sabato 1 febbraio 2020

coronavirus: riecco l’ennesima, perfetta epidemia di panico

Volevo spendere due parole sulla dissonanza cognitiva che circonda le notizie sulla nuova “epidemia” di coronavirus, ovvero del fatto che siamo tutti terrorizzati da un’epidemia senza che nessuno dei numeri diffusi parlino dell’epidemia. Possiamo fare due ipotesi: la prima è che i numeri diffusi dal governo cinese siano veritieri. La seconda è che il governo cinese stia nascondendo i fatti e i numeri siano ancora peggiori. Partiamo dalla prima ipotesi. Se questo è vero, sappiamo che in un paese che ha un miliardo e mezzo di abitanti ci sono 1360 malati, di cui 41 sono morti, quasi tutti anziani e malati. Ora, onestamente, visti i numeri in gioco questa non solo non è un’epidemia, è l’effetto di un giorno lievemente più freddo del solito, nel quale muoiono di polmonite degli anziani. Stiamo parlando di un numero di contagiati che sta nel raggio di un milionesimo della popolazione cinese, e un numero di morti che sta nell’ordine di mezzo decimilionesimo. Allora si dirà che si tratta delle caratteristiche del virus a preoccupare. Bene. Ma il problema è che le caratteristiche del virus sono note da dicembre, e a tutt’oggi è quasi ignoto il vettore che lo porta all’uomo.
Se fossero gli uccelli, come la Sars, allora esisterebbe la possibilità che arrivi in volo. Se invece sono i visoni, le probabilità di una diffusione mediante un vettore sono, come dire, “relativamente basse”. è necessario che qualcuno entri in contatto con un Paura in Cinacinese infetto. Cioè col milionesimo giusto della popolazione. In queste condizioni, direi che non si giustificano le evacuazioni fatte dai cinesi, non si giustifica la fuga dei diplomatici  dalla Cina, e non si giustificano le misure straordinarie prese dal Politburo. Nessuno mette in quarantena 56 milioni di persone per qualcosa che, a sentire i numeri ufficiali (rapportati con la popolazione cinese), è meno pericoloso dello smog. E anche se lo paragoniamo coi 56 milioni di persone in quarantena, il numero di morti sembra una statistica sull’abuso di alcool sulle strade. Quindi, prende corpo la seconda ipotesi: i numeri forniti sono stati “cucinati”. Quello che sappiamo sinora è che questo coronavirus ha gli effetti di una leggera influenza. Questi sono i numeri attuali. Ma l’emergenza in atto è adatta ad un altro tipo di epidemia.
Sappiamo che vengono costruiti ospedali per non dover muovere i malati. Il nuovo ospedale costruito a Wuhan può contenere circa 1500 malati. Se questo è vero, considerato che i numeri ufficiali parlano di 41 morti su 1360 contagiati, se diamo per buona questa proporzione (simile a quella della Sars), allora il governo cinese è al corrente di circa 50.000 contagi o li dà per scontati. Anche in questo caso, però, le proporzioni non bastano a parlare di epidemia. Se si isolano 56 milioni di persone per 50.000 contagiati, e una quantità di vittime vicina al 1500, stiamo ancora parlando di una probabilità di venire contagiati che sta attorno all’uno per mille, e una di morire che sta attorno all’uno su diecimila. Se avete queste paure, allora non usate più  l’automobile, andate in palestra e cominciate a mangiare molto meglio. Altrimenti rischiate di più. La mia impressione è che Smog in Cinaquesta sia un’epidemia di panico. Quello che vedo è che i giornali occidentali stanno diffondendo quello che sono più bravi a diffondere: la paura.
