giovedì 18 giugno 2015
The Master
è un film del 2012 scritto e diretto da Paul Thomas Anderson.
Protagonisti sono Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman e Amy Adams. Il film è stato presentato in concorso alla 69ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
La trama del film è stata parzialmente ispirata dal personaggio di Lafayette Ron Hubbard, fondatore di Scientology, ma anche da scene inutilizzate della prima stesura de Il petroliere, da storie che l'attore Jason Robards aveva raccontato ad Anderson riguardo ai suoi giorni in marina durante la guerra, e dalla vita di John Steinbeck.
Trama
Nel 1949 Freddie, un ragazzo sbandato e solo, dopo aver preso parte alla seconda guerra mondiale, torna in America con diversi problemi al sistema nervoso. Cerca di affidarsi alle cure che l'esercito gli offre, ma le sue ossessioni sessuali risultano incurabili. Così inizia a dedicarsi all'alcol tanto che un giorno si trova su una nave, senza sapere come abbia fatto ad imbarcarvisi.
Così, in modo del tutto casuale, Freddie incontra Lancaster Dodd. La nave raccoglie infatti gli adepti di Dodd, che ha fondato un movimento denominato "la Causa", di cui è il carismatico capo spirituale. Il giovane ex militare inizia a partecipare a qualche attività della setta e Lancaster cerca di usare un metodo di introspezione sperimentale su di lui, che sembra trarne giovamento. Da quel momento ha inizio un sodalizio che li vedrà percorrere insieme un lungo tratto di strada. Egli diviene pian piano uno dei membri portanti della setta ma, a un certo punto e in maniera del tutto inaspettata, se ne separa. Dopo un breve distacco torna infine dal suo maestro ma, nonostante abbia la possibilità di rimanere, sceglierà di andarsene come suo solito, ricordando amaramente gli insegnamenti del culto.
Produzione
Il progetto entra in fase di produzione il 12 luglio 2010 e viene concluso il 1º aprile 2012. La pellicola lavora con un budget di circa 35 milioni di dollari. Le riprese del film iniziano il 2 giugno e si concludono il 1º luglio 2011. Il film è stato girato interamente in California (USA) tra le città di Berkeley, Los Angeles, Vallejo, San Francisco e altre piccole cittadine intorno; qualche ripresa è stata effettuata anche nelle Hawaii, esattamente nell'isola di Oahu.
Cast
Per il ruolo di Elizabeth sono state prese in considerazione Amanda Seyfried, Jennifer Lawrence, Deborah Ann Woll ed Emma Stone, ma poi fu scelta Ambyr Childers. James Franco è stato considerato per il ruolo di Freddie, andato poi a Joaquin Phoenix. Dopo Franco, fu scelto Jeremy Renner che dovette rifiutare per gli impegni già presi col film The Avengers.
Reese Witherspoon era stata scelta nei primi provini del 2010 per il ruolo di Mary Sue Dodd, ma fu poi scartata in favore di Amy Adams. Questo è il primo film di Paul Thomas Anderson in cui Robert Elswit non è il direttore della fotografia perché aveva già firmato per il film The Bourne Legacy.
Colonna sonora
Jonny Greenwood dei Radiohead è il compositore della colonna sonora per la seconda volta in un film di Paul Thomas Anderson dopo Il petroliere.
Distribuzione
Il film è stato distribuito nelle sale statunitensi in numero limitato il 12 ottobre 2012 ed il 9 novembre in Gran Bretagna. Il 20 luglio 2012 è stato diffuso online il full trailer del film, cui ha fatto seguito la versione italiana il 13 dicembre 2012. L'uscita in Italia è avvenuta il 3 gennaio 2013.
Il film è stato inoltre presentato alla 69ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, raccogliendo un buon consenso di pubblico e critica, e vincendo il Leone d'Argento per la regia, che si è aggiudicata Anderson, e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, andata a Phoenix e Hoffman.
fonte: Wikipedia
SPEZZONE FILM
mercoledì 17 giugno 2015
torna alle Gratie a riveder la Dama
Il credito, il fieno e le armi: fu così che nacquero i baüscia
Se tuttora nel sistema bancario internazionale si usa il termine lombard per definire il tasso di sconto, è perché questa usanza creditizia inventata per ovviare al divieto medievale dell’usura fu l’invenzione dei banchieri milanesi che, nei due secoli prima del primato fiorentino, agivano in tutto il continente. Infatti quando Filippo IV di Francia decise di rimpinguare le sue finanze, fece la festa prima ai Templari, poi agli ebrei e in ultimo ai milanesi, che a Parigi rappresentavano allora tutti i banchieri della nostra penisola.
