giovedì 24 settembre 2015

benvenuti nella terza guerra mondiale!

foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


di Fabio Mini*

E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?

Domanda: Venendo alla situazione italiana, se è vero che una comunità che ospiti anche una sola base militare straniera è da considerarsi “sotto occupazione”, la presenza di basi USA sul territorio nazionale ci rende una nazione sotto occupazione o comunque non libera?

«I regolamenti dell’Aja del 1907, stabiliscono i criteri dell’occupazione militare non tanto sulla presenza militare in un paese ma nella sua funzione. Se una presenza militare anche minuscola si assume la responsabilità della sicurezza del territorio (non importa di quale estensione) in cui è stanziata, si ha l’occupazione “de facto”. Le basi degli Usa non garantiscono la nostra sicurezza, ma la loro. Non servono i nostri interessi ma i loro e quindi non sono legalmente “occupanti”. Il fatto che si dichiarino basi Nato o facciano riferimento agli accordi di Parigi del 1963 è una foglia di fico che nasconde la realtà: alcune basi italiane sono aperte anche ai paesi Nato nell’ambito degli accordi dell’Alleanza, ma le basi americane più grandi sono precedenti agli accordi Nato e sono state concesse con accordi bilaterali in un periodo in cui l’Italia non aveva alcuna forza di reclamare autonomia; anzi andava cercando qualcuno da servire in America e in Europa. In queste basi decidono gli americani (e non la Nato) a chi consentirne l’uso temporaneo. Si ha così  un doppio paradosso: molti italiani anche di alto lignaggio politico e militare tentano di giustificare le basi con la funzione di sicurezza che svolgono a nostro favore. E avallano la condizione di occupazione militare.  Gli americani sono più espliciti, ma non meno paradossali: ogni anno il Pentagono invia una relazione al Congresso nella quale indica e traduce in termini monetari il contributo dei paesi ospitanti delle basi “agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti”. Dovrebbe essere un accordo fra pari, ma si avalla la nostra condizione di tributari».

*Generale di Corpo d’Armata, capo di Stato Mggiore della NATO, capo del Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e comandante della missione in Kosovo. 

fonte:

fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

mercoledì 23 settembre 2015

la fine di un mistero



è un film spagnolo del 2003 del regista Miguel Hermoso.

Premiato al Moscow International Film Festival, è l'ultimo film interpretato da Nino Manfredi.

Trama

Nel 1936, durante la Guerra Civile Spagnola, un pastorello salva dalla morte uno sconosciuto privo di memoria (Nino Manfredi), che verrà successivamente ricoverato quarant'anni in un manicomio. Alla fine, grazie ad alcune ricerche, si scoprirà finalmente la sua identità: quella del poeta Federico García Lorca, che la pellicola immagina miracolosamente sopravvissuto alla fucilazione ad opera dei Franchisti.

fonte: Wikipedia

lunedì 21 settembre 2015

Jing Shen, l'atto della pittura nella Cina contemporanea



non saprei dire, 
mi aspettavo, al PAC, una mostra sulla scrittura e pittura cinese -in Cina scrivere è dipingere- ma ho trovato una mostra di installazioni contemporenee, cinesi.
niente di nuovo o particolarmente interessante.
qualcosa da salvare c'è, c'è sempre, ma non la mostra per intero.
mi spiegano, e io rimango affascinata, che ”Jing Shen” vuol dire ”consapevolezza del gesto”, ma anche ”forza interiore”. Si riferisce al momento che nella pittura classica - anche di matrice buddista e taoista - precede l’atto pittorico. È l'apice del lavoro preparatorio che viene prima di affrontare la produzione di un’immagine. Un’idea e una pratica che mettono l’accento sulla ricerca meditata della consapevolezza e sul suo risultato attivo: il gesto, l’atto della pittura.
ma non ritrovo tanta meravigliosa intensità nelle opere esposte e nemmeno quanto l’arte e le avanguardie occidentali del secondo dopoguerra siano state influenzate da questa cultura artistica, dalla pittura a inchiostro e dalla calligrafia, e dalle filosofie a queste sottese.
le parole ingannano, non dicono quel che la sintassi ci induce a credere.
questo ho imparato.





