lunedì 21 agosto 2017

siede accanto a Cristo. Il cenacolo di Leonardo: il suo amante è quì!


"In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà" . I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse : “Di’, chi è colui a cui si riferisce?”.  Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore chi è?”
-dal Vangelo secondo Giovanni -





1495-1498 Milano, Convento di Santa Maria delle Grazie, ex refettorio adiacente. L’affresco tradizionale andava contro la sua natura meditativa, riflessiva e mutevole. Egli amava tornare sui suoi lavori per modificarli, stravolgerli o intensificarli. Le pareti esigevano velocità nella stesura a causa dell’essiccazione dell’intonaco. Il muro con la sua venatura statica era un limite espressivo, l’opacità che rifletteva, non donava la luce, che l’olio su tela emetteva. Ed egli tramite la luce evocava i “Moti dell’Anima”, l’arte di imprigionare i sentimenti, le emozioni ed il pensiero dei suoi personaggi, come se la scena si svolgesse nel medesimo istante della nostra visione. In un eternità di volte. Una rivoluzione, non una rievocazione, ma una partecipazione presente dell’evento. Leonardo escogitò una nuova tecnica, per render l’affresco come una grande tela, fallendone il risultato pochi anni dopo il termine della grandiosa opera, che a causa dell’umidità, e dei composti utilizzati, andava deteriorandosi velocemente.

Dopo questa breve introduzione, vorrei però non soffermarmi sul lato tecnico dell’opera, ma bensì sul suo significato forse più autentico, e per capirlo forse bisognerebbe chiedersi chi fosse il grande maestro.

Leonardo, uomo dal genio indiscusso, versatile artista, scienziato dall'aspetto incantevole, Vasari lo descriverà come l’essere più bello di Firenze, artista che pose al centro di ogni ricerca l’uomo, in quel clima rinascimentale, umanistico di fiducia di centralità assoluta; l’umanità che grazie alla pensiero, al vero, al giusto ed il bello poteva risorgere, e in armonia comprendere l’universo.

Leonardo fu un’uomo di poca fede religiosa, la ritrovò solamente in punto di morte, quei dogmi religiosi urtavano la comprensione dei fatti basata su prove analitiche.
Di buon carattere, scherzoso e giocoso, amava circondarsi dei suoi giovani apprendisti di bottega, ma amava anche la solitudine, nella quale trovava la completezza per creare.
L’uomo di scienza più grande del suo tempo, che fu non compreso ed accettato dalle accademie, per il semplice motivo della non conoscenza del latino. Lingua di tutto il sapere.
Qui forse con cautela e disaccordo di molti, vorrei raccontarvi l’inclinazione omosessuale del genio toscano; non per crearne clamore, ma bensì come chiave di lettura per molte sue opere.


Ricordo d’infanzia di Leonardo “Codice Atlantico”
...Nella prima ricordazione della mia infanziae mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venisse a me e mi aprissi la bocca con la sua cosa e molte volte mi percotessi con tal coda dentro le labbra.
L’interpretazione di questo sogno fu analizzata da Freud e da Jung, decifrando il nibbio nella figura della madre, mentre la coda è il pene che il fanciullo ha pensato come attributo sessuale della madre; da seno dell'allattamento, diviene un pene, in un atto di sesso orale passivo.
In seguito il 9 aprile 1476 Leonardo fu denunciato anonimamente insieme ad altri uomini con l’accusa di sodomia nei confronti del giovane Jacopo Saltarelli, l’artista fu assolto grazie alla sua fama e conoscenza, la condanna avrebbe posto termine alla vita dell’artista.
Ma la chiave di tutto resta lui, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì (diavolo, nomignolo datogli dal maestro).
Allievo prediletto, che divenne una delle persone più vicine al maestro, dal carattere enigmatico, tentatore, irrequieto, dall'aspetto femmineo, fu utilizzato da Leonardo come modello per la sua raffinata bellezza in nudi erotici e ritratti ammalianti.
Seguii da Vinci in tutti i suoi viaggi e fu presentato nelle prestigiose corti in cui si recavano.
Corse in Francia al peggioramento di salute di Leonardo, ma non ci fu nel suo ultimo istante.
Ereditò dei quadri dal maestro, ma molto di questo personaggio è ancora velato dal mistero.


