domenica 25 gennaio 2015

NCCP



La Nuova Compagnia di Canto Popolare o NCCP è un gruppo musicale napoletano formatosi verso la fine degli anni sessanta con il preciso intento di diffondere gli autentici valori della tradizione del popolo campano.

Storia del gruppo

La NCCP viene fondata dai musicisti napoletani Eugenio Bennato, Carlo D'Angiò, Roberto De Simone e Giovanni Mauriello ai quali si unirono Peppe Barra, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere e Nunzio Areni.

Attraverso studi filologici e ricerche etnomusicologiche, questo gruppo ripropone la musica popolare campana nel suo stile originale. Il successo che il gruppo ottiene al Festival di Spoleto del 1972 e del 1974 segna il suo lancio internazionale. Da allora la NCCP ha ripetutamente partecipato a tutti i più importanti festival d'Europa e d'oltreoceano, alternando l'attività musicale a quella teatrale.

Sul finire degli anni settanta parte del gruppo lascia e la NCCP, oltre a questa perdita, accusa la crisi del genere popolare e tradizionale che si verifica negli anni ottanta. Tuttavia continua a girare in Italia e nel mondo e partecipando a festivali nazionali ed internazionali.

Il 1992 segna il ritorno della NCCP con l'album Medina, sull'onda della world music. Del gruppo iniziale rimangono solamente Fausta Vetere, Corrado Sfogli (aggiuntosi nel 1976) e Giovanni Mauriello fondatore storico (1966). Il successo dell'album apre loro le "porte" del Mar Mediterraneo ma anche del Festival di Sanremo, dove vincono il Premio della Critica con la canzone "Pe' dispietto". Nel 1995 l'album Tzigari segna un ritorno allo stile originale della NCCP che viene subito seguito l'anno dopo da InCanto Acustico, una raccolta di alcuni live della tournée del 1996. Nello stesso anno esce dal gruppo Giovanni Mauriello.

Nel 1997 esce Pesce d' 'o mare che li porta nuovamente a Sanremo e che segna l'ingresso di una nuova voce, Gianni Lamagna. All'album prendono parte anche artisti di diversa matrice culturale come il "menestrello" Angelo Branduardi, 'o Zulù dei 99 Posse e Marcello Colasurdo, altro grande conoscitore della musica tradizionale campana ed ex componente dei Zezi Gruppo Operaio di Pomigliano D'Arco.

Nel 2001, la Nuova Compagnia produce La voce del grano, un album che mescola sonorità napoletane e mediterranee e che porta nuovamente il gruppo nelle principali città mondiali. Nel 2005, viene infine pubblicato Candelora, l'ultima fatica discografica della NCCP, interamente scritta e composta dal gruppo in stile eteroclito, che va dal classico napoletano alla contaminazione rap.

Discografia

45 giri

1974 - Tammuriata nera/Li sarracini adorano lu sole (EMI)
1974 - Dallo spettacolo teatrale "La cantata dei pastori" (EMI)
1974 - Alla montemaranese/Trapenarella (EMI)
1975 - La rumba degli scugnizzi/Li 'ffigliole (Dischi Ricordi)
1977 - Giuvanneniello/'O cunto 'e Masaniello

33 giri

1971 - Nuova Compagnia di Canto Popolare (Rare, RAR LP 55011; ristampato nel 1975 dalla Dischi Ricordi - Orizzonte con il titolo cambiato in Lo Guarracino, SMRL 6151). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Bennato, Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, D'Angiò)

1972 - Nuova Compagnia di Canto Popolare (Rare, RAR LP 55015/55016; album doppio, ristampato nel 1976 dalla Dischi Ricordi - Orizzonte diviso in due album separati ed intitolati Cicerenella, SMRL 6152 e La serpe a Carolina, SMRL 6153). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Bennato, Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni)

1973 - NCCP (EMI Italiana, 3C064-17900). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Bennato, Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni).

1974 - Li sarracini adorano lu sole (EMI Italiana, 3C064-18026). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Bennato, Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni).

1975 - Tarantella ca nun va 'bbona (EMI Italiana, 3C064-18133). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Bennato, Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni).

1976 - La gatta Cenerentola (EMI Italiana, 3C064-18215/216). Di R. De Simone e NCCP (Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni,Sfogli con Antonella D'Agostino, Antonella Morea, Francesco Tiano, Franco Iavarone, Virgilio Villani, Annamaria Vaglio, Mauro Carosi e altri).

1977 - 11 mesi e 29 giorni (EMI Italiana, 3C064-18295). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni, Sfogli).

1977 - La cantata dei pastori (EMI Italiana, 3C064-18300). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni, Sfogli, con Virgilio Villani, Francesco Tiano e altri).

1978 - Aggio girato lu munno (EMI Italiana, 3C064-18368). Elaborazioni R. De Simone e NCCP (Mauriello, Barra, Trampetti, Vetere, Areni, Sfogli, con la partecipazione di Vito Mercurio al violino).

1981 - Storie di Fantanasia (Panarecord) NCCP (Mauriello, Vetere, Trampetti, Areni, Sfogli, con la partecipazione di Vito Mercurio al violino).

CD

1992 - Medina (CGD) NCCP (Mauriello, Sfogli, Vetere con la collaborazione di Faiello, Signore, Romano, Ricciardi e Faraldo e con la partecipazione di Rosario Jermano, Enzo Gragnaniello e Giovanni Coffarelli).

1995 - Tzigari (CGD) NCCP (Mauriello, Sfogli, Vetere con la collaborazione di Faiello, Signore, Romano e Faraldo e con la partecipazione di Daniele Sepe, Antonello Salis e altri).

1996 - InCanto Acustico (CGD) NCCP (Mauriello, Sfogli, Vetere con la collaborazione di Faiello, Signore, Romano, Ricciardi e Faraldo).

1998 - Pesce d' 'o Mare (EMI Italiana) (Sfogli, Vetere, Lamagna, Faiello, Signore, Bruno, Romano e con la partecipazione di Angelo Branduardi, Marcello Colasurdo, Giovanni Coffarelli, Marzouk Mejiri e Luca Persico, 'O Zulù dei 99 Posse)

2001 - La Voce del Grano (Forrest Hill Records) (Sfogli, Vetere, Lamagna, Ziccardi, Signore, Evangelista, Bruno con la partecipazione di Marcello Colasurdo, Cristina Vetrone e Daniele Sepe).