Questa ricchezza dei lombardi era dovuta a due elementi. La formidabile rivoluzione agricola che i monasteri attorno a Chiaravalle avevano generato (inventando grazie alle marcite una raccolta di fieno già due mesi prima di quella naturale) consentiva alle cavallerie viscontee un anticipo di carburante per guerreggiare vittoriose. Poi s’era sviluppata una industria bellica fatta di armorari e spadari (le vie a loro dedicate esistono tutt’ora in città) dove fiorirono i prototipi dei casciavit. Il tutto generava danaro e il danaro generava banche. E nella testa dei Visconti elaborò ineluttabilmente la psicologia del baüscia, la quale portò Gian Galeazzo (1351-1402) all’apice dell’avventura e dell’ambizione politica.
Aveva egli iniziato bene sposando nientemeno che Isabelle de Valois, figlia del re di Francia Giovanni II, squattrinato per via della guerra dei Cent’anni allora al suo culmine e talmente felice dell’arrivo di danaro fresco da fare del suo genero il conte di Vertu, il quale sempre col danaro si fece elevare al rango di duca dall’imperatore Venceslao. Arrivò, al momento della sua infausta morte, a controllare un territorio che si estendeva da Belluno ad Asti e da Bellinzona a Pisa, Siena ed Assisi. A lui si deve l’inizio della Fabbrica del Duomo nel 1386 e la Certosa di Pavia dieci anni dopo. Solo l’oratoria potente di Coluccio Salutati lo tenne fuori da Firenze, e il cancelliere della Repubblica gli dedicò un testo storico nel 1400, il noto De tyranno, intuendo la sua volontà d’unire la penisola in un’unica monarchia.
Milano fece la sua rivoluzione repubblicana a metà secolo, ma il capitano scelto per difenderla ne divenne poi il primo duca sforzesco, Francesco, genero di Gian Galeazzo.
Intanto il Duomo cresceva con manovalanze artistiche da tutto il continente e le biblioteche si arricchivano con codici altrettanto internazionali. Galeazzo Maria Sforza si sposava ad Amboise con Bona di Savoia, cresciuta presso la corte di Francia perché cognata di Luigi XI. E Bernardino Luini ritraeva la duchessa rimasta vedova e reggente dopo l’assassinio del marito, mentre Leonardo veniva a corte a Milano chiamato da Lodovico il Moro e, guardando al Bergognone che guardava i fiamminghi dopo essersi ispirato al bresciano Foppa, inventò lo stile nuovo e il cavallo del Castello, che fu distrutto quando i francesi di Luigi XII conclusero con l’innovativo tiro diritto del cannone la gloriosa stagione milanese nel 1499.
Philippe Daverio
Corriere della sera, 9 marzo 1015
non so bene cosa emerga di tutto questo, alla mostra Arte Lombarda, dai Visconti agli Sforza, a Palazzo Reale, a Milano. la mostra offre un percorso attraverso i secoli considerati ‘l’età dell’oro’ di Milano e della Lombardia: dall’inizio del Trecento, quando Azzone Visconti prende stabilmente il potere, fino al momento in cui l’invasione francese mette fine all’autonomia del ducato sforzesco.
di certo la mostra è sontuosa e ricca.
emergono l'arte, la produzione, la ricchezza, la magnanimità e la ricerca del bello.
si cita la fabbrica del Duomo.
ricordo, in particolare, Gian galeazzo e Filippo Maria Visconti, da ultimo Ludovico il Moro.
ma alla densa esposizione non corrisponde, secondo me, una buona narrazione.
da una mostra ben fatta esco sapendone di più.
da questa sono uscita pressappoco come sono entrata.
le indicazioni scritte erano ridondanti.
le spiegazioni dell'audioguida veramente poco interessanti.
non ho colto il punto, non ho fatto una ricostruzione nella mia testa, ho visto una marea di "cose" e non saprei collegarle alla storia delle dinastie di Milano.
non ho visto, nè letto nè sentito, una storia.
forse non era una buona giornata per andare a una mostra...chissà.
alcune opere, però, mi hanno colpito per la bellezza. indubbiamente.