fonte: nuovateoria.blogspot.it

quando il Social ti rende schiavo

Bisogno compulsivo di controllare il proprio profilo, tendenza all'isolamento dal mondo reale e facilità a cadere in depressione: sono alcuni sintomi dell'uso eccessivo e sbagliato dei social network. Una nevrosi (così la definiscono gli psichiatri) che paradossalmente colpisce soprattutto gli adulti, ma da cui è relativamente facile guarire. Come ci racconta in prima persona chi è riuscito a liberarsi da questa dipendenza, tornando ad usare in maniera sana gli infiniti strumenti messi a disposizione da un mondo in continua evoluzione

di BENEDETTA PERILLI

ROMA - Ho disattivato il mio account Facebook da oltre un mese. Lo avevo aperto nel 2008 e dopo aver festeggiato sette compleanni insieme agli "auguriiii :-)" dei miei oltre 900 amici, visto nascere i loro figli, morire i loro gatti, crescere i loro amori, condiviso gioie e dolori di persone incontrate una sola volta nella vita, alla fine ho scelto di smettere di guardare le foto delle loro vacanze e dei loro panini.

L'ho fatto perché di Facebook ero diventata dipendente. Non solo non ero riuscita a dosare la mia presenza social, ma soprattutto non avevo dominato la compulsione di guardare perennemente lo schermo del telefonino muovendo in alto l'indice. Dalla mattina - ancora nel letto - alla colazione, passando per il bagno (si salva la doccia perché lo smartphone non è impermeabile). Poi in macchina - al semaforo nessuno suona più quando scatta il rosso, come te stanno tutti chattando su Facebook - al lavoro, dopo il lavoro, durante l'aperitivo mentre l'amico parla e tu lo ascolti ma non lo guardi perché gli occhi sono incollati sulla pagina biancoblu, a cena, dopocena, al cinema, al concerto, a letto. Addormentarsi su Facebook. Come se fosse normale.

Non riguarda tanto sapere cosa stanno facendo gli altri o cosa sta succedendo nel mondo, quanto riempire i tempi morti della giornata - e non solo quelli - con un'azione artificiale. In attesa dal parrucchiere, in coda al supermercato, a una cena, in spiaggia: tirare fuori lo smartphone, piazzarsi sull'homepage del social preferito e restare lì mentre intorno la vita reale si muove. Come i bambini davanti ai cartoni animati e i padri che guardano il Tour de France nei pomeriggi d'estate, tu gli parli ma non rispondono, sono assorti, quasi assuefatti. A me con Facebook capitava la stessa cosa.

Ne ho parlato con gli amici e ho capito che non ero la sola ad avere il problema. Per noi, gente con più di trenta anni, senza figli, spesso senza lavoro, con molta arte, abbondante vita sociale e tanto tempo a disposizione, "scrollare" è diventato una dipendenza. E con scrollare intendo quel movimento del dito indice che accarezza verso l'alto lo schermo di un cellulare di ultima generazione per visualizzare a cascata gli aggiornamenti dei principali social network. Basta fare il test del treno e si capisce che la cerchia di addicted non include solo me e i miei amici. Salite su un vagone - ma va bene anche l'autobus - sedetevi e guardatevi intorno. Il colpo d'occhio sarà questo: decine di teste chine sullo schermo, il volto illuminato, l'indice in azione. E dire che fino a qualche anno fa quelle teste avrebbero guardato oltre il finestrino o le righe di un libro o gli occhi di uno sconosciuto.

Io il 4 agosto ho deciso che non volevo essere più una testa china quindi ho disattivato il mio account. Facebook mi ha chiesto perché e io ho risposto perché passavo troppo tempo online; lui mi ha suggerito che avrei potuto ridurre le notifiche, io gli ho detto che non mi interessava più; lui ha giocato la carta del senso di colpa mostrandomi le foto dei miei migliori amici e dicendomi che a loro sarei mancata, non ho vacillato e così io e Facebook ci siamo lasciati. Come per ogni dipendenza che si rispetti - penso al fumo - ero in attesa del momento in cui avrei sentito il desiderio di scrollare di nuovo, di visualizzare il quadratino rosso della notifica, di sapere se Franca aveva trovato il vestito per il matrimonio di Carla, di conoscere gli ultimi spostamenti di Gianni Morandi. E invece no, invece mai.