2005 - Candelora (Rai Trade) (Sfogli, Vetere, Lamagna, Ziccardi, Signore, Evangelista, Bruno).

2011 - Live in Munich (Panclassics) (Fausta Vetere, Corrado e Marco Sfogli, Michele Signore, Gianni Lamagna, Carmine Bruno, Marino Sorrentino, Anastasia Cecere).

fonte: Wikipedia

'O CUNTO 'E MASANIELLO

Cristo alla colonna

poiché sono a casa, senza contratto, come mi capita di media ogni sei mesi, ho del tempo.
per mia buona fortuna fino a martedì è stata manna dal cielo, ho avuto tempo per studiare, come una matta, e preparare le mie relazioni per la co-gestione del VV. sono stata invitata a parlare, lusingatissima, a giovani adolescenti di adolescenza e psichiatria. un massacro di 4 ore ma sono uscita felice, seppure senza voce senza gambe senza forze e ormai senza emozioni, le avevo già spese tutte. non sono portata per l'oratoria, meglio scrivere. mi emoziono troppo, ho paura di non farcela, mi sento impreparata, inadeguata, a rischio black-out. è stata un'agonia, a dirla tutta...
il tempo di oggi l'ho usato alla Pinacoteca di Brera.
c'è una mostra, sul Bramante.
in verità, con il biglietto della mostra, si accede a tutta la Pinacoteca.
in verità, la mostra è dentro la pinacoteca, per spostarsi da un pannello all'altro si passeggia tra Mantegna, Caravaggio, Piero della Francesca, Raffaello Sanzio, Bellini, Carrà, Modigliani, Boccioni...
ma di Bramante non potrò mai dimenticare quel che ho visto, per ultimo, dopo la presentazione della sua esperienza pittorica.
Cristo alla colonna.

non si può dimenticare 
per quegli occhi chiari trasparenti
per quelle lacrime chiare trasparenti
per quei capelli, riccioli, sfumati d'oro
per quella bocca semi chiusa
per le guance così scavate dall'angoscia
per quel volto, mai visto un cristo con un volto così, di sofferenza e di speranza che possa ancora non accadere
per quel volto, illuminato a metà, l'occhio in ombra più scavato dalla stanchezza
per quella interrogazione sul volto
per quel busto, perfetto
per quelle braccia, perfette
per il braccio sinistro, stretto dalla corda, e le pieghe della pelle sotto quella morsa
per la corda molle intorno al collo
per la fine che presagisce e la tortura che è già stata
per i segni rossi della pelle appena sottostante alla corda, ora lenta ma prima tesa
per quella luce,  
   che viene da fuori, da un paesaggio così sereno
   che viene dall'alto a destra e illumina il corpo e solo parte del volto
per quella pisside dorata, sul davanzale, oggetto litugico, che rimanda al sacrificio di Cristo.

per la sua bellezza, è indimenticabile.

fonte: nuovateoria.blogspot.it

sabato 24 gennaio 2015

codice Rocco

Il codice penale italiano (noto come codice Rocco dal nome del suo principale estensore, il guardasigilli del Governo Mussolini Alfredo Rocco) è un corpo di norme in tema di diritto penale.

Insieme alla Costituzione e alle leggi speciali è una delle fonti del diritto penale italiano, ancora oggi vigente.

Storia

Il primo codice penale dell'Italia unita fu il codice penale albertino del 1839 del Regno di Sardegna, che venne poi sostituito dal Codice penale del 1859 esteso al resto della penisola all'indomani dell'unità d'Italia. Tuttavia dal 1861 al 1889 convissero due codici penali distinti perché la Toscana continuò ad usare il proprio codice (che prevedeva l'abolizione della pena di morte dal 1853). L'unificazione normativa avvenne con il Codice Zanardelli, che porta il nome del Ministro della Giustizia Giuseppe Zanardelli e venne promulgato il 30 giugno 1889, per entrare in vigore il 1º gennaio dell'anno seguente.

Il codice penale attualmente in vigore in Italia è il frutto di un percorso legislativo durato 5 anni, dalla promulgazione della legge 4 dicembre 1925 n. 2260, con la quale il governo venne delegato ad emendare il codice penale allora in vigore (cd. codice Zanardelli), al 19 ottobre 1930 giorno in cui venne promulgato il nuovo codice penale italiano, realizzato tecnicamente sotto la direzione del Manzini, e con Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 ottobre 1930, n. 251 (straordinario)entrato in vigore il primo luglio 1931. Il regio decreto di promulgazione riporta in calce le firme del Re d'Italia Vittorio Emanuele III, dell'allora Capo del Governo Benito Mussolini, e del Ministro della Giustizia (Guardasigilli) Alfredo Rocco; per questo il Codice penale viene chiamato Codice Rocco.

Pur variamente modificato nel corso degli anni, anche in seguito alle sentenze della Corte costituzionale, il codice del 1930 è tuttora sostanzialmente in vigore. Numerose sono state le Commissioni di studio che hanno redatto relazioni ed articolati per l'approvazione di un nuovo codice penale e da più parti politiche il codice Rocco è stato ampiamente criticato; inoltre il mondo accademico e gli operatori del diritto si sono più volte espressi per la non procrastinabilità di un codice penale moderno e pienamente aderente ai princìpi costituzionali.

Le modifiche essenziali

Il codice è stato in buona parte epurato delle disposizioni più marcatamente autoritarie, di matrice fascista, che dopo l'instaurazione della repubblica risultarono in contrasto con la Costituzione. Ciò è avvenuto sia attraverso riforme parziali sia mediante pronunce di illegittimità da parte della Corte costituzionale. Già nel periodo luogotenenziale, comunque, si era provveduto a qualche importante emendamento; ad esempio, fu abolita ogni comminatoria della pena di morte.

Una riforma organica del codice penale però non è mai stata varata. Dopo la caduta del fascismo, la dottrina penalistica (Pannain, Delogu, Leone) ritenne infatti improponibile il ripristino dell'ottocentesco Codice Zanardelli, e osteggiò anche una riforma ex novo, sostenendo che il rigoroso impianto tecnico del Codice Rocco bastasse tutto sommato a immunizzarlo, negli aspetti di fondo, dalla politicizzazione.