Giovanni Antonio Boltraffio, Giovane con freccia e mano al cuore in figura di san Sebastiano (1469 circa)
Michelino da Besozzo o Stefano di Giovanni, Madonna del roseto (Madonna col Bambino e Santa Caterina) (1420)
non so bene cosa emerga di tutto questo, alla mostra Arte Lombarda, dai Visconti agli Sforza, a Palazzo Reale, a Milano. la mostra offre un percorso attraverso i secoli considerati ‘l’età dell’oro’ di Milano e della Lombardia: dall’inizio del Trecento, quando Azzone Visconti prende stabilmente il potere, fino al momento in cui l’invasione francese mette fine all’autonomia del ducato sforzesco.
di certo la mostra è sontuosa e ricca.
emergono l'arte, la produzione, la ricchezza, la magnanimità e la ricerca del bello.
si cita la fabbrica del Duomo.
ricordo, in particolare, Gian galeazzo e Filippo Maria Visconti, da ultimo Ludovico il Moro.
ma alla densa esposizione non corrisponde, secondo me, una buona narrazione.
da una mostra ben fatta esco sapendone di più.
da questa sono uscita pressappoco come sono entrata.
le indicazioni scritte erano ridondanti.
le spiegazioni dell'audioguida veramente poco interessanti.
non ho colto il punto, non ho fatto una ricostruzione nella mia testa, ho visto una marea di "cose" e non saprei collegarle alla storia delle dinastie di Milano.
non ho visto, nè letto nè sentito, una storia.
forse non era una buona giornata per andare a una mostra...chissà.
alcune opere, però, mi hanno colpito per la bellezza. indubbiamente.
Michelino da Besozzo, Ghepardo (inizi del XV secolo)
Michelino da Besozzo o Stefano di Giovanni, Madonna del roseto (Madonna col Bambino e Santa Caterina) (1420)
Bonifacio Bembo, Tarocchi di Filippo Maria Visconti (1442)
ciascun qua ti desia, ciascun ti chiama,
torna acquistar l'honore e la tua fama,
torna hor che ‘l vitio suol regnar nel roi.
Deh, torna a riveder li servi tuoi,
torna all'alma città che ti richiama,
torna alle Gratie a riveder la Dama,
e spera in lei, che in lei ben sperar puoi.
conclude la mostra il sonetto di Antonio Cammelli che giocando tra la dedicazione alla Vergine (Notre-Dame) della chiesa di Santa Maria delle Grazie e la presenza nel tempio della tomba della duchessa Beatrice d'Este invitava il duca, Ludovico il Moro, a rientrare in città.
Ritorna, Ludovico, se tu puoi:ciascun qua ti desia, ciascun ti chiama,
torna acquistar l'honore e la tua fama,
torna hor che ‘l vitio suol regnar nel roi.
Deh, torna a riveder li servi tuoi,
torna all'alma città che ti richiama,
torna alle Gratie a riveder la Dama,
e spera in lei, che in lei ben sperar puoi.
messa alla fine della mostra mi ha fatto pensare davvero a un moto nostalgico, al richiamo a una ricchezza perduta. ma, si sa, non la penso così...l'età d'oro è qui, anche adesso, come allora.
fonte: nuovateoria.blogspot.it
lunedì 15 giugno 2015
se anche Umberto Eco sbaglia
di Francesco Mercadante
Da ricerche scientifiche ormai piuttosto diffuse apprendiamo che al mondo esistono circa seimila lingue. L’inglese e il cinese mandarino vantano il più alto numero di parlanti: oltre un miliardo. Di qua dai metodi – principalmente quello genealogico e quello tipologico – con i quali gli studiosi le hanno classificate, le cifre in questione sono talmente impegnative che non possiamo fare a meno di chiederci come siano state raggiunte. Tirare fuori la storia del colonialismo o quella della territorialità, che sicuramente hanno agevolato la divulgazione, è un atto pressoché inconcludente, ma anche scorretto e, a mio avviso, ingeneroso. È vero che d'ingiustizie è piena la cronaca di qualsiasi disciplina, ma, se possiamo rimediare, perché non farlo?