Da più di un mese non sono più su Facebook e non ne ho mai sentito la mancanza. Quando mi sveglio accendo la radio, faccio colazione e guardo fuori dalla finestra magari leggendo le mail e i messaggi che ora gli amici mi scrivono più numerosi, in bagno leggo una rivista, in macchina guido e durante l'aperitivo riscopro quanto sono belli gli occhi verdi del mio amico. A cena, seduta davanti a Maria e Silvia le trovo entrambe intente a scrollare mentre parlo. Glielo faccio notare, si scusano - sono sincere - e spero che presto possano tornare a guardarmi anche loro. Al cinema vedo tutto il film senza frugare mai nella pochette e poi la sera mi addormento leggendo un libro. Che belle le sere senza Facebook.

Da più di un mese mi diverte riscoprire il piacere di telefonare o andare a trovare gli amici ogni volta che avrei dovuto scrivergli un messaggio privato e mi emoziona ascoltare i racconti delle loro vacanze, immaginare spiagge e canoe, vagoni e zuppe di grilli, senza averli già visti fotografati sulle loro bacheche

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/09/08/news/cosi_mi_sono_disintossicata_da_facebook-122444575/?ncid=fcbklnkithpmg00000001

http://altrarealta.blogspot.it/

sabato 19 settembre 2015

errore fatale, trattare i migranti come i Goti di Alarico

Nel clima da fine impero in cui siamo immersi fioriscono i paragoni tra l’ondata migratoria attuale e le invasioni barbariche del V secolo. Scrive ad esempio l’antropologa Amalia Signorelli: «Vorrei suggerire all’onorevole Matteo Salvini e a tutti coloro che condividono le sue idee una passeggiata lungo le Mura Aureliane, la possente fortificazione con cui l’imperatore Aureliano (215 – 275 d.C.) circondò Roma, capitale dell’Impero, per metterla al riparo dalle invasioni dei  barbari. Si resta affascinati dal diametro della cinta muraria (Roma all’epoca sfiorava il milione di abitanti), dallo spessore delle mura, dalla frequenza delle torri di avvistamento, dall’eccellente protezione dei camminamenti. Un’opera di ingegneria militare ancora oggi esemplare. Che, come tutti sappiamo, non fermò le invasioni barbariche. Se mai, per un paio di secoli,  ne ritardò il compimento. Quei barbari non erano bande di briganti dedite al saccheggio, erano popolazioni che si muovevano dall’Est verso Ovest con donne e bambini e che tendevano a stabilirsi nei paesi conquistati». E poi la proposta: «Il rifugiato riceva dallo Stato italiano una cifra giornaliera per il proprio mantenimento e, in segno di gratitudine, si offra volontario per lavori socialmente utili».
Questa è l’impostazione politically correct di Amalia Signorelli. Commenta una lettrice: «E purtroppo l’autrice dell’articolo ha ragione, ha dannatamente ragione: i muri non bastano, non basteranno a fermare questa invasione barbarica che produrrà Amalia Signorellisoltanto distruzione, come d’altronde tutte le invasioni. Non è più un fenomeno di immigrazione, è un’incontenibile invasione. Ha ragione l’autrice a paragonarla con quanto successe durante le guerre gotiche. Ma l’autrice omette colpevolmente di ricordare gli episodi di atroce crudeltà. Roma in cinquant’anni passò da un milione di abitanti a trentamila. Fu una carneficina e fu il crollo di una civiltà. Siamo arrivati, purtroppo, a una scelta: o noi o loro». Questa opinione è sostanzialmente condivisa da oltre il 90% dei lettori che commentano. Perciò parliamone apertamente e senza moralismi, o magari utilizzando la storia come metafora. Che vuol dire: “O noi o loro”? Dovremmo sterminarli, riportarli da dove vengono, o cosa?