A distanza di decenni dall'entrata in vigore della Costituzione, la necessità di un codice più moderno, ispirato, oltre che ai principi costituzionali, alle convenzioni internazionali e al tema dei nuovi diritti, è da più parti avvertita, e progetti di riforma complessiva sono stati presentati anche in sede istituzionale (si ricordano le esperienze delle commissioni ministeriali Pagliaro e Grosso, del 1988 e 2001), senza tuttavia andare in porto. Infatti tra le osservazioni sulle quali c'è maggior convergenza e la sua considerazione obsoleta in molti punti, ed una sua formulazione ex novo, così come è stato fatto con il codice di procedura penale promulgato nel 1988 ed entrato in vigore il 24 ottobre 1989.

Struttura

Il codice penale è organizzato in tre libri, a loro volta suddivisi in titoli, sezioni, capi, paragrafi e articoli.

Libro I (Dei reati in generale)

Titolo I (Della legge penale)
Titolo II (Delle pene)
Titolo III (Del reato)
Titolo IV (Del reo e della persona offesa dal reato)
Titolo V (Della modificazione, applicazione ed esecuzione della pena)
Titolo VI (Della estinzione del reato e della pena)
Titolo VII (Delle sanzioni civili)
Titolo VIII (Delle misure amministrative di sicurezza)

Libro II (Dei delitti in particolare)

Titolo I (Dei delitti contro la personalità dello Stato)
Titolo II (Dei delitti contro la Pubblica amministrazione)
Titolo III (Dei delitti contro l'amministrazione della giustizia)
Titolo IV (Dei delitti contro il sentimento religioso e contro la pietà dei defunti)
Titolo V (Dei delitti contro l'ordine pubblico)
Titolo VI (Dei delitti contro l'incolumità pubblica)
Titolo VII (Dei delitti contro la fede pubblica)
Titolo VIII (Dei delitti contro l'economia pubblica, l'industria e il commercio)
Titolo IX (Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume)
Titolo IX bis (Dei delitti contro il sentimento per gli animali)
Titolo X (Dei delitti contro l'integrità e la sanità della stirpe)
Titolo XI (Dei delitti contro la famiglia)
Titolo XII (Dei delitti contro la persona)
Titolo XIII (Delitti contro il patrimonio)

Libro III (Delle contravvenzioni in particolare)

Titolo I (Delle contravvenzioni di polizia)
Titolo II (Delle contravvenzioni concernenti l'attività sociale della pubblica amministrazione)
Titolo II bis (Delle contravvenzioni concernenti la tutela della riservatezza)

fonte: Wikipedia

DIVORZIO ALL'ITALIANA - DOCUMENTARIO

l'eccidio di Bronte

I fatti di Bronte, noti anche come strage o massacro di Bronte, fanno riferimento ad un episodio del Risorgimento avvenuto nell'omonima città, nell'agosto del 1860, durante la spedizione dei mille.

In seguito ad una insurrezione popolare, durante la quale caddero vittime 16 persone, le truppe garibaldine, comandate da Nino Bixio, furono chiamate a ristabilire l'autorità del governo dittatoriale di Garibaldi, compiendo degli arresti tra la popolazione civile, ai quali seguì un processo sommario che portò alla condanna a morte, con conseguente esecuzione per fucilazione, di 5 brontesi.

Storia

Quando l'11 maggio del 1860 il generale Giuseppe Garibaldi sbarcò con i Mille nel porto di Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato assolutamente necessario l'appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere ad una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie. Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto dove prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre.

Il malcontento della popolazione e la rivolta

Nell'entroterra siciliano si erano, dunque, accese molte speranze di riscatto sociale da parte soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti. A Bronte, sulle pendici dell'Etna, la contrapposizione era forte fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, proprietà terriera, e la società civile.

Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero diversi sbandati e persone provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo, e scattò la scintilla dell'insurrezione sociale. Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all'archivio comunale. Quindi iniziò una caccia all'uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i due figlioletti, il notaio e il prete, prima che la rivolta si placasse.

La repressione di Nino Bixio

Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi e Crispi, decise di inviare a Bronte un battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino Bixio per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare. Secondo Gigi Di Fiore (Controstoria dell'unità d'Italia) e altri studiosi, gli intenti di Garibaldi probabilmente non erano solo volti al mantenimento dell'ordine pubblico, ma anche a proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell'Inghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di Nelson), che aveva favorito lo sbarco dei Mille, e soprattutto a calmarne l'opinione pubblica.

Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti larga parte dei responsabili era fuggita altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l'occasione per accusare gli avversari politici.

Il tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato meno di quattro ore, giudicò ben 150 persone e condannò alla pena capitale l'avvocato Nicolò Lombardo (che, acclamato sindaco dopo l'eccidio, venne ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova), insieme ad altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione l'alba successiva: per ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.

Proclama di Bixio

Abitanti della Provincia di Catania!
Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti - Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti - Io lascio questa Provincia - i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!... Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone - Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî - Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell'ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12 agosto 1860.

IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO.

« Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi »

(Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d'uno dei Mille)

La notte che precedette la fucilazione, una brava donna chiese il permesso di portare delle uova al Lombardo ma il braccio destro dell'Eroe dei Due Mondi, nel respingerla malamente, le rispose che il detenuto non aveva bisogno di uova poiché l'indomani avrebbe avuto due palle piantate in fronte. All'alba del 10 agosto, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d'esecuzione. Alla scarica di fucileria morirono tutti ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco che risultò incolume. Il poveretto, nell'illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e così morì, colpevole solo di aver soffiato in una trombetta di latta.

Le ricerche storiche

Alla luce delle successive ricostruzioni storiche si è appurato come Lombardo fosse totalmente estraneo alla rivolta e invitato a fuggire da più parti si sarebbe rifiutato per poter difendere il proprio onore. Nunzio Ciraldo Fraiunco era non capace d'intendere e di volere, malato di demenza (lo "scemo del villaggio" era stato arrestato per aver girato per le strade del paese soffiando in una trombetta di latta e cantilenato “Cappeddi guaddattivi, l'ura dù judiziu s'avvicina, populu nun mancari all'appellu”).