Per esempio, si è sempre sentito dire che i Fenici hanno inventato la scrittura e noi non vogliamo portar via loro la gloria, tuttavia sarebbe onesto assegnare un po' di merito ai popoli dell'antico Egitto e dell'antica Mesopotamia, che, già nel 3000 a.C., si davano un gran daffare attorno alla comunicazione scritta. Nel tempo, i veri esperti, cioè quelli che hanno saputo trasformare l'alfabeto in uno strumento del sapere, se dobbiamo essere sinceri, sono stati i greci.
Questa introduzione non sia intesa come un frammento di storia della lingua! Essa è, semmai, la premessa all'approfondimento di alcune caratteristiche grammaticali - e non - che distinguono le lingue del mondo.
Nel corposo saggio di linguistica Le lingue e il Linguaggio (2002), Graffi e Scalise sostengono qualcosa che ai più può sembrare scandalosa: inglese e cinese mandarino hanno delle caratteristiche in comune; sono, in pratica, delle lingue isolanti. Definiamo isolante quella lingua in cui la coniugazione del verbo non rispetta delle desinenze. In inglese, per esempio, diremo I start, you start, he/she/it starts, we start, you start, they start. In pratica, fatta eccezione per la terza persona, cui aggiungiamo la –s, il verbo resta invariato. In cinese, invece, la frase Io ti penso diventa Io pensare tu, mentre Tu mi pensi diventa Tu pensare Io. A ben vedere, sembra che questo fenomeno abbia permesso alla lingua inglese di occupare spazi amplissimi, facilitando il compito dei parlanti.
Sulla base delle classifiche stilate, si ritiene che siano circa settanta milioni coloro che parlano la lingua italiana, la quale conserva una morfologia complessa e composita.
Adesso, avvalendoci di questi presupposti, proviamoci ad esaminare in che modo viene trattata la struttura della nostra lingua all'interno del più vissuto tra i luoghi del mondo: il web! È uno sforzo che va fatto soprattutto perché il Patriarca di Semiopoli, Umberto Eco, ricevendo l'ennesima laureahonoris causa presso l'Università di Torino, ha dichiarato, non a torto, che il web ha dato diritto di parola agli imbecilli. Nonostante l'eccesso e l'impeto del santone, le ragioni, per così dire, ci sono e sono buone.
In precedenza, abbiamo detto di alcune figure inquietanti e che si nascondono tra i veri blogger, spacciandosi per professionisti, quando sono solamente delle proiezioni dell'insicurezza umana. In questo capitolo, tentiamo di individuare alcuni elementi prettamente grammaticali che potrebbero fare infuriare nonno Umberto.
Cominciamo dall'uso del tu pragmatico fatto da molti blogger, i quali, rivolgendosi al lettore, sono soliti scrivere così: Oggi, caro lettore, voglio dirti che (…). Questa pratica è molto in voga e, in parte, ha un valore funzionale. Il ricorso al pronome confidenziale potrebbe indurci a pensare che l'autore sfrutti la funzione fatica del linguaggio, quella in base alla quale il canale di comunicazione viene tenuto sotto controllo per mezzo di un richiamo: Tu, lettore, seguimi! Se così fosse, allora sarebbe tutto in regola. Però, gli antichi e saggi maestri del giornalismo, che furono protagonisti di grandi cambiamenti del sistema di comunicazione, insegnavano ai propri allievi a non usare mai il pronome personale io in un articolo, così da offrire al lettore un resoconto obiettivo. Figuriamoci il tu! Solamente i grandi editorialisti potevano permettersi di scrivere in prima persona. Non possiamo trascurare che esiste anche una vera e propria educazione letteraria, in nome della quale un autore, specie se non accreditato, non può e non deve porsi su piani d'importanza. Il giudizio spetta ai lettori e, nel tempo, alla comunità scientifica. Di conseguenza, l'uso di questo tu è sconsigliabile. Non è un errore, ma qualifica troppo velocemente il ruolo di chi scrive come quello di uno che ne sa tanto da potere sempre dire l'ultima parola. Si nota, in questo caso, come un elemento distintivo delle lingue storiche diventi causa di discordia. Gl'inglesi, molto probabilmente, non si porrebbero alcun problema simile, vista la loro impostazione pronominale. Ma noi siamo neolatini.