Il Cenacolo.
Cristo domina la scena centrale, isolato, il volto chino verso il basso, rassegnato dalle parole appena annunciate.
Alla sua destra a differenza di altre opere che rappresentavano la stessa storia, Giovanni non è reclinato sul petto di Gesù per il semplice motivo che Leonardo narra la scena precedente.
La certezza che quel Discepolo sia Giovanni e non una donna è data dal fatto, che egli non poteva mancare in una rappresentazione iconografica, essendo l’apostolo più caro a Cristo, alla quale venne affidata la madre, quando morente si trovava in croce, e fu l’unico apostolo ad osservarne l’intero calvario e la deposizione del suo corpo dalla crocifissione.
Inoltre la raffigurazione di Giovanni con tratti effeminati era una ricorrenza classica del personaggio, per esaltarne la purezza e la sua giovinezza.
Ma osservando bene il volto del Giovanni di Leonardo, si possono riconoscere tratti del viso del sui allievo, il Salaì.


Un’individuo perfetto che racchiude l’essenza maschile e femminile in un unico corpo, che possiede il carattere e la forza di un uomo ma anche la passione, la sensibilità e l’amore di una donna.
Una bellezza autentica che Cristo sceglie ed ama, come ogni diversità punita dalla società di allora , di oggi, come la prostituta che egli salva ed accoglie, la Maddalena.
Un giovanni che svela la natura dell’amore per quel ragazzo da parte del maestro, e che celebra senza vederne il male in segreto  ma al corrente del messia.
Un giovanni Apostolo che dagli scritti non ebbe mai moglie, che passava il tempo con Maria e le altre donne, un Giovanni che in forma platonica amava Cristo.
E la mancanza del Calice di Cristo sulla tavola?
L’Apostolo Giovanni non lo ha mai citato nel suo testo.