Nell'arte

Letteratura

Nella novella verghiana Libertà (Novelle rusticane), viene ripreso il tema della strage, secondo Sciascia in chiave apologetica per Bixio e i garibaldini, e di accentuazione delle responsabilità dei rivoltosi: l'omissione della presenza storica dell'avvocato Lombardo, e soprattutto la trasformazione letteraria del "pazzo del paese" (tra i condannati a morte di Bixio) in "nano", per attenuare la gravità della condanna capitale di un innocente per giunta non in pieno possesso delle sue facoltà mentali.

Cinematografia

Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, regia di Florestano Vancini (1972)

fonte: Wikipedia

FILM DI FLORESTANO VANCINI

giovedì 22 gennaio 2015

il Vangelo secondo Matteo



« Questo film è dedicato alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII »

(Titoli di testa del film)

Il Vangelo secondo Matteo è un'opera cinematografica italiana, diretta nel 1964 da Pier Paolo Pasolini e incentrata sulla vita di Gesù come è descritta nel Vangelo secondo Matteo.

Trattando in maniera antidogmatica un argomento di carattere religioso, l'opera fece sensazione e scatenò un aspro confronto intellettuale sulla stampa, proseguendo le non sopite polemiche per le accuse di vilipendio della religione e per i forti interventi censori che avevano condizionato l'uscita dell'episodio de La ricotta, inserito nel film Ro.Go.Pa.G..

Trama

Riproposizione fedele al Vangelo di Matteo della vita di Gesù Cristo, dall'annunciazione a Maria della nascita del figlio di Dio, al matrimonio con Giuseppe e la fuga in Egitto per sfuggire ad Erode ed alla strage degli innocenti.

Divenuto adulto Gesù affronta le prove nel deserto, e dopo quaranta giorni di tentazioni, prosegue per la Palestina, in compagnia degli Apostoli a predicare il suo verbo, compiendo miracoli.

Processato da Ponzio Pilato, viene condannato alla crocifissione e la resurrezione conclude la sua vita terrena.

Produzione

Il regista utilizza attori non professionisti e comparse scelte tra la locale popolazione contadina. Molti gli amici del regista che parteciparono alle riprese e, tra questi, alcuni intellettuali di fama come Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto ed Enzo Siciliano, oltre al solito Ninetto Davoli. Scelta particolare fu quella della madre Susanna per interpretare la Madonna anziana.

La figura di Cristo fu affidata al catalano Enrique Irazoqui allora sindacalista diciannovenne, in Italia per cercare appoggi alla lotta contro il regime franchista. Venne doppiato da Enrico Maria Salerno.

Riprese

Il film fu girato in diverse località italiane, ma senza seguire una traccia geografica precisa. L'idea iniziale era di ambientarlo negli stessi luoghi della Palestina dove realmente si erano svolte le vicende narrate, ma presto essa si rivelò poco praticabile, anche per via dei mutamenti subiti dal paesaggio nel corso dei secoli.

Di qui la decisione di girarlo nell’Italia centro-meridionale: in particolare negli ambienti rupestri di varie regioni:

in Lazio: a Chia (frazione di Soriano nel Cimino, Viterbo);

in Puglia: a Ginosa nella Gravina, Massafra (trasformata nella Palestina), Manduria, Castel del Monte (la cacciata dal tempio, con i sacerdoti assistono agli eventi) e Gioia del Colle (In quest'ultima località il regista girò l’episodio di Erode e Salomè, ambientato nel castello, con la danza di Salomè che si svolge nell'ala nord della corte del castello stesso).

in Basilicata: a Barile, Lagopesole (La scena del sinedrio è girata nel cortile interno del Castello di Lagopesole) e nei Sassi di Matera);

in Calabria: a Cutro e Le Castella.

Distribuzione

Date di uscita

Italia: 2 ottobre 1964 (presentazione alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia: 4 settembre 1964)
Francia: 3 marzo 1965
Germania Ovest: 9 aprile 1965
Paesi Bassi: 16 settembre 1965 (nuova release 18 aprile 2003)
USA: 17 febbraio 1965 (New York)
Regno Unito: 1967
Finlandia: 24 marzo 1967 (nuova release: 8 aprile 1977)
Svezia: 25 dicembre 1967
Australia: 29 agosto 1969 (Adelaide Film Festival)
Singapore: 18 aprile 2003 (Singapore International Film Festival)
Russia: 23 marzo 2006 (a Mosca nel "Nice New Italian Cinema Events")

Accoglienza

Critica

« ...fedele al racconto non all'ispirazione del Vangelo »

(L'Osservatore Romano)

« ...il nostro cineasta ha soltanto composto il più bel film su Cristo che sia stato fatto finora, e probabilmente il più sincero che egli potesse concepire. Di entrambe le cose gli va dato obiettivamente, ma non entusiasticamente atto. »

(l'Unità)

« Il regista ha sottolineato alcuni episodi della vita di Gesù che sembrano contenere semi più rivoluzionari... »

(Il Tempo)

« Combattuto tra ideologia e sentimento Pasolini ha tentato di recuperare al suo laicismo i caratteri della religiosità, ma poiché l'operazione ha un accento volontaristico, gli è sfuggito quel carattere precipuo che è il senso del mistero. »

(Corriere della Sera)

« Un ottimo film, più cattolico che marxista. »

(La Notte)

Mostre

Nel cinquantenario dell'uscita del film la soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici della Basilicata allestisce a Matera nel Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna della Basilicata e nel MUSMA, una mostra intitolata Pasolini a Matera. Il Vangelo secondo Matteo cinquant’anni dopo. Nuove tecniche di immagine: arte, cinema, fotografia che mette in relazione la vita nei Sassi di Matera, lo sfollamento dei Sassi, Il Vangelo secondo Matteo ed il pensiero di Pier Paolo Pasolini. Per il suo alto valore scientifico la mostra ha ricevuto menzione dalla Presidenza della Repubblica, il patrocinio dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e il gradito Premio dalla Presidenza del Senato e dalla Presidenza della Camera.

fonte: Wikipedia

FILM

Raffaello Matarazzo

è stato un regista italiano.