Lungo il sentiero dell'educazione letteraria, incontriamo un altro grande fenomeno: quello del come fare a (…). In questo caso, che non ha alcunché di grammaticale, ma che alla grammatica è strettamente legato, il professorone ha non solo ragione da vendere ma anche il diritto di sputare fuoco. La quantità di coloro che sono in grado di dire ad altri come fare a diventare scrittori, come fare a diventare blogger o come fare a rinascere ricchi e potenti è, a dir poco, incalcolabile. Cosa si può dire, se non che queste pagine di saggezza, di solito, sono le prime a riportare le virgole tra il soggetto e il predicato verbale? Soggetto e predicato verbale esistono con certezza da almeno tremila anni. Perché dovremmo celebrarne il funerale proprio adesso e soprattutto per colpa di chi si definisce capace di dare consigli sulla scrittura? Farebbero bene, costoro, a viaggiare nel tempo anzitutto per alleggerire la rete e, in secondo luogo, per ricominciare dalla scrittura ideografica, che fece la propria comparsa cinquemila fa.
A questo punto, all'ombra di Mastro Umberto, mi chiedo perché nessuno faccia più ricorso al punto e virgola. La domanda appartiene alla retorica. Non se ne fa un uso adeguato sia perché i classici della letteratura sono poco letti sia perché il punto e virgola rientra nella variazione di stile della coordinazione complessa: si guardò attorno stizzito; aveva paura; il tempo non era stato un suo alleato. In questi tre segmenti, la pausa adottata è quella del punto e virgola ed è necessaria e inevitabile: passato remoto, imperfetto e trapassato prossimo si susseguono in un unico costrutto narrativo. Si badi che l'iracondo Umberto, con le 40 regole per scrivere e parlare bene, intelligentemente riadattate al copywriting da Arianna Rossi, scrive: <>! Io non avrei messo i due punti prima di anche se e lo ritengo un errore, ma Ubi maior, minor cessat.
http://errorieparole.blogspot.it/2015/06/se-anche-umberto-eco-sbaglia.html
fonte: alfredodecclesia.blogspot.it
la vera storia della spedizione dei mille
Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie di Angelo Forgione
La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.
Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti coi quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi che agli inglesi non mancherà mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.
I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino e Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.
Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico-economico divenuto scomodo concorrente.
Innanzitutto furono i sempre più idilliaci rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche e la cattolica Napoli era ormai invisa alla protestante e massonica Londra che mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a questo obiettivo che coincideva con quello dei Savoia, anch’essi massoni, di impossessarsi dei fruttuosi possedimenti della Chiesa per risollevare le proprie casse. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Cavour.
In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione Napoletana percorreva di suo una crescita esponenziale ed era già la terza potenza europea per sviluppo industriale come designato all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856. Un risultato frutto anche della politica di Ferdinando II che portò avanti una politica di sviluppo autonomo atto a spezzare le catene delle dipendenze straniere.
La flotta navale delle Due Sicilie costituiva poi un pericolo per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’oriente nel Canale di Suez i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.
L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l'Impero Russo grazie ai quali la flotta sovietica aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.
Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel mediterraneo e in oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza Napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto “De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre”.
La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.
I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di non fare tesoro della lezione della Rivoluzione Francese, di quella Napoletana del 1799 e di quelle a seguire, di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella penisola ma più in la, che nemico era alle porte, anzi, proprio in casa. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna che si rivelò così un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più comodo per gli inglesi “cambiare” l’amicizia ormai inimicizia con lo stato borbonico con un nuovo stato savoiardo alleato.
Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di stampo bellico accettando l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.
Un titolo sul “Times” dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, è foriero di ciò che sta per accadere e spiega l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.
Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un “gravissimo atto di pirateria internazionale”, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava fa capire quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave.
Garibaldi è un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che può compiere questa invasione senza dichiarazione non essendo né un sovrano né un politico. E viene manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e dai cospiratori inglesi, fin quando non diviene scomodo e arriva il momento di costringerlo a farsi da parte.