Simone De Bernardin

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

ciao Jerry



MACCHINA DA SCRIVERE

venerdì 18 agosto 2017

The Frontman: il vero Bono, una vita nel nome del potere

«“The Frontman” non si limita a smascherare il luccicante principe del “chiagni e fotti” Bono Vox, ma sfascia l’intera narrazione tossica sui nababbi buoni, i miliardari impegnati, i Live Aid per smacchiare la coscienza, i turlupinatori che parlano di fame in Africa e sono culo e camicia con le multinazionali che devastano l’Africa e il mondo», scrive Wu Ming 1, presentando il libro di Harry Browne sull’ingombrante leader degli U2. Un pamphlet ironico e graffiante, un vero e proprio atto di accusa nei confronti della superstar irlandese: «Senza metterne in discussione i meriti del successo musicale, ne attacca le modalità nell’uso politico di questo successo», annota “Il Megafono Quotidiano”. E’ una biografia non convenzionale di Bono Vox, che lo vede da una parte impegnato ad evitare di pagare le tasse nel suo paese, e dall’altra ergersi a «volto premuroso della tecnocrazia globale» assumendo, senza alcun tipo di mandato, il ruolo di portavoce per l’Africa, fornendo “copertura umanitaria” ai leader del G8 e alle loro politiche. Con un linguaggio depoliticizzato in cui il mondo dei poveri esiste solo come oggetto di attenzione pelosa, “buona causa” da ostentare in società.
L’associazione no-profit “One”, da lui fondata, sostiene di lavorare per conto dei poveri ma, ci svela l’autore, è composta in gran parte da multimilionari, dirigenti d’azienda e politici statunitensi. Tra i suoi membri si scoprono Condoleezza Rice Bono e Obama(consigliere di George W. Bush che ha promosso la guerrain Iraq) e Larry Summers (economista della Banca Mondiale che ha contribuito a deregolamentare Wall Street) e solo due membri africani: un magnate dell’industria dei telefoni cellulari e un ex amministratore delegato della Banca Mondiale. Non proprio i migliori rappresentanti dei poveri. «Diffidate dei ricchi & famosi che si proclamano “in guerra contro la povertà”», aggiunge Wu Ming 1. «Si avrà una vera guerra alla povertà quando i poveri insorgeranno contro i ricchi. E se mai verrà quel giorno, non sarà un buon giorno per Bono». Non sarà facile insabbiare i dati di fatto raccolti da Harry Browne, sostiene “Counterpunch”: «Nel corso della propria vita, Bono è diventato ricco sfondato. Fico. Adesso usa il proprio status di celebrità rock per guadagnarsi l’accesso ai (e cospargere un po’ di polvere d’oro rock’n'roll sui) pezzi grossi al potere. Già meno fico. Nel mentre, fa prediche sui poveri e sui malati di The FrontmanAids in compagnia di certi elusori fiscali davvero luridi e di destra, e coi “migliori” di questi accumula ricchezze e ci elude il fisco insieme. Proprio per niente fico».
Per George Monbiot, autore di una recensione sul “Guardian”, quello di Browne è un un libro «brillante e ustionante», dal momento che Bono e altri come lui «si sono appropriati di uno spazio politico che altrimenti sarebbe stato occupato dagli africani di cui si riempiono la bocca». Bono, di fatto, «è visto dai leader mondiali come rappresentante dei poveri», ma «questi ultimi non sono mai invitati a parlare». La cosa «funziona bene per tutti quanti… esclusi i poveri». Harry Browne è libero docente alla School of Media del Dublin Institute of Technology. I suoi articoli sono apparsi su “Counterpunch”, sulla “Dublin Review” e in altri giornali irlandesi. Nato in Italia e cresciuto negli Stati Uniti, Browne vive in Irlanda dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso.
(Il libro: Harry Browne, “The Frontman. Bono (nel nome del potere)”, edizioni Alegre, 283 pagine, 15 euro, edizione italiana a cura di Wu Ming 1 e Alberto Prunetti).

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venerdì 11 agosto 2017

la tragedia del 1978 in Ossola raccontata da un sopravvissuto


Estate 1978.
Vacanze estive a Santa Maria Maggiore.C'erano due campeggi, uno sulle rive del Melezzo, l'altro nella piana, ai piedi dei monti verso la Valgrande. Scegliemmo quest'ultimo, memori della saggezza dei nostri vecchi, che consigliavano sempre di non mettersi sulle rive di un torrente.
Questa decisione ci salvo'probabilmente la vita, perché il campeggio sul Melezzo fu devastato dalla piena che trascinò via anche le persone. Arrivammo la mattina di lunedì 7 agosto in valle e passiamo la giornata a sistemare la roulotte nella piazzola del campeggio.


Nel tardo pomeriggio, mentre la radio trasmetteva le prime notizie sulla morte del papa Paolo VI, cominciò a piovere sempre più violentemente, a tratti anche con grandine. Erano ormai quasi dieci di sera e il frastuono del nubifragio all'interno della roulotte era talmente assordante che decisi di uscire per capire cosa stesse capitando.


Mi trovai immerso fin quasi alle ginocchia in un vero e proprio fiume di acqua limacciosa che scendeva dai fianchi della montagna,trascinando sassi, tronchi e ogni genere di materiali inerti. 
Vidi che gli altri campeggiatori cominciavano ad abbandonare precipitosamente tende e roulotte per rifugiarsi nella casetta che serviva da spaccio e ritrovo; anche noi, afferrate alcune coperte e i documenti, riuscimmo ad arrivare con l'auto fino alla casetta. 
Poi la luce elettrica si interruppe e rimasero solo le candele e le torce. 
Anche la linea telefonica smise di funzionare. 
Mentre cercavamo riparo con tutti gli altri, nel gran frastuono dell'alluvione si udirono disperate grida di donna provenienti da una vicina tenda, già quasi travolta dalla furia delle acque.