Lo so che il genocidio (non è già in corso?) è un reato, e l’apologia di reato non si può fare; e chi lo commette si autodistrugge. Ma proviamo a ridurre il divario fra opinione pubblica e establishment. I Goti e i loro successori non volevano abbattere l’impero romano, anzi: ma solo inserirsi in un’area sicura (dagli attacchi degli Unni) e ricca. Sounds familiar? Però ne provocarono il crollo. Il declino del reddito pro-capite durò circa mille anni. O più: i contadini del V secolo abitavano case pavimentate e con le tegole sul tetto; in Veneto cento anni fa molti contadini vivevano in abitazioni di paglia. Come gestirono la Veneto, abitazione rurale in pagliapressione migratoria nel V secolo? In modi diversi a Oriente e a Occidente. A Costantinopoli, in un caldo giorno di luglio dell’anno 400, fu pogrom. La folla inferocita trucidò tutti i Goti presenti in città: uomini, donne, bambini. Il governo di Arcadio completò la pulizia etnica, anche in Anatolia. La città festeggiò (3 gennaio 401)! I Visigoti di Alarico, invitti da 25 anni, vista la brutta aria, lasciarono la Tracia per l’Italia. E dei Goti in Oriente non si sentì più parlare. Problema risolto.
In Occidente, in un caldo giorno di agosto del 405, Stilicone sconfisse un’orda di Goti che (dopo aver messo a ferro e fuoco l’Italia del Nord) assediava Firenze. Fece prigionieri forse 30.000 guerrieri: li risparmiò. Ne inserì 12.000 nell’esercito romano, alloggiando (in servitù) le rispettive donne e bambini presso famiglie padane; tutti gli altri li vendette schiavi. Ma nel 408 Stilicone cadde, e in Padania fu subito pogrom: la folla trucidò le donne e i bambini dei Goti. Allora i padri-mariti disertarono Alaricol’esercito romano (gli schiavi abbandonarono i padroni) e si unirono ad Alarico, portando l’esercito visigoto a circa 30.000 soldati. Fino ad allora battuto e ricacciato in Pannonia, Alarico così rinforzato riuscì ad espugnare Roma (410).
Morale della favola. O li facciamo fuori tutti, ma proprio tutti, e in un colpo solo, come a Bisanzio. Ma ce la sentiamo di diventare dei genocidi? Oppure è meglio che li trattiamo bene. Perché anche in Oriente, nel 376, quando tutto cominciò, i forse 100.000 Goti che si presentarono alla frontiera sul Danubio chiesero ‘asilo politico’ all’imperatore, aspettarono due mesi la risposta di là dal fiume, entrarono disarmati, e non crearono problemi. Fino a quando – raccontano le fonti romane, non gote – traditi, umiliati, e affamati si ribellarono. E furono 25 anni di saccheggi. Tre strade. Il genocidio. La ri-emigrazione verso altri lidi (Cina? Antartide? I paesi di origine?). L’integrazione: attribuire loro dei diritti e rispettarli. Oppure il caos e la fine della civiltà. Quale preferite?
Ps: il padre di Stilicone era Vandalo. E Stilicone fu l’ultimo baluardo di Roma! L’integrazione porta anche benefici. I romani avevano controlli sugli ingressi alle frontiere molto efficaci; e politiche dell’immigrazione molto restrittive (oggi Obama dice: fate di più contro i trafficanti di uomini). Il più bel libro che ho letto sull’argomento è di un italiano (Alessandro Barbero, “Barbari: Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano”, Laterza). I migranti di oggi non sono come quelli del V secolo. Nella società agraria latifondista romana un Goto che arrivava da solo non aveva nessuna possibilità di migliorare la sua Gawronskicondizione economica: poteva fare solo lo schiavo o il servo della gleba. La produzione agricola essendo più o meno data, l’impero non traeva benefici economici dall’immigrazione (a parte l’esercito).
Perciò per i migranti al di là delle frontiere l’unico modo per partecipare al benessere romano era organizzare spedizioni armate di massa e costringere con la forza (e i saccheggi) lo Stato romano a venire a patti, a concedere terre e diritti di stanziamento (Alarico fino al 410 non chiese altro). Ma in tal modo i migranti del V secolo impoverirono l’impero, anche fiscalmente (i barbari non pagavano tasse), fino allo stremo. Oggi l’industria e i servizi cambiano la situazione: gli immigrati aumentano la capacità produttiva del paese ospite (perciò si presentano da soli, disarmati, pronti a creare valore e pagare le tasse). Il problema è nostro: organizzarci, investire su di loro per renderli produttivi. E prima ancora, farla finita con la crisi di domanda che non consente neanche a molti europei potenzialmente produttivi (disoccupati) di lavorare.
(PierGiorgio Gawronski, “I migranti di oggi non sono come i Goti del V secolo”, da “Il Fatto Quotidiano” del 30 agosto 2015).