Quella che, stando ai numeri, sembra un’influenza nemmeno tanto forte che uccide principalmente anziani e malati, sta venendo descritta come  una gigantesca epidemia, una specie di peste bubbonica. Vorrei solo far presente che la “terribile” Sars ha fatto circa 8000 contagi l’anno, per un totale di circa 60 morti/anno, tutti persone anziane, sieropositive o immunodepresse. La mia personale sensazione è che si tratta del solito panico quotidiano gratuito. Il solito stato costante di ansia, paura e timore del futuro che viene usato per tenere la testa bassa a chi pensa di essere abbastanza in forma da criticare il manovratore. Sicuramente il coronavirus esiste. Ne esistono migliaia. E se prendiamo una popolazione di un paio di miliardi di persone stipate in città con densità insane, e condizioni igieniche buone solo in apparenza, è ovvio che si diffonderanno.
Cosa intendo per “buone solo in apparenza?” Intendo dire la città di Wuhan vi potrà apparire pulita quanto volete, ma se fanno i mercatini con animali vivi uccisi sul posto, è un merdaio infame degno del terzo mondo: il concetto di igiene comprende tutta una profilassi che riguarda la catena di distribuzione alimentare, la catena di smaltimento dei rifiuti, la catena di profilassi veterinaria, la qualità degli acquedotti e dei sistemi fognari, e tante altre cose di cui il passante non si accorge quando passeggia per la strada. Un regime che si fa propaganda con gli spazzini potrà anche mostrare una città linda e pulita, ma se in quella città si fanno mercati della carne con animali vivi, state passeggiando in un merdaio infetto come in Europa non se ne vedevano dal 1100 Dc. Il regime cinese sta, a mio avviso, cercando di salvare la faccia perchè tutto parli di Polliun’organizzazione perfetta e di una reazione precisa e puntuale. Ma la diffusione di questa epidemia, e il suo passaggio dal visone all’uomo, parlano di una catena di allevamento del visone che ha condizioni di lavoro da terzo mondo.
E alla fine, puoi anche costruirmi un ospedale in sei giorni (immagino la qualità strutturale di quell’edificio), ma questo virus mi parla di baracche ove gli esseri umani che allevano visoni dormono col visone stesso. Dall’altro lato, la stampa occidentale sta cercando disperatamente di sbattere in prima pagina qualcosa di allarmante. Il terrore, l’ansia, la cultura della scarsità sono l’arma che consente di passare sopra a tante cose. Un popolo impaurito, ansioso, cerca di rifugiarsi nell’autorità. I mercati americani aspettavano da anni una scusa per giustificare un bel crac, e una bella epidemia è proprio quel che ci vuole. A differenza del 2008, se le stesse cattive pratiche di allora dovessero produrre una nuova crisi sistemica, nessuno andrebbe ad accusare i capitalisti: andrebbero tutti ad accusare il coronavirus. I numeri che abbiamo sino ad ora, anche nel caso peggiore che siano cinquanta volte più grandi e il governo cinese stia nascondendo qualcosa (come fece con la Sars a suo tempo), non sono allarmanti.
Tutto parla di una sindrome influenzale poco più forte del normale, altrimenti la Cina sarebbe già un immenso lazzaretto e i morti cinesi si conterebbero a decine di milioni (numero che, ricordo, in Cina è piccolo). Sarò molto sincero. Il coronavirus mi preoccupa molto meno di un asteroide. Quello che farò sarà di continuare a tenermi in forma, mangiare più sano che posso ed evitare l’automobile più che posso. Cosa che faccio già, e che mi espone a rischi ben maggiori rispetto ai numeri che leggo in giro. Anche i peggiori. Se poi a Wall Street decideranno di aver trovato un bel capro espiatorio per tirare i remi in barca e causare un’altra crisi, ci crederò il giusto. Questa non è un’epidemia di coronavirus: 1360 contagiati non sono un’epidemia, tantomeno una “pandemia”. è meno dei morti sulle strade che fa in Cina una specifica marca di Vodka. Questa è un’epidemia di panico. E l’unico vaccino è l’esticazzi.