Facendo una catena umana, riuscimmo a raggiungere e soccorrere due donne rimaste intrappolate  in ciò che restava della loro tenda e talmente atterrite da non riuscire più  a muoversi.
Ce la facemmo a metterle in salvo, e tutti ci rifugiammo  al piano  superiore della casetta dove c'era un salone.
L'acqua violenta, oltre alle tende e alcune roulotte, trascinò via anche delle automobili, ma per fortuna non  la nostra.
La notte passò così nel buio completo, senza notizie - non esistevano telefoni cellulari e internet !! - con il frastuono di acqua, pietre, alberi che rotolavano in basso e il terrore che le acque raggiungessero  il piano a cui ci trovavamo. Nessuno dormi', tranne Francesco, avvolto in una coperta sotto un tavolo (aveva due anni...).


Arrivò così l'alba di martedì 8 agosto, giorno che poi i giornali indicarono come data dell'alluvione, anche se in realtà  essa avvenne nella notte tra il 7 e il 8 .
La vista che ci si presentò era davvero allucinante: eravamo completamente isolati da una massa limacciosa di acqua che trasportava verso la bassa valle ogni genere di rottami e animali morti, il campeggio era distrutto,un parco giochi lì vicino non esisteva più. 
Per fortuna, nessuno di noi si era fatto male.
Nel pomeriggio di quel martedì  (nel frattempo le acque si stavano abbassando ) arrivò  una camionetta con due carabinieri. Ci diedero le prime notizie:  morti e feriti, case ponti e strade distrutti, la valle  completamente isolata, niente luce telefono e acqua. Ci aiutarono a raggiungere il centro di Santa Maria, che non aveva subito gravi danni: il disastro era tutto intorno, ove era crollato anche un condominio .


Fummo ospitati per le tre notti seguenti nella casa di villeggianti novaresi, e dormimmo su materassi stesi a terra in cucina.
La generosità  dei vigezzini e dei turisti fu encomiabile  verso quelli che avevano perso tutto o quasi.
Passammo i giorni di mercoledì e giovedì nel cercare di risistemare il campeggio, recuperare dal fango quello che si poteva e liberare la roulotte da sassi e tronchi: le tende erano state spazzate via. A quei tempi non esisteva la Protezione Civile, e tutta la gente che si trovava in Val Vigezzo si adoperò in ogni modo per ripristinare un minimo di vivibilità.


Finalmente venerdì fu riaperta la strada che da Re scendeva verso la Svizzera, e i carabinieri formarono una colonna di auto e roulotte (tra cui nostra)  e la scortarono  fino al Lago Maggiore; viaggio lento e difficile, su una strada stretta che aveva subito anche parecchi danni. Impiegammo  dodici ore per un tragitto che in genere richiedeva meno di due ore.
Ma eravamo finalmente a casa sani e salvi.
Sono passati 36 anni da quei terribili giorni di agosto. 
Ho girato tutto il mondo, per diletto e per lavoro: sono salito su centinaia di aerei e ho viaggiato su ogni tipo di strada.....
Ma non sono mai più  tornato in Val Vigezzo!