Gli inizi

Nato a Roma da una famiglia di origini napoletane resta ben presto, con i suoi due fratelli, orfano di padre e deve lavorare come fattorino postale per potersi mantenere agli studi frequentando il liceo classico. Si interessa di cinema sin da giovanissimo e nel 1929 entra nella redazione del quotidiano romano Il Tevere, ove istituisce la pagina di critica cinematografica, e con il quale lancia una iniziativa per la realizzazione di una "Università del cinema", idea che poi troverà attuazione nel 1935 con l'istituzione di quello che oggi è il Centro sperimentale di cinematografia. Nel frattempo fu anche chiamato a svolgere l'incarico di capo ufficio stampa del Dopolavoro dell'Urbe. Nello stesso anno partecipa a delle discussioni sull'avvento del sonoro, dove ha occasione di conoscere i registi Camerini e Bragaglia, ed è quest'ultimo che gli commissiona un soggetto, che poi però non sarà realizzato.

Nel 1931 diviene revisore di soggetti cinematografici per la Cines e sale per la prima volta sul "set" durante le riprese di Figaro e la sua gran giornata, quale aiuto regista di Camerini. Dopo aver scritto la sceneggiatura di un paio di pellicole (La telefonista diretto da Malasomma e Due cuori felici di Negroni), inizia l'attività registica con la direzione di due documentari celebrativi delle opere del regime: Littoria - la moderna Latina - sulla bonifica dell'agro pontino - e Mussolinia di Sardegna, che dichiarerà poi di non aver potuto rifiutare di girare, pur essendo di idee antifasciste.

I film degli anni Trenta

Nel 1933, a soli ventitré anni, firma il suo primo lungometraggio con Treno popolare, opera che presenta alcuni tratti innovativi rispetto allo stile cinematografico dell'epoca, tra cui il fatto che fu tutto girato in esterno e che gli interpreti vestivano abiti dimessi. Al film lavorò anche un altro esordiente, Nino Rota, che ne scrisse le musiche. La pellicola venne presentata a Roma al cinema Barberini e fu accolta in modo molto negativo del pubblico, costituendo un clamoroso smacco che Matarazzo, ancora a distanza di molti anni, ricorderà con amarezza.

Tuttavia l'insuccesso del film non ne arresta l'attività, e negli anni successivi, oltre a proseguire con l'attività di sceneggiatore, dirige numerose opere, mediamente più di una all'anno. Dopo Kiki (1934) è la volta de Il serpente a sonagli (1935) nel quale, tra gli altri, lavorano attori come Andreina Pagnani, Lilla Brignone e Paolo Stoppa e che segna l'ingresso di Matarazzo nel genere giallo. Entrambe queste pellicole risultano attualmente introvabili. Rimane nel giallo dirigendo subito dopo L'anonima Roylott (1936) e Joe il rosso (1937), due storie con immaginarie ambientazioni estere, americane e francesi. In tutti questi film Matarazzo collabora strettamente con uno sceneggiatore che poi diventerà noto anche per altri motivi, cioè Guglielmo Giannini.

Nel 1937 dirige ancora due film: È tornato carnevale! - anch'esso oggi non reperibile - e Sono stato io!, con il quale inizia la collaborazione con i fratelli De Filippo. Sia Eduardo che Peppino e Titina ne sono infatti gli interpreti. Collaborazione che proseguirà poi nel 1939 con Eduardo e Peppino ne Il marchese di Ruvolito, pellicola di cui purtroppo non rimane copia. Nello stesso anno torna al genere giallo con L'albergo degli assenti, un, film ambientato in Costa Azzurra, con qualche venatura di horror.

Gli anni Quaranta tra guerra, Spagna e dopoguerra

La guerra non interrompe la prolifica attività di Matarazzo che gira sei film in quattro anni. Dopo due pellicole in tono minore, Giù il sipario e Trappola d'amore, entrambi del 1940, arriva nel 1941 un commedia scanzonata e brillante - certo in contrasto con il clima d'ansia e paura per la guerra in corso - L'avventuriera del piano di sopra in cui recitano Vittorio De Sica ed una Clara Calamai ancora lontana dalla Ossessione viscontiana. Visto il successo di questo film, nello stesso anno realizza una seconda commedia, Notte di fortuna, meno apprezzata della prima, nella quale torna a lavorare con uno dei De Filippo, Peppino.

Con Giorno di nozze (1942) viene ancora proposta la commedia, giocata con ritmi frenetici, mentre l'anno successivo avverrà l'unico incontro di Matarazzo con colui che sarà uno dei principali ispiratori di quella corrente neorealista che tante critiche riserverà poi alle sue opere: è infatti Cesare Zavattini uno degli sceneggiatori de Il birichino di papà, ultimo film che il regista dirige prima di trasferirsi in Spagna.

I temi ispiratori dei film "larmoyant" di Matarazzo sono - ha scritto Prudenzi - i romanzi di appendice, il modello "feuilleton"", i romanzi di Sue, Hugo, e Carolina Invernizio, che, secondo la testimonianza di Liana Ferri pubblicata sul quaderno del "Movie club" torinese, erano anche tra i libri preferiti del regista.
Molti commentatori hanno inoltre evidenziato la stretta relazione tra il cinema melodrammatico - quello di Matarazzo in particolare - e la contemporanea, enorme diffusione dei fotoromanzi, ed anzi v'è stato chi ha ipotizzato che l'idea del produttore Lombardo di realizzare Catene derivasse proprio dal vasto successo di tali riviste.
Come ha scritto Raffaele De Berti «le storie di Grand'Hotel, Bolero film e Sogno anticipano e poi convivono perfettamente con il neorealismo d'appendice di Matarazzo». Thumb
Il modello dei rotocalchi «riconduce ad avventure incredibili, basate su equivoci, traversie, dolori e redenzioni finali». Le storie presentate nei film e nei settimanali sono analoghe e talvolta, hanno gli stessi titoli: in Bolero film compaiono infatti fotoromanzi che si chiamano proprio "Catene" e "Tormento". Nel 1950, l'anno di Catene, alcune testate iniziano a rappresentare le storie non più con disegni stile fumetto, ma con le fotografie: Si tratta di un cambiamento che richiede la presenza di persone reali: così iniziano la loro carriera quelle che diventeranno le più note attrici italiane, la Loren e la Lollobrigida, ed anche un giovane Gassman parteciperà ad alcune storie.
Negli anni Cinquanta i principali rotocalchi di fotoromanzi conoscono diffusioni di milioni di copie. Ed è proprio questo fenomeno «con i suoi aspetti mesti ed ingannevoli, di povero paradiso di cartapesta e diffusioni di fragili e deleterie utopie» che ispirerà a Fellini negli stessi anni (1952), Lo sceicco bianco, suo primo film di regia "autonoma".