(”Epidemia di panico”, da “Keinpfusch.net” del 25 gennaio 2020).

fonte: LIBRE IDEE

mercoledì 2 ottobre 2019

1985 a Sigonella: ultimo atto di sovranità nazionale


Marcello Pamio

Sono passati trentaquattro anni da quella notte tra il 10 e l’11 ottobre del 1985, quando l’Italia chiuse definitivamente il sipario sulla sovranità nazionale.
L’ultimo atto di libertà si svolse nel teatro di Sigonella, quando Bettino Craxi osò sfidare l’Impero degli Stati Uniti d’America.
Andiamo per ordine. In quei giorni molto febbrili e drammatici, avvenne il sequestro della nave Achille Lauro da parte di un gruppo di terroristi palestinesi.



Lunedì 7 ottobre 1985, qualche minuto dopo le ore 13 la nave da crociera si dirigeva in Israele, quando fu dirottata al largo di Port Said, in Egitto.
Il commando chiede la liberazione di una cinquantina di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. In caso contrario, minaccia di uccidere i passeggeri e di far esplodere la nave.
Immediatamente Yasser Arafat inviò sul posto Abu Abbas e mercoledì 9 ottobre la faccenda sembrava risolta: la nave venne liberata e i dirottatori imbarcati su un Boeing dell’EgyptAir.
Ma quello che sembrava un esito positivo fu sconvolto dalla notizia di un passeggero paralitico ebreo ucciso e scaraventato in mare dai terroristi.
La reazione statunitense non si fece attendere: il presidente Ronald Reagan dispose unilateralmente l’intercettazione dell’aereo egiziano, e l’ordine presidenziale arrivò fino alla portaerei USS Saratoga nel Mediterraneo, da dove decollarono quattro F-14 Tomcat che in pochi muniti intercettarono l’aereo, a 80 miglia a sud di Creta, costringendo il pilota del Boeing ad atterrare.
Iniziarono i problemi e le trattative, perché sia la Tunisia che Atene negarono all’aereo il permesso di atterraggio, per cui rimase una sola base a disposizione: Sigonella, in Sicilia.
Ovviamente la Casa Bianca voleva i dirottatori e mediatori palestinesi per processarli negli Stati Uniti, ma il Presidente del Consiglio Craxi era di un’altra opinione: la nave colpita batteva bandiera italiana e si trovava in acque internazionali, per cui sarebbero stati processati a Roma. Inoltre c’era la posizione di Craxi indubbiamentye proplaestinesi di Abu Abbas, che era un mediatore e non un complice, anche se il commando apparteneva alla sua fazione.
Sigonella



Quando l’aereo egiziano atterrò a Sigonella scortato da caccia americani, il Boeing 737 venne immediatamente accerchiato da 20 carabinieri e 30 avieri dei VAM, armi in pugno.
Dal C-141 americano uscirono invece una cinquantina di militari delle forze d’assalto SEAL’s che circondarono i carabinieri, puntando loro contro i fucili…
Ma l’ordine di Craxi di proteggere l’aereo con le forze militari era chiarissimo!
Quindi arrivarono altri due battaglioni di carabinieri che nel frattempo erano giunti da Catania e Siracusa, e che circondarono a loro volta i militari americani.
Tutti erano pronti a far fuoco, ma le circostanze non agevolavano certo gli americani, che erano circondati da carabinieri armati.
L’attore inquilino della Casa Bianca era in una situazione molto difficile: da una parte non poteva permettersi di far fare agli Stati Uniti una figura barbina dinnanzi al mondo, dall’altra non poteva neppure creare un incidente diplomatico con i sudditi italiani, perché il nostro Paese era - ed è - strategico per lo Zio Sam sulla scacchiera internazionale (ecco spiegato il numero di basi Usa che ospitiamo sul nostro suolo): senza l’Italia infatti gli USA avrebbero già perso il Mediterraneo da un pezzo!
Passarono pochi minuti che sembrarono ore, ma alla fine Reagan cedette ed i terroristi restarono in mani italiane per essere poi trasferiti a Ciampino.
Appena in volo dalla USS Saratoga decollarono altri due caccia F-14, per dirottare il 737 su basi più sicure, ma loro malgrado scoprirono che, a scortare il Boeing, c’erano anche quattro F-104 Starfighter dell’aeronautica militare italiana.
I piloti americani ed italiani, oltre ad insultarsi e minacciarsi via radio a vicenda, non fecero nulla, per cui dirottatori e mediatori atterrarono all’aeroporto di Ciampino alle ore 23:10 di venerdì 11 ottobre.
Gli USA volevano arrestarli ed estradarli, ma Roma si mise ancora di traverso.
Così, per far uscire al più presto Abu Abbas dall’Italia, Craxi alle 18:30 fece decollare nuovamente il Boeing con destinazione Fiumicino, dove Abbas venne sistemato su un aereo di linea yugoslavo che partì per Belgrado.
Gli americani, furiosi, minacciarono di rimpatriare l’ambasciatore, ma alla fine dovettero ingoiare l’amarissimo rospo, poiché la sudditanza italiana era funzionale; tuttavia il nome di Bettino Craxi venne marchiato a fuoco sul libro nero dell’Impero…
Anche se Craxi, probabilmente per rimediare allo sgarro fatto, concesse segretamente a Reagan la base di Sigonella per attaccare la Libia di Gheddafi. Attacco che avverrà nel marzo 1986, quando il colonnello era accusato di essere dietro gli attentati compiuti in varie parti del mondo da terroristi arabi. Ma va ricordata la posizione del presidente del Consiglio Craxi per la questione mediorientale: era un sostenitore della causa palestinese, mentre per esempio il Ministro della Difesa Giovanni Spadolini era al contrario proisraele…
Comunque sia per la prima volta nella storia dell’Italia, un politico non ha piegato la testa dinanzi ai Poteri Forti, in questo caso americani, facendo valere e rispettare la sovranità e autonomia di un Paese!
Come detto, per Bettino Craxi la lunghissima notte di Sigonella fu l’inizio di un declino politico e sicuramente anche fisico: d’altronde andare contro il Sistema porta a pagarne lo scotto!
Possiamo dire tutto quello che si vuole su Bettino Craxi, ma quello che lo statista fece a Sigonella ha una valenza unica che rimarrà nella storia! Nonostante minacce e pressioni da parte della potenza più arrogante del mondo, Craxi è riuscito a far valere e rispettare la sovranità nazionale e il sacrosanto diritto dell’inviolabilità del territorio e delle leggi nazionali.
E questo lo ha pagato sulla propria pelle…
Se all’epoca ci fosse stata una mascherina come Giuseppe Conte o un traditore come Gigino Di Maio (e naturalmente anche tutti gli altri), alla telefonata del presidente americano le braghe sarebbero calate ai piedi in un secondo, mostrando il culetto rosa e ben rasato ancora prima che i caccia militari avessero acceso i motori!
L’Italia, dal luglio 1981, con il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro messo in atto dal massone Beniamino Andreatta, ha perduto la sovranità monetaria, e dal 1985 anche quella politica.
Non a caso gli ultimi decenni hanno visto al governo mezze calzette pronte a prostituirsi ai poteri consolidati…