fonte: www.libreidee.org

venerdì 11 settembre 2015

guardando Giotto

guardando Giotto "la giornata radiosa sembra aver varcato anch’essa la soglia, assieme al visitatore

ne ho imparate di cose, ieri sera, a Palazzo Reale.
la mostra di Giotto ha molto da dire, molto da insegnare.
sul piano didattico è veramente sorprendente, mi sono sentita una studentessa a scuola.
ho imparato quel che tra i banchi, mi sembra, nessuno mi ha insegnato.
che Giotto è stato un pittore di grandissimo successo, una star della sua epoca, un autentico imprenditore, e un artista di enorme talento, di straordinaria portata rivoluzionaria.
innovatore dell'arte pittorica italiana, Giotto è vissuto tra il 1267 e il 1337  (mica poco direi) e conteso tra Cardinali e Papi, domenicani e francescani, tra Assisi e Rimini e Roma e Bologna, tra il re di Napoli e il signore di Milano, Azzone Visconti. infatti, non lontano dalle sale della mostra a Palazzo Reale, aveva lavorato, in altre sale adiacenti, su committenza del gran signore. ma, purtroppo, tutto è andato perduto.
sono 13 le opere esposte, per ognuna la spiegazione dell'audioguida è molto esaustiva, e, per tutte, due sale riassuntive spiegano con particolari attenti ed estrema cura le peculiarità artistiche di Giotto.
Si attraverseranno dapprima le sale in cui saranno esposte le opere giovanili: il frammento della Maestà della Vergine da Borgo San Lorenzo e l’altra Maestà della Vergine, da San Giorgio alla Costa, documentano il momento in cui il giovane Giotto era attivo tra Firenze e Assisi. Poi il nucleo dalla Badia fiorentina, con il polittico dell’Altar Maggiore, attorno al quale saranno ricomposti alcuni frammenti della decorazione affrescata che circondava lo stesso altare. La tavola con il Padre Eterno in trono proviene dalla Cappella degli Scrovegni e documenta la fase padovana del maestro. Segue poi lo straordinario gruppo che inizia dal polittico bifronte destinato alla cattedrale fiorentina di Santa Reparata, e che ha il suo punto d’arrivo nel polittico Stefaneschi, il capolavoro dipinto per l’altar maggiore della Basilica di San Pietro. Il percorso espositivo si chiude con i dipinti della fase finale della carriera del maestro: il polittico di Bologna, che Giotto dipinse nel contesto del progetto di ritorno in Italia, a Bologna, della corte pontificia allora ad Avignone; e il polittico Baroncelli dall’omonima cappella di Santa Croce a Firenze, che nell’occasione della mostra verrà ricongiunto con la sua cuspide, raffigurante il Padre Eterno, conservata nel museo di San Diego in California.






ho potuto vedere bene l'espressività dei volti di Giotto, anche quella dei corpi. ho visto dei bambini giocare con le vesti delle madonne, ho visto delle mamme sostenere il corpo agitato del loro bambin Gesù, ho visto i volti stravolti degli angeli, ho visto le smorfie e il dolore e lo stupore  e le passioni di mota gente santa.
ho visto la partecipazione della natura, complemento delle passioni, capre e uccellini e gli alberelli che ondeggiano empatici, accanto alla desolazione di Plautilla che riceve indietro dal cielo, aperto come un paracadute, il velo insanguinato, che ha protetto gli occhi di Paolo decapitato.
ho saputo del superamento dell'arte bizantina e ho visto i giochi spaziali sofisticati di Giotto, la maestria e la bravura estrema nelle soluzioni architettoniche, ho visto, nel polittico Stefaneschi, dipinto sui due lati, le straordinarie, e partecipate, storie dei martirii di Pietro e Paolo, e giochi di rimandi, teoricamente infiniti, del polittico nel polittico:


sul lato anteriore rivolto verso i fedeli sono rappresentati S. Pietro in trono e il cardinale Stefaneschi, che tiene tra le mani il modellino del trittico che stiamo osservando e che contiene, a sua volta, un'altra raffigurazione del cardinale contenente lo stesso trittico, in una riverberazione senza fine.
De Chirico lo trovava metafisico e quando Proust, nelle Recherche, varca la Cappella degli Scrovegni, è come investito da un getto miracolato, d’un azzurro così azzurro, che «la giornata radiosa sembra aver varcato anch’essa la soglia, assieme al visitatore», il suo blu piaceva a Klein e Matisse diceva che “quando vedo gli affreschi di Giotto non mi preoccupo di sapere quale scena di Cristo ho sotto gli occhi ma percepisco il sentimento contenuto nelle linee, nella composizione, nei colori”.
io lo trovo vivo, vicino, animato, moderno.

fonte: nuovateoria.blogspot.it

Totò che visse due volte



« Il film è permeato di un forte sentimento religioso, ma non certo di Chiesa... è il sentimento di chi si sente abbandonato, di un'umanità affranta che sente la mancanza di Dio, come accade, facendo le dovute proporzioni, ai personaggi di Dostoevskij. »

(Ciprì e Maresco)

è un film del 1998 diviso in tre episodi, numerati e senza titolo, scritto e diretto dal duo Ciprì e Maresco.

È ambientato in una Palermo mostruosa e apocalittica piena di personaggi grotteschi e blasfemi. Il film vive in un contrasto tra materialismo, nichilismo nietzschiano e forte connotazione escatologica, non mancando nemmeno di messaggi morali che uno spettatore attento può cogliere in un contesto di apparente contraddizione.

Il tema che unisce i tre episodi è appunto la morte di Dio, ed il pessimismo nei confronti di un futuro in cui il genere umano sembra non nutrire speranza occupato com'è nel soddisfare solamente i propri istinti e bisogni naturali. Tuttavia è possibile "udire" un grido disperato di aiuto, che tra l'altro sembra cadere nel vuoto soffocato dagli stessi esseri umani. Nel terzo episodio, in particolare, la contrapposizione tra Totò (una sorta di Messia molto umanizzato) e il boss mafioso Don Totò, entrambi interpretati da Salvatore Gattuso, simboleggia il contrasto tra il male e il bene insiti nell'essere umano con l'inevitabile prevalere del male e della violenza.

Scene emblematiche sono quelle del boss mafioso che fa sciogliere il profeta nell'acido, quella dell'angelo a cui vengono strappate le ali e che viene violentato, e quella del minorato psichico che implora amore dalla Madonna (Madre di tutte le madri) violentando una sua statua in legno.

Nel documentario Come Inguaiammo il cinema italiano gli autori raccontano di aver originariamente proposto il ruolo di Don Totò a Ciccio Ingrassia, il quale avrebbe rifiutato per via della sua scelta di abbandonare il mondo del cinema.

Trama

Primo episodio

Paletta, scemo del villaggio deriso e umiliato da tutti, conduce la sua triste e solitaria esistenza cercando di dare sfogo al suo irrefrenabile impulso sessuale. Grande frequentatore di squallide proiezioni porno, cerca di approfittare dell'arrivo di una prostituta per riuscire a potere finalmente avere un rapporto sessuale con una donna. Paletta è un poveraccio fallito, perennemente rimproverato dalla vecchia madre, che non possiede la somma di denaro necessaria. Ma l'occasione è grande così come è grande il desiderio di possedere la prostituta: Paletta deciderà di compiere un gesto estremo rubando le offerte da una edicola votiva costruita dal boss mafioso locale per onorare la memoria della sua defunta madre.

Avendo finalmente a disposizione il denaro necessario per pagare la prostituta, Paletta si reca nell'abitazione della stessa aspettando il proprio turno (intanto si sentono dei minacciosi tuoni il cui rumore sembra redarguire tutti i clienti...) quando irrompono improvvisamente dei rapinatori armati di coltello che derubano tutti i clienti e fuggono. Paletta vede quindi svanire il suo progetto e nel frattempo il boss riesce a risalire all'autore del furto dell'edicola votiva: il povero Paletta oltre al danno subito affronterà anche la punizione del boss, come un Cristo che va incontro al suo calvario.