Di soldi, nel 1860, ne circolano davvero parecchi per l’operazione. Si parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serve allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nasce il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che devono formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che aiuteranno il Generale italiano nei combattimenti che verrano.
Garibaldi diviene un eroe in terra d’Albione con una popolarità alle stelle. Nascono i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.
In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sanno cosa sta per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli ai quali “stranamente” non giungono mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che vengono inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale ha già ricevuto le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.
La traversata parte da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sa neanche quanta gente ha a bordo, non è una priorità far numero; se ne contano 1.089 e il Generale resta stupito per il numero oltre le sue stime. Sono persone col pedigree dei malavitosi e ne farà una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi. Provengono da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “città dei mille”. Ci sono anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, proprio quelli sfrattati dalla toponomastica delle città italiane.
La rotta non è casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non è la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li c’è una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.
Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra dà l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivano infatti all’alba del giorno dopo e gettano l’ancora fuori a città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivano alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.
L’approdo avviene proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolano i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.
Le trattative che si intavolano fanno prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortiscono l’effetto sperato: I “mille” sbarcano sul molo. Ma sono in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si sono fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcano dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiano alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.
Napoli invia proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco serve.
Garibaldi e i suoi sbarcano nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fanno è saccheggiare tutto ciò che è possibile
Il 13 Maggio Garibaldi occupa Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unisce a lui con una banda di “picciotti”. Da qui si proclama “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.
Il 15 Maggio è il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I mille sono ora almeno il doppio; vi si uniscono “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidano i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si tratta del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico, un corrotto accusato poi di tradimento.
I primi a far fuoco sono i “picciotti” che vengono decimati dai fucili dei soldati Napoletani.
Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assalta i garibaldini rischiando la sua stessa vita e mentre il Generale Nino Bixio chiede a Garibaldi di ordinare la ritirata il Generale Landi, che già ha rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fa suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capisce che è il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto perché poi un anno più tardi, l'ex generale di brigata dell'esercito borbonico e poi generale di corpo d'armata dell'esercito sabaudo in pensione, si presenta al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scopre che sulla sua copia, palesemente falsificata, ci sono tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, è colpito da ictus e muore.
Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltra nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese segue in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.
Intanto sempre gli inglesi fanno arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.
Garibaldi entra a Palermo e poi arriva a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne e l’esito della battaglia che li si combatte, a lui favorevole, é prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi che hanno ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.
Quando l’eroe dei due mondi passa sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuano a scortarlo dal mare e anche quando entra a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ha le spalle coperte dall’Intrepid (chi si rivede) che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si muove nelle acque napoletane.
Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sosta vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove può tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lascia Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, dona agli amici inglesi un suolo a piacere che viene designato in Via San Pasquale a Chiaia su cui viene eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.
Qualche mese dopo, la città di Gaeta che ospita Francesco II nella strenua difesa del Regno è letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città assunse la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.
Scompare così l’antico Regno di Ruggero il Normanno sopravvissuto per quasi otto secoli, non a caso nel momento del suo massimo fulgore.
Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decreta la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il grande potere cattolico dello Stato Pontificio. Il Vaticano, proprio da qui si mondanizza per sopravvivenza e comincia ad affiancarsi alle altre supremazie mondiali che hanno cercato di eliminarlo.
Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, è ospite a Londra dove viene accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuano per decenni e si manifestano nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale è impegnato nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro Roma completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessono contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivano nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. È pronta a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow che non vi riuscirà mai perché il progetto viene boicottato del Governo italiano.
L’ideologia nazionale venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.
In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana. Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.
http://www.informarexresistere.fr/2015/06/08/come-e-perche-la-massoneria-decreto-la-fine-del-regno-delle-due-sicilie/
http://altrarealta.blogspot.it/
Vedi anche
http://altrarealta.blogspot.it/2015/05/154-anni-fa-iniziava-lo-sterminio-del.html
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sabato 13 giugno 2015
Snap!
Il gruppo Snap! venne creato nel 1989 dai produttori Luca Anzilotti e Michael Münzing.
Il loro primo grande successo, che ha scalato le classifiche europee, è stato The Power, brano che nel 1990 ha coniugato l'hip hop con l'eurodance.