fonte: https://disinformazione.it/

mercoledì 14 agosto 2019

tossicodipendenza alimentare

“L’uomo è l’animale più ammalato sulla terra; nessun altro animale ha violato così tanto le leggi dell’alimentazione quanto l’uomo; nessun altro animale mangia scorrettamente quanto l’uomo.”
Arnold Ehret


Carla Sale Musio

Ci hanno insegnato che per vivere bene e in salute è necessario nutrirsi in modo equilibrato, sano e regolare ma, se osserviamo il nostro stile di vita, vediamo che l’alimentazione oggi non è più uno strumento al servizio della sopravvivenza.
Mangiare è diventato:
- un’opportunità per incontrarsi,
- un modo per allentare le tensioni,
- l’occasione per fare festa,
- un antidepressivo,
- il momento in cui raccontare e raccontarsi,
- un tempo dedicato a se stessi,
- una pausa che permette di riordinare le idee e di riflettere,
- un mezzo per scambiare l’affetto…

Insomma, si mangia per tante ragioni diverse e tutte molto distanti dalla necessità di mantenersi sani.



Ben lontano dai bisogni legati alla sussistenza, il cibo è soprattutto un’esigenza culturale, sociale, economica e commerciale, talmente importante da condizionare tutta l’organizzazione delle nostre giornate.

Parliamo di alimenti quasi continuamente… per raccontarci cosa abbiamo mangiato, per scambiarci le ricette, per condividere i gusti, le avversioni o le preferenze, per informarci sui luoghi dove si può assaggiare questo o quello, per programmare incontri e riunioni di ogni tipo.

Portare qualcosa alla bocca è diventata una compulsione, un comportamento stereotipato e insopprimibile agito in maniera istintiva, automatica e ripetitiva nel tentativo di placare l’ansia che lo sottende.
E naturalmente più mangiamo più aumenta la necessità di mangiare.
E più il mercato alimentare ci mette a disposizione golosità e occasioni sempre nuove per riempirci lo stomaco.

