramente troppe, praticamente tutta la seconda metà dell’esposizione è dedicata a foto mondane, che alla lunga annoiano terribilmente per la loro ripetitività. La cosa peggiore è che molte, rispetto ad altri scatti, sono veramente insignificanti, probabilmente puri lavori commerciali, il cui unico interesse odierno è dato solo dal fatto che rappresentano un personaggio conosciuto, una star del passato. Queste fotografie, storicamente importanti, sono messe accanto a fotografie di straordinaria forza espressiva e bellezza, come il ritratto di Greta Garbo, fra uno dei più toccanti che sia mai stato fatto all’attrice.
Steichen Greta Garbo
Greta Garbo
© Edward Steichen
Certo, nella carriera di Steichen la fotografia commerciale e mondana ha avuto una parte molto importante. È interessante vedere le pubblicità che ha prodotto, ma per quanto riguarda moda e ritratti il numero di immagini è decisamente sproporzionato rispetto alla mostra, una selezione più severa avrebbe giovato alla seconda parte dell’esposizione che diventa noiosa e ripetitiva. Il problema ha origine probabilmente da una certa confusione contemporanea su cosa sia arte o più in generale valga la pena mostrare nei musei. Quando Steichen scattava le sue foto di ricognizione dagli aerei militari che sorvolavano l’Europa della seconda guerra mondiale probabilmente non avrebbe mai nemmeno concepito l’idea di esporle in uno dei più grandi musei di Parigi. Naturalmente in una retrospettiva, qualche esempio di immagini di questo tipo, per dare un’idea completa di tutti i campi toccati dal fotografo, trova la sua giustificazione. Lo stesso dovrebbe valere per le foto di moda e dell’alta società. È noto che Steichen per molti anni ebbe un’attività intensissima di ritrattista e fotografo fashion. È noto anche il grande impegno e serietà che metteva nella realizzazione dei lavori su commissione. Però questo non giustifica ai miei occhi che ben metà delle foto della retrospettiva siano dedicate a questo tema.
Steichen White
White
© Edward Steichen
A parte questo appunto, la mostra è stata un’ottima opportunità per approfondire la conoscenza dell’opera di Edward Steichen, una delle più grandi figure della fotografia del ’900. Ha permesso di studiare dal vivo delle splendide stampe al platino, al carbone, alla gomma bicromata, delle indimenticabili fotoincisioni e anche qualche splendido esempio di dye transfer. Tutte stampe dalla cui disinvolta esecuzione si ha ancora molto da imparare. Inoltre è stata l’occasione per ammirare dal vivo molte di quelle che sono fra le fotografie più famose della storia.


Fabiano Busdraghi

fonte: www.co-mag.net