[Teruggi Pietro Giuseppe]

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martedì 1 agosto 2017

Costituzione, la più bella del mondo? Quella di D’Annunzio

Liberi tutti: senza distinzioni di classe, sesso, lingua, razza, religione. Democrazia diretta, suffragio universale, referendum, leggi di iniziativa popolare. Cariche pubbliche provvisorie, risarcimenti tempestivi da parte dello Stato. Sarebbe bello se esistesse, oggi, una Costituzione così. Esisteva: cent’anni fa. La promosse il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio, dopo la “riconquista” di Fiume, in Istria, alla testa dei suoi “legionari”, esponenti della corrente socialista del primo fascismo. La Carta del Carnaro, varata nel 1920 nella città croata (oggi Rijeka), è un manuale che traduce in pratica, in modo spettacolare, l’utopia libertaria: garantisce «la sovranità collettiva di tutti i cittadini», a partire dai lavoratori. Scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e modificata in parte da D’Annunzio stesso, ricorda “Wikipedia”, la Carta del Carnaro prevedeva «numerosi diritti per i lavoratori, le pensioni di invalidità, l’habeas corpus, il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di opinione, di religione e di orientamento sessuale», e persino «la depenalizzazione dell’omosessualità, del nudismo e dell’uso di droga». E poi «la funzione sociale della proprietà privata, il corporativismo, le autonomie locali e il risarcimento degli errori giudiziari, il tutto molto tempo prima di altre carte costituzionali dell’epoca».
La Costituzione, è scritto nella Carta, «garantisce a tutti i cittadini l’esercizio delle fondamentali libertà di pensiero, di parola, di stampa, di riunione e di associazione. Tutti i culti religiosi sono ammessi». Per legge, inoltre, il lavoro deve essereD'Annunzio«compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita». Lo Stato offre «l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere». E attenzione: «La Repubblica considera la proprietà come una funzione sociale, non come un assoluto diritto o privilegio individuale». Nazionalizzazioni: «Il porto e le ferrovie comprese nel territorio della Repubblica sono proprietà perpetua ed inalienabile dello Stato». Banca centrale pubblica: «Una Banca della Repubblica controllata dallo Stato avrà l’incarico dell’emissione della carta-moneta e di tutte le altre operazioni bancarie».
Oggi più che mai, scrive il blog “L’Intellettuale Dissidente”, vale la pena di rileggere – in controluce – quella carta costituzionale voluta da D’Annunzio, dopo l’impresa di Fiume progettata per scuotere le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, che non intendevano assegnare all’Italia la città istriana. Promulgato l’8 settembre del 1920, quel modello costituzionale «rappresentò un’avanguardia storica, legislativa, culturale e sociale all’interno del XX secolo». Fondata su basi sociali e nazionali, la Carta del Carnaro esprime «la prima forma compiuta di sintesi tra capitale e lavoro all’interno di un ordinamento giuridico». Modella una forma repubblicana di Stato, per tutelare libertà e indipendenza, sovranità, prosperità, giustizia e dignità morale. «Garantiva l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di razza, religione, lingua o classe; differenza fondamentale rispetto ai principi del socialismo pubblicati nel 1848 da Marx e alle derive della seconda parte del Alceste de Ambrisventennio fascista». Era ispirata dai leader del sansepolcrismo, il proto-fascismo “di sinistra”: oltre allo stesso D’Annunzio e a de Ambris, personalità come quelle di Filippo Corridoni e Vittorio Picelli, esponenti del sindacalismo rivoluzionario dell’epoca.
«Di fondamentale importanza la concezione dello Stato e dell’istruzione pubblica», aggiunge “L’Intellettuale Dissidente”, «per non parlare di quella della proprietà privata espressa nell’articolo 6, nel quale trova risalto la funzione sociale della stessa in opposizione al privilegio individuale o al diritto assoluto di liberale memoria». L’ispirazione viene dal filosofo inglese John Locke, da cui il «ruolo concessorio del lavoro, considerato l’unico mezzo atto a garantire titolo legittimo di proprietà su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio». In altre parole, la Carta configura «una sintesi superba delle due vie, innovativa e rivoluzionaria al tempo stesso». Rivoluzionaria anche sul piano della teoria economica quando istituisce una banca centrale nazionale controllata dallo Stato, alla quale è demandato in via esclusiva l’incarico dell’emissione della carta-moneta: «Stiamo parlando dunque di ciò che oggi manca in Italia e in Europa dopo la sciagurata scelta dei nostri governi di aderire al progetto della moneta unica europea e di utilizzare fino al limite estremo l’articolo 11 con le limitazioni alla sovranità nazionale».
Scelte che oggi appaiono immutabili per il popolo, ma che allora – a Fiume – erano ciclicamente rinnovabili, per diritto e per legge. «La Costituzione veniva infatti riformata ogni dieci anni o su iniziativa degli organi competenti in qualsiasi momento». Di fatto, «una scelta saggia, effettuata secondo la eraclitea concezione del divenire: un divenire storico, al quale la legge deve inevitabilmente adeguarsi per perseguire il bene comune ma mantenendo intatta la stella polare dell’identità di un popolo come guida nei cambiamenti». Aggiunge il blog: «Ritroviamo questo concetto nel convinto e fiero risalto del ruolo dei Comuni. Dalla lega dei Comuni contro il Barbarossa, alla nascita del capitalismo come modo di produzione nelle città autocefale Il primo manoscritto della Carta del Carnarodell’Italia medievale, l’identità più viva di un popolo veniva riconosciuta e sublimata con un’apposita parte della Costituzione dedicata a questa forma di governo locale. Il tessuto capillare dei Comuni e il loro virtuosismo comunitario in contrapposizione agli attuali mostri burocratici partoriti negli anni 70: le Regioni».
Che dire poi della concezione democratica e legislativa nata a Fiume. «La riproposizione dell’antico strumento corporativo, come superamento della dicotomia liberalismo-socialismo», aggiunge “L’Intellettuale Dissidente”, «sarà l’incubatore delle svolte mussoliniane, ma l’intero capitolo dedicato alle corporazioni assieme a quello dedicato al potere legislativo rappresentano un alveo futurista all’interno del quale proiettare un’idea rivoluzionaria di Stato». In altre parole, «si tratta della fusione dei concetti di democrazia, capitale e lavoro». La creazione di una doppia camera con potere legislativo, quella dei Rappresentanti e il Consiglio Economico, costituiscono un moderno superamento della stasi democratica dell’epoca e un fiero nemico del bolscevismo sovietico, anche se molti “legionari fiumani” non nascondevano, allora, la loro simpatia per la neonata Urss. La Carta di D’Annunzio dichiarava guerra all’immobilismo e alla corruzione. Gli amministratori “voraci”, nel 1920 «sarebbero stati perseguiti dall’articolo 12 con la revoca dei diritti politici», misura destinata a punire i colpevoli di reati «infamanti» e quelli «che vivono parassitariamente a carico della collettività».