Si stabilisce a Madrid dove dirige due film, di cui si conoscono soltanto i titoli (Dora la espia del 1943, nella quale lavora un'ex diva del muto, Francesca Bertini, e Empezo en boda nel 1944) e scrive alcuni testi di prosa, uno dei quali, Una donna tra le braccia, viene anche rappresentato nel 1944 in un teatro della capitale spagnola. Quando, finita la guerra, torna in Italia nel mondo del cinema è in atto un profondo cambiamento e solo nel 1947 Matarazzo riuscirà a rientrarvi dirigendo di nuovo un giallo La fumeria d'oppio che annovera tra gli sceneggiatori Fellini e Monicelli. Di questa pellicola, come della successiva, la commedia Lo sciopero dei milioni (1948) - cui collabora come sceneggiatore anche Steno - non risultano attualmente rintracciabili copie.

Il successo degli anni Cinquanta

Nel 1949 Matarazzo si cimenta con una riedizione della nota vicenda di Paolo e Francesca, che costituisce «un passaggio dalla commedia al melodramma» e, forse per questo, viene chiamato da Gustavo Lombardo, proprietario della "Titanus", a dirigere Catene, che il produttore intende destinare ai circuiti minori. Il film, che esce nel 1950, ottiene invece un inatteso e clamoroso successo commerciale, con un incasso di circa 735 milioni di lire, che lo situa ai primissimi posti, quanto ad introito, delle pellicole italiane di quell'anno. Si apre così un filone, con la coppia Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson quali principali interpreti, che per tutta la prima metà degli anni Cinquanta collezionerà, al tempo stesso, enorme popolarità di pubblico, incassi record e disinteresse, oppure valutazioni negative - talvolta sprezzanti - da parte della critica "ufficiale".

La "Titanus", dove nel frattempo a Gustavo Lombardo, deceduto nel 1951, era subentrato il figlio Goffredo, non esita a sfruttare il travolgente exploit di Catene. Viene ripreso ed aggiornato, ancora con la coppia Nazzari - Sanson, un soggetto la cui trasposizione sullo schermo aveva già riscosso grande successo nei primi anni Venti, I figli di nessuno. Nello stesso anno, sempre sull'onda del filone e con lo stesso cast, esce anche Tormento. I risultati sono ancora più clamorosi: le due pellicole balzano rispettivamente al primo ed al secondo posto della classifica degli incassi del 1951, totalizzando un introito complessivo di quasi un miliardo e 700 milioni, somma mai raggiunta nelle sale italiane prima di allora e che poi, anche per tutto il decennio, pochi altri registi riusciranno a raggiungere.

Il 1952 è per Matarazzo, ormai diventato il fondatore di un "genere" molto imitato, un anno di relativa tranquillità: dirige, con Massimo Girotti come interprete, il tenente Giorgio, di scarso successo. Ma è solo una pausa, perché l'anno successivo Giuseppe Verdi e Chi è senza peccato... (nel quale ritorna la coppia Nazzari - Sanson) salgono di nuovo in vetta alle classifiche d'incasso. Il successo dei film di Matarazzo prosegue anche nel 1954, anno in cui escono ben tre pellicole dirette dal regista: accanto a Vortice e Torna!, che ripropone di nuovo la coppia Nazzari - Sanson, viene distribuito anche La nave delle donne maledette, considerato anomalo rispetto ai canoni delle altre pellicole. Ancora una volta i titoli dei film diretti da Matarazzo raggiungono le parti alte delle classifiche commerciali.

L'angelo bianco, del 1955, inizia esattamente dove era terminato I figli di nessuno (ovviamente con gli stessi interpreti Nazzari - Sanson), di cui è un sequel. A questo titolo si aggiunge Guai ai vinti!, che tenta una incursione nei drammi provocati non più solo dalle vicende private e famigliari, ma dalla violenza della guerra. Anche queste due pellicole ottengono un buon successo di pubblico, pur non raggiungendo più le vette delle classifiche. I gusti cominciano a cambiare: l'anno successivo, il 1956, Matarazzo dirige La risaia, che consente a Elsa Martinelli il primo ruolo importante in Italia e che molti vedranno come una riedizione di Riso amaro; pellicola, comunque, anch'essa premiata da un buon successo di pubblico

Declino e solitudine negli anni Sessanta

Sul finire degli anni Cinquanta la crisi, prima latente, del melò diventa palese. Escono, L'ultima violenza nel 1957, con la sola Yvonne Sanson, e, nel 1958, Maliconico autunno, in cui, quasi in un tentativo di rinverdire i passati successi, Matarazzo lavora ancora, e per l'ultima volta, con Nazzari e Sanson in un film il cui titolo sembra evocare la sua personale parabola professionale. Matarazzo approda con difficoltà agli anni Sessanta. Nell'anno de La dolce vita, simbolo di un cambiamento profondo nei gusti e nei valori sociali, egli dirige Cerasella, una commedia con canzonette napoletane, di scarso successo.

Negli anni successivi Matarazzo, in qualche modo prigioniero di un "cliché" che lo vuole regista di melodrammi incontrerà crescenti difficoltà a lavorare. Nel 1963 tenta con scarsi risultati di inserirsi nella commedia all'italiana con Adultero lui, adultera lei, ricorrendo ad un comico famoso ed amato come Gino Bramieri ed a due attrici "di genere" come Marilù Tolo e Maria Grazia Buccella. Ma le produzioni ormai non considerano più importante l'attività del regista, tanto che il suo penultimo film I terribili 7 (1964) avrà modesto riscontro di pubblico anche a causa di una distribuzione molto limitata. A questo punto decide di auto produrre, investendovi molte sostanze personali, quello che sarà il suo ultimo film, Amore mio (1964), che però risulterà un nuovo insuccesso, distribuito dalla "Titanus" solamente in alcune città di provincia e mai proiettato a Roma.