Così, se un tempo tre pasti al giorno erano un privilegio riservato a pochi, oggi la quantità di spuntini, merende, snack, stuzzichini e rompi digiuno a disposizione di chiunque, ha fatto lievitare le occasioni per sbocconcellare qualcosa, col risultato di renderci vittime di una fame coattiva e patologica.

Grazie all’offerta esagerata e a alla sollecitazione continua, la nutrizione si è trasformata in una droga, legale e a buon mercato, al servizio di interessi economici sempre più consistenti.
Oggi la fame non indica più il bisogno di mantenere in vita il corpo ma è la conseguenza di un’eccessiva stimolazione dei centri nervosi, che segnalano forzatamente all’organismo la mancanza di nutrienti e la necessità compulsiva (e perciò mai soddisfatta) di procurarsi gli alimenti necessari alla sopravvivenza.

Quello che mangiamo, infatti, lungi dall’essere sano e nutriente, è quasi sempre un concentrato di sostanze tossiche che ne permettono la conservazione garantendone la praticità a discapito della qualità.

L’involucro curato, le immagini colorate e suggestive, le didascalie invitanti stampate sulle scatole dei prodotti, ci raccontano una realtà fittizia, molto diversa dal contenuto che acquistiamo e che mettiamo nel nostro stomaco.

Siamo vittime di una fame insaziabile, indotta con abilità dalle pubblicità e dai mass media, e funzionale al soddisfacimento dei profitti delle multinazionali alimentari e delle case farmaceutiche.

Ciò che trangugiamo continuamente, convinti di mantenerci in buona salute, purtroppo non riguarda più le sostanze necessarie a conservare sano il corpo ma interessa i centri della dipendenza e dell’assuefazione.
Ingerire alimenti senza mai sfamarsi realmente è una patologia nascosta da cui hanno origine tante altre gravi malattie che sono la conseguenza di una frenetica e pericolosa bulimia sociale.

Mangiare è diventata un’abitudine dannosa che ci allontana sempre di più dall’ascolto del nostro organismo e delle sue reali necessità.

DROGHE LEGALI

Chiamiamo droghe, tutte le sostanze che avvelenano il corpo causando dipendenza.
E, a ben guardare, la maggior parte degli alimenti in commercio possiede i requisiti necessari per essere annoverata proprio tra questo tipo di sostanze.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce sostanze stupefacenti le sostanze che provocano nell’organismo:

- tolleranza, cioè la capacità di sopportarne la tossicità in dosi gradualmente sempre più elevate
- assuefazione, cioè il degradare dell’effetto, fisico e psichico, e la conseguente necessità di aumentarne costantemente le dosi
- dipendenza, cioè la necessità di introdurre costantemente tali sostanze per evitare crisi di astinenza


Le forme di dipendenza si suddividono inoltre in:
- dipendenza fisica che riguarda le alterazioni del funzionamento biologico
- dipendenza psichica che riguarda le alterazioni dello stato psichico e comportamentale

Basta osservare il nostro modo di sgranocchiare qualcosa in continuazione, per renderci conto che quasi tutti gli alimenti che consumiamo abitualmente soddisfano questi requisiti.

Cioè scatenano nel corpo e nella mente la necessità di consumarne in quantità sempre maggiori, sopportandone la tossicità, e aumentandone progressivamente le dosi per evitare di andare incontro a crisi di astinenza.

Crisi che si producono inevitabilmente nel momento in cui proviamo anche soltanto a pensare di limitarne il consumo!

Proprio come ogni altra droga, il cibo modifica la percezione della realtà, causa dipendenza e assuefazione ma, soprattutto, genera una serie infinita di problemi legati all’abuso che se ne fa e alla conseguente sovralimentazione, la vera origine di tante terribili malattie che tormentano questo nostro periodo storico.
Per vivere bene e in salute basterebbero pochissimi nutrimenti, semplici e privi di elaborazione.

Il mondo animale ci insegna che mangiare ogni tanto poche cose e di un solo tipo alla volta, consente di vivere a lungo e in buona salute.
Tra le altre specie, infatti, non esistono le patologie che affliggono gli esseri umani (e i loro animali di affezione).