fonte: http://www.libreidee.org/

lunedì 31 luglio 2017

ciao Jeanne

« Ogni volta che me la immagino a distanza la vedo che legge non un giornale ma un libro, perché Jeanne Moreau non fa pensare al flirt ma all'amore. »

(François Truffaut)



sabato 29 luglio 2017

il faraone ribelle cancellato dalla storia


Alcune visioni tornano sempre, ti tormentano per giorni, settimane e mesi.
La scultura che Michelangelo ha dedicato a Mosè, presente all’interno della chiesa di San Pietro in Vincoli di Roma, appartiene a quella rarissima schiera d’enigmi e visioni che non abbandonano mai il nostro essere. 
Le corna si rifacevano al semplice errore di traduzione?
Potevano commettere errori simili?
San Gerolamo tradusse il testo ebraico della Bibbia nella vulgata. Tale versione rimase ufficiale per molti secoli. La frase che Gerolamo tradusse dal libro dell’esodo, ignorabat quod cornuta esset facies sua in altre parole ignorava che la sua faccia fosse cornuta, sembra essere la base, fonte d’ispirazione, per molti artisti.
Ritorno a Roma, almeno con il pensiero.
La statua trova fondamento nell’episodio biblico dell’esodo. A Mosè fu affidata la missione di condurre il popolo eletto fuori dei confini dell’Egitto, luogo nel quale vivevano in schiavitù, per guidarli verso la terra promessa dove Mosè avrebbe fondato una nazione basata sul monoteismo. Mosè ed il suo popolo iniziarono un lungo viaggio dall’Egitto verso ovest, in direzione dell’attuale Israele. Attraversarono il deserto del Sinai per accamparsi alle pendici del Monte dove al prescelto apparve Dio. Mosè ridiscese il Monte con in mano le tavole della Legge, fondamento della morale Giudaico – Cristiana.
Questo passaggio biblico è da tutti conosciuto, le interpretazioni si sprecano per il passaggio successivo: quando il prescelto si avvicina all’accampamento si rende conto che i suoi uomini sono ritornati al culto politeista e, preso dalla rabbia, lancia violentemente le Tavole della Legge, rompendole al suolo.
Supposizioni ed idee si alternano nella mente.