Matarazzo sopravvive due anni a questa nuova sconfitta. Morirà a Roma il 17 maggio 1966 e della sua morte, così come della sua vita, si sa poco. «Di lui sappiamo - ha scritto Stefano Della Casa - che è morto per un infarto dovuto alla paura di essere malato». Uomo timido, riservato in modo quasi ossessivo (al punto che di lui non è facile neppure trovare immagini che lo ritraggano), geloso dei suoi libri e della sua collezione di dischi di jazz, molto superstizioso, la sua scomparsa passa quasi inosservata nel mondo del cinema italiano della metà degli anni '60, benché per diversi anni abbia fatto parte del gruppo dei registi più conosciuti. Dovranno passare dieci anni, ma in realtà più di venti dai suoi film di maggior successo, perché si riparli della sua attività.

Anche se alcuni film di Matarazzo degli anni Cinquanta hanno avuto altri interpreti, è indubbio che sono stati Amedeo Nazzari ed Yvonne Sanson gli attori simbolo del filone cinematografico che sarà poi denominato "neorealismo d'appendice". Nazzari veniva dal successo degli anni precedenti la guerra, dove nel '39 era risultato l'attore italiano più amato dal pubblico, ma poi aveva avuto un periodo di calo nel dopoguerra, tanto da trasferirsi per qualche tempo in Spagna ed Argentina. Il successo dei film diretti da Matarazzo non gli impedì comunque di interpretare negli stessi anni altri ruoli importanti, come ad esempio in Processo alla città o ne Il brigante di Tacca del Lupo.
La Sanson aveva iniziato con ruoli molto diversi da quelli di "moglie - madre - suora" interpretati con Matarazzo: conturbante femme fatale ne Il delitto di Giovanni Episcopo o ex prostituta in Campane a martello. Rievocando l'ambiente di quei film Nazzari ricorderà che «qualche intoppo [sul set-ndr] lo avevamo per via della Sanson che, poverina, era timidissima, soprattutto nelle scene d'amore. Bisognava aiutarla, assisterla come una bambina».

Matarazzo e la critica

Il cinema di Matarazzo è stato per molti anni tanto amato dal pubblico quanto ignorato o denigrato dalla critica cinematografica italiana. Questo fenomeno è stato spiegato da molti commentatori come il risultato di un pregiudizio di natura ideologica. Ad esempio Spinazzola la attribuisce ad «una critica di sinistra del dopoguerra tutta orientata nella battaglia per il neorealismo, inteso come unica possibilità di rinnovamento del cinema italiano; i film popolari erano visti come l'eredità del cinema fascista, [per cui] erano da condannare e la miglior condanna era non occuparsene». Ancora più esplicitamente Massimo Marchelli afferma che «quello di Matarazzo è stato un autentico "caso" in buona parte ascrivibile all'ostilità dell'intellettuale italiano del tempo verso ciò che persegue ed incontra successo popolare. Al creatore della coppia Nazzari - Sanson non viene perdonato di aver commosso gli spettatori con fatti vicini alla sensibilità italiana».

La discussione negli anni Cinquanta

Il contrasto tra successo di pubblico ed atteggiamento della critica emerge sin dagli anni Cinquanta, quando un critico cinematografico de L'Unità, Ugo Casiraghi, scrive un articolo su tale argomento. È in quella occasione che si verifica uno dei rarissimi interventi pubblici di Matarazzo, che invia a quel quotidiano una lettera in cui orgogliosamente rivendica che «Trentasette milioni di spettatori hanno visto miei film». Nel suo intervento il regista osserva, con ironia, che «da tanto tempo assisto al fenomeno di una critica quasi sempre concorde nello stroncare [i miei film] e di un pubblico quasi sempre concorde nell'approvare». Più oltre sostiene che «i critici, con semplici aggettivi (popolare, popolaresco, deteriore, facile, romanzo d'appendice) hanno liquidato l'argomento», concludendo con una domanda: «non sarebbe più utile per tutti una obiettiva ed onesta ricerca delle varie ragioni che hanno spinto una folla a gradire uno spettacolo piuttosto che un altro?».

Ma la richiesta di Matarazzo di approfondire il tema era destinata a non avere seguito, benché anche altri, in precedenza, avessero tentato di affrontare l'argomento. Il giudizio negativo sull'opera di Matarazzo resterà anche negli anni '60, dopo la sua scomparsa. Pio Baldelli, nel 1967, pubblica un saggio in cui sostiene che i film "melò" «rappresentano il punto di vista di determinate fasce della popolazione piccolo - medio borghese; sono le abitudini italiane, il difetto strapaesano quello che sta alla base di quei sentimenti» e che essi propongono «un concetto deteriore della famiglia, chiusa al resto del mondo e zavorrata da forme arcaiche dell'onore, del peccato, della preghiera».

Le iniziative degli anni Settanta: il "caso Matarazzo"

Nel decennio successivo le cose cambiano. La prima riscoperta dei film di Matarazzo si svolge ad Avignone nel 1974, quando viene presentata da Simon Mizrahi una retrospettiva dedicata al regista. Seguirà, in Italia, nel gennaio 1976, l'iniziativa di un gruppo di giovani critici (tra gli altri Adriano Aprà, Carlo Freccero, Aldo Grasso e Tatti Sanguineti) che organizzano a Savona, città natale di alcuni di loro, l'incontro "Momenti del cinema italiano contemporaneo", nel quale vengono proiettate diverse pellicole di Matarazzo. In tale occasione il "Movie club" torinese pubblica due volumi dedicati all'opera del regista, con documenti e testimonianze dirette di suoi ex collaboratori. Pochi mesi dopo, l'attenzione si sposta nuovamente in Francia, dove il numero estivo del periodico Positif dedica al cineasta italiano un ampio spazio, nel quale, in particolare, è un articolo di Lorenzo Codelli - a quel tempo corrispondente italiano del mensile francese - a difendere con vigore polemico l'opera di Matarazzo, definendo «imbecille» la critica contemporanea al regista e chiedendosi «è possibile che sia stato a tal punto non compreso, disprezzato, non studiato? Come se in America nessuno conoscesse i nomi di Minnelli, di Ford, nessuno si interessasse a loro».