Fino al 1996 hanno pubblicato altri successi quali Ooops Up, Cult of Snap!, Mary Had a Little Boy, Rhythm Is a Dancer, Welcome to Tomorrow.
Il loro primo successo, The Power, è stato pubblicato nel 1989 pur riportando sulla copertina la data del 1º gennaio 1990. Il logo del gruppo è una trasposizione di quello relativo ai 70 anni della casa discografica Stax Records.
Rhythm Is a Dancer è basata sulla canzone Auto-Man del gruppo elettro-hiphop Newcleus; in Italia diventa il singolo più venduto del 1992.
Dal 1993 le nuove sonorità non avrebbero più compreso pezzi hip hop.
Nel 2000 è uscito Gimme a Thrill, che sancisce il ritorno del rapper Turbo B. e Maxayn; nel 2002 Turbo B. remixa i vecchi successi degli Snap!, e nel 2003 è uscita una raccolta dei loro maggiori successi.
Discografia
Album
1990: World Power
1992: The Madman's Return
1994: Welcome to Tomorrow
1996: Snap! Attack - The Best Of
1996: Snap! Attack - The Remixes
2000: One Day on Earth (nicht veröffentlicht)
2003: Cult Of Snap! 1990-2003
Singoli
1990: The Power
1990: Ooops Up
1990: Cult Of Snap
1990: Mary Had A Little Boy
1991: Snap! Megamix
1991: Colour of Love
1992: Rhythm Is a Dancer
1992: Exterminate
1993: Do You See the Light (Looking For)
1994: Welcome to Tomorrow (Are You Ready?)
1995: The First the Last Eternity
1995: The World in my Hands
1996: Rame
1996: The Power (Remix´96) Feat. Einstein
1996: Rhythm is a Dancer (Remix'96)
2000: Gimme a Thrill
2002: Do You See the Light (Plaything Remix)
2002: Rhythm is a Dancer '02 (CJ Stone Remix)
2003: The Power of Bhangra (Motivo Remix)
2003: The Cult of Noise (nur Dänemark)
2003: Ooops Up (Tomekk feat. NG3 Remix)
2005: Beauty Queen
2006: Excited
2006: We want your Soul/Shake that Ass
fonte: Wikipedia
Il loro primo grande successo, che ha scalato le classifiche europee, è stato The Power, brano che nel 1990 ha coniugato l'hip hop con l'eurodance.
Fino al 1996 hanno pubblicato altri successi quali Ooops Up, Cult of Snap!, Mary Had a Little Boy, Rhythm Is a Dancer, Welcome to Tomorrow.
Il loro primo successo, The Power, è stato pubblicato nel 1989 pur riportando sulla copertina la data del 1º gennaio 1990. Il logo del gruppo è una trasposizione di quello relativo ai 70 anni della casa discografica Stax Records.
Rhythm Is a Dancer è basata sulla canzone Auto-Man del gruppo elettro-hiphop Newcleus; in Italia diventa il singolo più venduto del 1992.
Dal 1993 le nuove sonorità non avrebbero più compreso pezzi hip hop.
Nel 2000 è uscito Gimme a Thrill, che sancisce il ritorno del rapper Turbo B. e Maxayn; nel 2002 Turbo B. remixa i vecchi successi degli Snap!, e nel 2003 è uscita una raccolta dei loro maggiori successi.
Discografia
Album
1990: World Power
1992: The Madman's Return
1994: Welcome to Tomorrow
1996: Snap! Attack - The Best Of
1996: Snap! Attack - The Remixes
2000: One Day on Earth (nicht veröffentlicht)
2003: Cult Of Snap! 1990-2003
Singoli
1990: The Power
1990: Ooops Up
1990: Cult Of Snap
1990: Mary Had A Little Boy
1991: Snap! Megamix
1991: Colour of Love
1992: Rhythm Is a Dancer
1992: Exterminate
1993: Do You See the Light (Looking For)
1994: Welcome to Tomorrow (Are You Ready?)