Un’abile e scaltra manipolazione delle informazioni, però, ci spinge a credere che le nostre necessità di mangiare siano notevolmente superiori alle reali esigenze del corpo.
Questa pericolosa ipnosi di massa, innesca i meccanismi dell’assuefazione e della dipendenza creando una giustificazione incrollabile ai bisogni (indotti) della sovralimentazione di cui siamo vittime.

Così, spinti da un desiderio provocato ad arte, ci preoccupiamo del sapore molto più che della qualità e delle effettive necessità dell’organismo, mangiamo troppo e male, mentre le sostanze, che ingoiamo compulsivamente, non ci nutrono e ci lasciano cronicamente affamati e insoddisfatti.

Nascono in questo modo, tante patologie fisiche e psichiche, conseguenza dell’intossicazione alimentare occultata dietro l’affermazione innegabile: “Mangiare è necessario per vivere”.
Ma è proprio vero?
Si mangia per vivere o siamo stati programmati per mangiare?

Nella specie umana sembra che il cibo sia diventato l’unica ragione di vita, senza la quale l’esistenza si ridurrebbe a una terribile crisi di astinenza.
Talmente intensa da condurre in breve tempo alla morte.
Siamo vittime di una droga lecita e facilmente reperibile dappertutto, che ci solletica con varietà e sapori sempre nuovi per tenerci incatenati dentro un invisibile schiavismo alimentare.

Liberarsi da questa dipendenza è un’impresa difficilissima e spesso impossibile.

Chi prova a ridurre la quantità degli alimenti deve misurarsi con gravi crisi di astinenza, devastanti dal punto di vista fisico e soprattutto psichico.

Siamo costantemente bombardati di messaggi mirati a sostenere l’imprescindibile necessità di riempirci lo stomaco in continuazione, variando il più possibile gli alimenti e quindi ingurgitando enormi quantità di sostanze nocive.

Viviamo intrappolati dentro una cultura volta a sostenere l’importanza di una nutrizione abbondante, ricca e variata, e finalizzata a mantenerci vittime di alimenti sempre più narcotizzanti e dannosi.
Per superare questa tossicodipendenza alimentare è indispensabile liberarsi dal dogma che “mangiare è necessario per vivere” e prendere coscienza della manipolazione commerciale fatta a spese della nostra salute.

Ognuno deve compiere da solo i passi necessari alla propria disintossicazione, assecondando e sostenendo la saggezza interiore (troppo spesso occultata dai morsi incalzanti delle astinenze e della bulimia) senza deresponsabilizzarsi delegando ad altri la gestione della propria vita ma riappropriandosi del diritto a condurre un’esistenza sana e piena di energia.

MA ALLORA COSA SI DEVE FARE?

Per vincere la dipendenza dal cibo è fondamentale:
- osservare con attenzione il proprio modo di mangiare
- intervenire per modificarlo come se si trattasse di una tossicodipendenza
- prevedere e gestire le inevitabili crisi e il boicottaggio che la scimmia della dipendenza scatena nella mente e nel corpo quando si cerca, anche solo per un momento, di programmare una riduzione
- monitorare i pensieri che imbrogliano continuamente la coscienza per giustificare e permettere la bulimia e la compulsione alimentare.

E’ indispensabile agire con determinazione ma con gradualità:

- individuando le fonti di informazione attendibili e non strumentalizzate da interessi economici
- imparando a sostituire le sostanze tossiche con altre, meno tossiche e progressivamente sempre più sane
- aggirando le problematiche dell’astinenza con cibi/metadone opportunamente preparati per gestire i momenti critici
- ripristinando progressivamente le condizioni necessarie al benessere naturale e alla salute del corpo.

Mangiare poco e in modo semplice e sano è l’obiettivo di una riconquistata libertà alimentare che ripristini il piacere di vivere in armonia con il creato e con i suoi ritmi, riportando il senso del gusto nelle giuste proporzioni.

Non si vive per mangiare e non si mangia per vivere.Si mangia perché è bello assaporare qualcosa riconoscendo alla natura il valore dei suoi doni e della semplicità.
Ed è bello solamente quando non se ne diventa schiavi.

Fonte: carlasalemusio.blog.tiscali.it  (l'articolo, già pubblicato nel 2012, è oggi off line)

fonte: LA CREPA NEL MURO