Secondo episodio

Il secondo episodio è incentrato sulla veglia funebre di Pitrinu, omosessuale di mezza età distinto e benestante. Accanto al letto di morte sono presenti la vecchia madre di Pitrinu, altre anziane donne e parenti e il violento Bastiano, fratello del morto, contrariato dall'omosessualità del defunto. Fefè, compagno di Pitrinu, ricorda gli attimi in cui conobbe e finse di innamorarsi dello scomparso, giurandogli amore eterno. Ma è molto titubante a presentarsi presso la veglia funebre, temendo la reazione di Bastiano.

Costretto ad andare da due amici del morto, con la madre del defunto che vede ripagata la sua attesa, viene minacciato e apostrofato sgarbatamente da Bastiano. Ma davanti al morto i romantici ricordi poco prima rievocati sembrano svaniti e prende corpo un crescente senso di recriminazione e rifiuto verso Pitrinu e il tempo speso in sua compagnia. In un crescendo di rancore alla fine Fefè, che contrariamente a Pitrinu era un miserabile che a stento riusciva a mangiare, colto da un raptus ruba un prezioso anello dal dito del morto, ruba il cacio di Bastiano per sfamarsi e fugge dall'abitazione.

Terzo episodio

Il terzo episodio è una rilettura degli ultimi giorni di vita del Messia. Un angelo disceso in terra comunica con gli uomini cantando canzoni partenopee. Un losco figuro sottrae la gallina che egli accudisce e cura gelosamente colpendolo in testa con una pietra. Appena ripresosi l'angelo si trova circondato da un gruppo di obesi che gli strappano le ali e a turno lo violentano, sodomizzandolo brutalmente. Alla violenza partecipa anche un handicappato che nello sviluppo del film violenterà anche una statua della Madonna. Nel frattempo Totò, un vecchio Messia dal carattere burbero, attraversa i luoghi desolati e degradati controllati dalla mafia, accompagnato da un pedante nano gobbo, Giuda, che gli chiede in continuazione di essere miracolato per potere finalmente trovare una donna.

Un giorno viene convinto dalla famiglia di Lazzaro a resuscitare il familiare sciolto nell'acido dal vecchio boss Don Totò, ma Lazzaro già appena resuscitato comincia a meditare vendetta correndo per strada come un forsennato. Le uccisioni dei luogotenenti del clan di Don Totò si susseguono a ritmo vertiginoso e allora il vecchio boss ordina ai suoi "mandatini" di indagare su come Lazzaro sia potuto tornare nuovamente in vita. Don Totò allora viene a sapere che c'è in circolazione qualcuno che resuscita i morti... Siamo all'Ultima Cena, apostoli volgari e avvezzi al mangiare e al bere non attendono nemmeno il ritorno in tavola del Messia, allontanatosi momentaneamente per andare a "pisciare", che cominciano a consumare l'ultimo pasto.

Nel bel mezzo di una specie di cena divenuta orgia, il nano deforme Giuda, che da tempo meditava vendetta perché non accontentato dal Messia e che si è venduto al boss in cambio di "sticchiu", si alza e bacia Totò che viene immediatamente portato via da sinistri figuri. Per un attimo gli apostoli cessano il baccano e cadono in silenzio; uno di loro esclama il classico detto siciliano "agneddu e sucu e finiu u vattiu!" per poi continuare a bere e mangiare. Totò viene interrogato faccia a faccia dal vecchio boss Don Totò, che alla fine lo fa sciogliere immergendolo in una vasca da bagno colma di acido. Tre croci si elevano sul monte, i condannati sono Paletta, Fefè e l'handicappato violentatore dell'angelo e della statua della Madonna.

Controversie

Finanziato con contributi pubblici in quanto ritenuto di "interesse culturale nazionale" (1.178 milioni di lire), il film alla vigilia della sua uscita nelle sale fu dichiarato "vietato a tutti" dalla censura italiana. Tra le motivazioni addotte per la mancata concessione del nulla osta, la Commissione di revisione cinematografica giudicò il film degradante per "la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell'umanità", offensivo del buon costume, con esplicito "disprezzo verso il sentimento religioso" e contenente scene "blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale". Successivamente venne sbloccato in appello.