All’improvviso un vivido ricordo di nome Amenofi IV, che chiamò se stesso Ekhnaton.
Al nome di Mosè è legata l’idea del monoteismo tuttavia non fu il primo ad affermare la rivoluzione monoteistica, bensì il faraone Ekhnaton, che regnò in Egitto nel XIV secolo.
Incredibile concatenazione d’ipotesi ed idee.
Di Mosè non sappiamo se sia realmente vissuto, ma la memoria del suo nome ha accompagnato per secoli la civiltà giudeo–cristiana. Di Ekhnaton sappiamo con esattezza quando e come è vissuto, ma subito dopo la morte gli oppositori ne condannarono la memoria con ferocia tale che solo recentemente gli egittologi sono riusciti a ricostruire le sue gesta.
Uomo della memoria. Uomo della storia.
Devo approfondire gli eventuali legami, ove essi esistono.
Amenofi IV fu faraone egiziano della XVIII dinastia (tra il 1370 ed il 1340 circa prima dell’avvento di Cristo). Dai primi anni del regno cercò di contrastare lo strapotere dei sacerdoti del dio Amon introducendo il culto dell’antico dio Aton. Nel sesto anno del regno il faraone modificò il proprio nome in Ekhnaton – colui che è utile ad Aton – ed abbandonò la città di Tebe, fondando la nuova capitale Akhetaton – l’orizzonte di Aton – o El Amana. Nel nuovo regno abolì il politeismo ordinando che fosse adorato il solo dio Aton.


Il suo regno finì in modo oscuro.
Poco dopo la sua morte, si presume nel 1338 avanti la venuta di Cristo, il suo nome fu cancellato dagli elenchi dei Re, furono abbattuti i suoi monumenti, distrutte le sue raffigurazioni e le sue epigrafi.
Fu eliminata qualsiasi traccia del suo passaggio nel mondo.
Per millenni si perse il ricordo di Amenofi IV o Ekhnaton.
Fu riscoperto nel XIX secolo.
Mosè rappresenta il caso opposto.
Non si sono mai trovare tracce della sua esistenza terrena. Egli crebbe e si realizzò come figura del ricordo, accogliendo in se tutte le tradizioni che riguardavano la legislazione ed il monoteismo.
Nel momento della riscoperta di Ekhnaton apparve chiaro che, il faraone, aveva fatto qualcosa di simile a quanto il ricordo aveva attribuito a Mosè: aveva demolito le immagini del politeismo egizio ed aveva istituito il culto monoteistico del nuovo dio Aton.
Freud percorse un cammino di conoscenza dell’uomo Mosè: ne fece un seguace della religione monoteistica del Dio Aton, senza mai identificarlo con Ekhnaton.
L’equiparazione diretta del faraone senza ricordo e del Mosè senza storia fu spesso proposta. [1]
In questa ricerca possiamo affermare che era Ekhnaton il Mosè egizio?
“Solo la fantascienza può tranquillamente rispondere in modo affermativo a simili domande”.[2]
E’ possibile trovare un fondamento storico alla relazione tra monoteismo egizio e Mosè?
La rivoluzione di Ekhnaton fu non soltanto il primo, ma anche il più radicale manifestarsi di una contro-religione nella storia dell’umanità. I templi furono chiusi e le immagini sacre bruciate. La caduta degli Dei deve essere stato uno shock per una società convinta che il benessere del paese dipendesse dallo svolgimento dei riti nei luoghi sacri del paese.
La storia ci ricorda che Ekhnaton, conosciuto come il faraone ribelle, fondò una nuova capitale a sud del Cairo. La città prese il nome d’Amarna. I seguaci del faraone sono un’esigua minoranza del popolo, che resta fedele al culto politeista.
Chi seguì Ekhnaton? Pochi egizi, alcune razze africane e la quasi totalità degli Hyksos, discendenti di tribù semite che alcuni secoli prima avevano invaso l’Egitto dominandolo per due dinastie. Lo storico Giuseppe Flavio vide in questi dominatori stranieri gli antenati d’Israele. [3]
Diciassette anni di governo e poi Ekhnaton scomparve nel nulla.
Il politeismo egizio si accanisce verso di lui con quella che si potrebbe chiamare damnatio memoriae: tutti i simboli del suo passaggio sulla terra scompaiono, distrutti dalla restaurazione degli antichi culti.
L’uomo della memoria ed il faraone della storia.