A queste iniziative fa seguito la pubblicazione di un volume, "Neorealismo di appendice" dove si parla per la prima volta di un “caso Matarazzo” e nel quale due critici confrontano le rispettive tesi. Adriano Aprà, ricordando «venti anni di pubblico disprezzo e di citazioni ingiuriose» che avevano riguardato l'opera di Matarazzo, criticava il «moralismo tutto italiano che spacca l'attività di certi produttori in due e non vuole capire che se il produttore di Umberto D è lo stesso di Don Camillo, un qualche rapporto tra le due operazioni ci deve pur essere». Secondo Aprà «Matarazzo non si preoccupa di parlare ad una élite, si rivolge soprattutto ai poveri, raccontando storie di poveri; una "povertà" non economica, ma "dello spirito"». A giudizio di Claudio Carrabba, invece, «rimane difficilmente confutabile la drastica bocciatura formulata a caldo dai protagonisti, critici e registi, della sinistra contro il complesso della cinematografia popolare [in quanto] sottocultura ancorata al conformismo delle idee dominanti». E, quanto a Matarazzo, sarebbe l'interprete di un «vena di un moralismo religiosamente conservatore che lo fa diventare il regista della maggioranza democratico cristiana nel periodo, 1950 - 1955, di consolidamento del potere».

I commenti successivi

Col trascorrere degli anni le valutazioni sull'opera del regista sono diventate più analitiche e meno ideologiche, essendo ormai, come ha scritto Prudenzi «cadute le prevenzioni che lo volevano uno dei principali responsabili del degrado del cinema italiano del dopoguerra e ridimensionate le passioni cinefile». Le sue opere hanno quindi potuto essere inquadrate in una prospettiva storica.

I remake

Negli anni settanta, anche a seguito del rinnovato interesse per l'opera di Matarazzo, vennero realizzati i remake dei due film più famosi del regista: Catene ed I figli di nessuno, che, a sua volta, era già stato il remake di un film dei primi anni Venti; il primo fu realizzato dal regista Silvio Amadio ed il secondo dal regista Bruno Gaburro. Entrambe le pellicole uscirono nel 1974, senza riuscire a rinverdire i successi dei loro precursori.
Già Rondolino aveva riconosciuto nel 1977 che Matarazzo «anziché ricalcare pedestremente gli schemi del cinema neorealistico, come fecero altri suoi colleghi, proseguì sulla strada del dramma a forti tinte, stabilendo un contatto estremamente proficuo con quel pubblico piccolo borghese e proletario che, nei medesimi anni, disertava in larga misura i film neorealisti (a cui) oppose un cinema dichiaratamente popolare, senza preoccupazioni colte, intellettuali, politiche. Film che, ad una più attenta lettura, offrono non pochi elementi di indagine per uno studio della società italiana del dopoguerra». Ma questo fenomeno a suo tempo non viene compreso perché - come ha scritto Orio Caldiron - avviene in un periodo in cui «il fantasma del neorealismo è ancora il mito di riferimento di gran parte della critica, che attribuisce all'autore l'aureola del mandato pedagogico sociale, al di fuori del quale non ci sono che basse speculazioni commerciali o bieche corruzioni del gusto».

Successivamente, nel 1982, Brunetta definisce i film melodrammatici, di cui quelli di Matarazzo sono i principali esempi, quali «punto di raccordo tra più tendenze di generi. Dall'opera lirica questi film derivano la nettezza delle passioni. Dal neorealismo la verosimiglianza ambientale, dalla letteratura popolare la complicazione degli intrecci, dai cine e fotoromanzi la capacità di condensazione del racconto».

Sul piano non solo nazionale il significato per il cinema italiano delle pellicole di Matarazzo viene vista da Marchelli come «un'opera di penetrazione senza precedenti nel gradimento del pubblico, solo caso [al mondo -ndr] di sistema melodrammatico originale alternativo a quello hollywoodiano», e questo in un periodo in cui i film americani dominavano la distribuzione nelle sale italiane Infatti, secondo Pellizzari «i film italiani (...) avevano le loro basi in dati altrettanto concreti di una insicurezza collettiva [e] nei film di Matarazzo una insicurezza simile faceva leva sui buoni, piuttosto che sui cattivi sentimenti. La scarsità e le disgrazie non mancavano certo nell'esperienza comune e, altrettanto certamente, il cinema americano non ne rendeva conto».

Filmografia

Sceneggiature

La telefonista (regia di Nunzio Malasomma). (1932)
Due cuori felici, (regia di Baldassarre Negroni). (1932)
La voce lontana, regia di Guido Brignone. (1933)
Fanny, regia di Mario Almirante. [1933)
Frutto acerbo, regia di Carlo Ludovico Bragaglia. (1934)
L'ambasciatore, regia di Baldassarre Negroni. [1936)
L'amor mio non muore, regia di Peppino Amato. (1938)
L'imprevisto, regia di Giorgio Simonelli. (1940)
Violette nei capelli, regia di Carlo Ludovico Bragaglia. (1942)

Regie

Documentari

Littoria (1932)
Mussolinia di Sardegna (1933)

Film

Treno popolare (1933)
Kiki (1934)
Il serpente a sonagli (1935)
Joe il rosso (1936)
L'anonima Roylott (1936)
È tornato carnevale (1937)
Sono stato io! (1937)
L'albergo degli assenti (1939)
Il marchese di Ruvolito (1939)
Giù il sipario (1940)
Trappola d'amore (1940)
Notte di fortuna (1941)
L'avventuriera del piano di sopra (1941)
Giorno di nozze (1942)
Il birichino di papà (1943)
Dora, la espia (1943) (realizzato in Spagna)
Empezó en boda (1944) (realizzato in Spagna)
La fumeria d'oppio (1947)
Lo sciopero dei milioni (1948)
Paolo e Francesca (1950)
Catene (1950)
Tormento (1951)
I figli di nessuno (1951)
Il tenente Giorgio (1952)
Chi è senza peccato... (1953)
Giuseppe Verdi (1953)
Torna! (1953)
La nave delle donne maledette (1954)
La schiava del peccato (1954)
Vortice (1954)
Guai ai vinti (1955)
L'angelo bianco (1955)
L'intrusa (1955)
La risaia (1956)
L'ultima violenza (1957)
Malinconico autunno (1958)
Cerasella (1960)
Adultero lui, adultera lei (1963)
I terribili 7 (1964)
Amore mio (1964)

fonte: Wikipedia

L'ANONIMA ROYLOTT