Con appena 6422 spettatori e un incasso di 68 milioni nei primi tre giorni di programmazione cinematografica, tenendo conto anche della distribuzione molto limitata, il film non ebbe grande successo al cinema. A dispetto di ciò fu sollevato un ampio dibattito sulla moderna funzione e utilità della censura, che portò all'approvazione di un disegno di legge volto ad abolire la censura preventiva imposta a un pubblico maggiorenne. Da un lato uomini politici quali il senatore di Alleanza Nazionale Michele Bonatesta e associazioni cattoliche varie invitarono a boicottare il film ritenuto blasfemo e sacrilego, dall'altro politici tra cui Walter Veltroni (che propose il disegno di legge per l'abolizione della censura) e intellettuali vari sostennero la piena libertà di espressione e il diritto di libera scelta individuale di un adulto maggiorenne.

Critica

Seguono alcuni tra i principali pareri della critica:

Lietta Tornabuoni, La Stampa:

« ...Fantastico: il film simboleggia dunque ben due mutamenti nel costume italiano. Da una parte ha accelerato nel Paese la fine della censura per gli adulti: il fatto che fosse stato totalmente bocciato ed escluso per tutti da una prima commissione di censura e le conseguenti proteste, hanno certo contribuito alla approvazione da parte del Consiglio dei ministri d'un disegno di legge da sottoporsi al Parlamento che impedisce alla censura di vietare, bandire e sottrarre al pubblico qualsiasi film, che limita i poteri dei censori ai divieti per i minorenni. Dall'altra parte, Totò che visse due volte offre la prova, con i suoi pochi spettatori, che lo scandalo non paga più... »

Irene Bignardi, la Repubblica:

« ... Ciprì e Maresco - del cui talento antiretorico nel contesto della melassa televisiva antologizzata da Blob sono più che convinta - cavalcano al cinema una formula vuota, che proprio per la violenza frontale della rappresentazione non sortisce l'effetto di denuncia che si prefiggono, e che, esplicitando fin alle estreme conseguenze la sgradevolezza della messa in scena, non lascia spazio a nessuna reazione emotiva - salvo le risate che qualche anima infantile ha il coraggio di farsi di fronte a un membro asinino o a un poveraccio che si strofina contro l'immagine di una Madonna... »

Il Morandini:

« ...Con programmi esplicitamente blasfemi nel loro nichilismo disperato, toccano temi sacri il 1° e specialmente il 3º episodio in cui si narra, in modi grottescamente distorti, la storia di Lazzaro secondo il rito mafioso dello scioglimento nell'acido e quello della crocifissione. Film monocromo, monocorde, monotono che non sfugge al sospetto di un ossessivo maledettismo estetizzante: un'opera impietosa anche verso la stessa umanità che racconta... »

Il Farinotti:

« La solita Palermo dove il degrado ha consumato tutto. La tesi dei due registi è che tutto è distrutto e le uniche pulsioni sono il sesso (schifoso, imbrattato), e lo schifo generale. La rappresentazione vuole essere estrema, il filo è quello del precedente Zio di Brooklyn. Continuiamo a pensare che non sia difficile la pratica dello shock con le immagini, basta deciderlo. Nello Zio c'era qualche momento di forza espressiva, qui c'è solo presunzione e l'arroganza di un'attitudine che non c'è... »

FilmTV.it:

« Suddiviso in tre episodi che intrecciano luoghi e personaggi, costruito attraverso immagini di assoluta pulizia compositiva, "Totò" è l'esatto contrario di tutta la merce dozzinale che i supermercati dell'immagine propongono quotidianamente. Film rigorosamente d'autore (di quelli che bisogna avere ancora il coraggio di fare, di produrre e di andare a vedere), stretto tra il dolore abissale di Pasolini e la ferocia dilaniante di Buñuel, ha una sicurezza dura di inquadratura, dissolvenza e montaggio che fa venire in mente Scorsese. »

fonte: Wikipedia