Un tassello ulteriore nella ricostruzione ci viene da Strabone, geografo e storico greco. Secondo questa ricostruzione un sacerdote egizio, di nome Mosè, decide di abbandonare il paese perché insoddisfatto della religione egizia ed emigra in Giudea con un folto stuolo di simpatizzanti. Mosè rifiuta la tradizione egizia che rappresenta gli dei in forma d’animali. La sua dottrina consiste nel riconoscere che “Dio è quell’essere unico che abbraccia noi tutti e la terra e il mare, che noi chiamiamo cielo e terra e natura delle cose”.[4]
Secondo lo storico greco non vi è sovrapposizione tra Mosè ed il faraone ribelle, ma racconto di un uomo, sacerdote egizio, che decide di portare con se, in una sorta d’Esodo, un gruppo di persone per creare una nuova religione.


Potrebbe esserci un’altra ipotesi a suffragare l’identificazione tra i due personaggi: se un’insurrezione popolare costrinse il faraone ribelle ad abbandonare l’Egitto per stabilirsi in Palestina, non sarebbe rispettata la memoria dell’Esodo?
Esistono documenti che comprovano quest’ipotesi?
Per chiudere con le domande, se la maledizione - Tutankhamon [5]non fosse tale?
Dato che le superstizioni appartengono ad altri e non allo scrivente, nelle prossime settimane parleremo dello scandalo – Tutankhamon.
Chi in Egitto trova Dio risolve il grande enigma.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


Bibliografia
Jan Assmann, Mosè l’egizio. Adelphi edizioni, Milano. 2000

Messod e Roger Sabbah. I Segreti dell'Esodo. L'origine Egizia degli Ebrei. Marco Tropea Editore 2005

Philippe Aziz, Mosè et Akhenaton. Les énigmes de l’univers. Laffront, Paris. 1980

Sigmund Freud, L'uomo Mosè e la religione monoteistica. Torino, Bollati Boringhieri, 2002




[1] Philippe Aziz, Mosè et Akhenaton. Les énigmes de l’univers. Laffront, Paris. 1980
[2] Jan Assmann, Mosè l’egizio. Adelphi edizioni, Milano. 2000
[3] Jan Assmann, Mosè l’egizio. Adelphi edizioni, Milano. 2000
[4] Strabone, Geographica, XVI.
[5] Con il termine Maledizione di Tutankhamon viene indicata una presunta maledizione che avrebbe colpito inaspettatamente tutti coloro che parteciparono alla ricerca ed alla scoperta, da parte dell'archeologo Howard Carter, della tomba del faraone come castigo della violazione del luogo di sepoltura del sovrano.