1995: The First the Last Eternity
1995: The World in my Hands
1996: Rame
1996: The Power (Remix´96) Feat. Einstein
1996: Rhythm is a Dancer (Remix'96)
2000: Gimme a Thrill
2002: Do You See the Light (Plaything Remix)
2002: Rhythm is a Dancer '02 (CJ Stone Remix)
2003: The Power of Bhangra (Motivo Remix)
2003: The Cult of Noise (nur Dänemark)
2003: Ooops Up (Tomekk feat. NG3 Remix)
2005: Beauty Queen
2006: Excited
2006: We want your Soul/Shake that Ass
fonte: Wikipedia
giovedì 11 giugno 2015
c'era una volta
è un film del 1967, settimo lungometraggio diretto da Francesco Rosi, una favola napoletana che trae spunto da varie novelle del Pentamerone e Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile.
Trama
Nel regno di Napoli, sotto la dominazione spagnola, vive la splendida Isabella, popolana abilissima in cucina sia a preparare che a lavare i piatti, che vive di piccoli espedienti con l'aiuto di alcuni ragazzini (memorabile quello con cui vende un asino ad un ricco mercante facendogli credere che defechi oro). Amico della ragazza è Giuseppe da Copertino, un monaco in odore di santità che svolazza sui tetti del convento, e che di lì a poco morirà.
Un giorno, vestito in panni borghesi, capita da quelle parti in sella ad un cavallo appena domato il principe, che, invaghitosi immediatamente di Isabella e per metterla alla prova, le chiede di preparargli sette gnocchi, come gli aveva consigliato Giuseppe da Copertino. Inevitabilmente, dopo interminabili battibecchi e dopo averle rivelato la propria identità, tra lui ed Isabella scoppia l'amore. Ma per la reciproca testardaggine il principe ritorna a palazzo.
Con l'intento di recuperare l'amore del principe Isabella richiede l'aiuto di alcune vecchie streghe, ma la fattura non solo non riesce ma determina la paralisi dello stesso. Questi si reca per guarire al paese di Isabella, ma dopo il bacio risanatore la fa rinchiudere in una botte.
Liberatasi, Isabella si presenta al palazzo, venendovi assunta come lavapiatti, pur di stare vicino al suo amato (che il re di Spagna vuole si sposi con una principessa a scelta tra sette), dal quale si fa rintracciare grazie ad una striscia di farina che, dalla camera da letto di lui, arriva fino al giaciglio di lei nella cucina. Ma egli, non potendo sposare una popolana, la eleva al rango di Principessa dell'immaginario feudo di Caccavone; e, per riuscire ad impalmarla, bandisce una gara: tra varie pretendenti di sangue blu, solo colei che romperà meno piatti durante il lavaggio potrà sposarlo. Nel frattempo, l'incantesimo di una strega trasformerà in pulcini le mille uova che sarebbero dovute servire per preparare un'enorme frittata.
Sicuro della vittoria della sua Isabella, il principe assiste alla gara; ma la malvagia Principessa di Altamura, con l'aiuto di un anello tagliente, ha rotto vari piatti di Isabella prima dell'inizio. La poverina, uscendo sconfitta, fugge via piangendo tra i biasimi del suo amato, correndo fino alla spiaggia. E qui le viene in soccorso il Beato Giuseppe da Copertino che, rivelatole l'inganno, la incoraggia a farsi valere. Ritornata travestita al palazzo invaso di gente per il matrimonio del principe, Isabella smaschera pubblicamente la rivale, potendo così riunirsi al suo amato.
Produzione
Il film fu fortemente voluto dal produttore Carlo Ponti, che ingaggiò Omar Sharif, ancora sulla cresta dell'onda per Il dottor Živago.
Numerose le location per le riprese del film, girato in parte nelle terre della masseria Pellicciari in agro di Gravina in Puglia. Tra queste, sono da ricordare le scene di Giuseppe da Copertino girate nel Tavoliere delle Puglie. Altre riprese sono state girate a Matera.
Alla location della Certosa di Padula (il Palazzo del Principe) è legato l'episodio, realmente accaduto, della frittata di mille uova: nel 1535, di ritorno dalla battaglia di Tunisi, Carlo V sostò alla Certosa di Padula con tutto il suo seguito, e per essi i monaci prepararono un pantagruelico buffet comprendente, appunto, la frittatona.
fonte: Wikipedia
SPEZZONE
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