sabato 14 marzo 2015
i giorni dell'abbandono
è un film del 2005 di Roberto Faenza, ambientato a Torino, tratto dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante.
Trama
Olga, moglie e madre di due figli, viene abbandonata all'improvviso dal marito per una donna più giovane. Per lei inizia un periodo doloroso che la fa sprofondare nella disperazione, che la porta a non mangiare più e nemmeno a dormire. Ma l'incontro con un musicista solitario che vive nel suo stesso palazzo smuove qualcosa. Dopo una discesa all'inferno si può solo risalire. Olga vive un percorso interiore che la porta a capire che non stava impazzendo per l'amore perso, ma ha scoperto cosa significa perdere la dignità e l'essere imprigionata in un ruolo, ruolo di cui ti devi liberare per gustarti a pieno la vita.
fonte: Wikipedia
SPEZZONI
venerdì 13 marzo 2015
Mina
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talenti
giovedì 12 marzo 2015
Rockets
I Rockets sono un gruppo musicale francese che ottenne il maggior successo in Italia tra gli anni settanta e gli ottanta con brani quali Future Woman, Space Rock, One More Mission, Electric Delight e soprattutto la reinterpretazione On the Road Again, ancor oggi talvolta trasmesso per radio, e Galactica, vero e proprio tormentone del 1980 che ha permesso loro di vincere il Telegatto come miglior gruppo straniero. Il loro genere iniziale era rock, definito subito dalla stampa "space-rock" per le venature fantascientifiche dei testi, per le sonorità elettroniche e per l'aspetto scenico. Più avanti venne invece associato alla disco, e infine al pop elettronico (synthpop), anche se in quest'ultimo caso probabilmente a torto.
La formazione del gruppo nel periodo di maggiore attività (1977-1982) era costituita dal frontman/cantante Christian Le Bartz, dal chitarrista Alain Maratrat, dal bassista e cantante Gerard L'Her, dal tastierista Fabrice Quagliotti e dal batterista Alain Groetzinger. Sesto elemento può essere considerato il produttore francese Claude Lemoine, che li creò e contribuì sostanzialmente a definirne il "sound".
I Rockets si presentavano sul palco ricoprendosi il viso con una speciale crema argentea, vestendosi con delle tute in tessuto argenteo dal design fantascientifico e assumendo movenze da robot; il loro suono faceva larghissimo uso di elettronica, pur includendo anche basso, chitarra e batteria tradizionali. I loro concerti erano caratterizzati dall'utilizzo di spettacolari effetti visivi (raggio laser e fumi), artifizi pirotecnici, come bombe e bazooka spara fiamme (succedeva talvolta che qualche spettatore si ferisse) e particolari effetti sonori, tra cui talk box, vocoder e grande utilizzo di tastiere.
I Rockets furono fra i primi gruppi, nel dicembre 1977, ad inserire l'effetto delle luci laser nei loro concerti.
Storia
Le origini: il grande successo del "periodo argentato"
A metà degli anni settanta, il produttore francese Claude Lemoine entrò in contatto con un gruppo di giovani e giovanissimi (all'epoca tra i 15 e i 20 anni) che, già stanchi del rock-blues "alla Led Zeppelin" in gran voga nella metà degli anni '70 in Europa, avevano iniziato a sperimentare altre sonorità. Il gruppo, dopo gli inevitabili assestamenti e cambi di formazione e di nome avvenuti tra il 1974 e il 1976, si consoliderà a partire dal secondo LP (1978) nella formazione sopracitata, composta da Le Bartz, L'Her, Quagliotti, Maratrat e Groetzinger.
Il primo album dei Rockets è l'omonimo lavoro del 1976 (uscito l'anno seguente nel resto d'Europa). Il disco è anche conosciuto familiarmente come Future Woman dal nome del brano-guida, presente in due versioni differenti che aprono e chiudono il disco, o come "Disco Verde", dal cromatismo prevalente in copertina.
Già in quell'anno il loro look spaziale, argenteo e alieno, è completo: usano costumi in lamé di taglio fantascientifico, chitarre e bassi fatti costruire in forma di stella, sole o altri simboli arcani; l'uso del vocoder non è ancora arrivato ma le voci sono già fortemente elaborate in modo da sembrare provenienti da altri mondi; negli spettacoli fanno uso di fumi, luci e pirotecniche non comuni in gruppi di piccolo calibro. L'unico pezzo che viene trasmesso frequentemente in radio è il sopracitato Future Woman, ma anche lo strumentale Apache, remake di un classico degli inglesi Shadows del 1962 si fa notare. Il resto dell'album è ricco di paesaggi sonori alieni ed anche rockeggianti, ma nessuno degli altri pezzi lascia il segno.
Il secondo album (1978) porta il nome del brano che a tutti gli effetti li lancerà nelle classifiche centro-europee: On the Road Again. La base è un vecchio pezzo dei Canned Heat, blues band del Sud degli USA, pezzo che i Rockets interpretano secondo il loro caratteristico stile, facendone un tormentone disco-psichedelico che vende un gran numero di copie ed è ballato in tutte le discoteche nell'estate 1978. Il resto dell'album è della stessa caratura; i pezzi sono omogenei tra loro sia in stile che in sonorità e mantengono, per così dire, l'atmosfera costante per tutta la durata dell'LP. Inoltre, la quantità e l'uso degli strumenti elettronici (vocoder e sintetizzatori, ma anche percussioni elettroniche e effetti per chitarra) è onnipresente e per giunta molto avveniristico.
La contemporanea uscita di On the Road Again e di The Robots eseguita dal gruppo tedesco Kraftwerk (entrambi i pezzi facevano uso della voce modificata con il vocoder) ha fatto sì che i due gruppi venissero accomunati, anche se il loro stile era a larghi tratti differente.
Nel 1978 i Rockets, si può dire, "emigrano" in Italia. Il produttore Maurizio Cànnici, manager della CGD-Messaggerie Musicali, storica etichetta italiana, si "innamora" di loro dopo aver assistito a una loro esibizione in una discoteca di Cannes e riesce quasi a trapiantarli, con l'effetto che dall'estate 1978 in poi i Rockets saranno presenti in pianta stabile in Italia molto più di quanto non lo siano nella stessa Francia o nel resto d'Europa. L'operazione commerciale di Cannici sortisce ottimi risultati: i Rockets in Italia arrivano subito in TV partecipando a trasmissioni quali Stryx e I mostri; le vendite dei dischi, le presenze ai concerti e sulle riviste sono pari a quelle dei più grandi calibri della musica internazionale.Con questo album il tastierista Fabrice Quagliotti entra a fare parte della band.
I Rockets, per nulla intontiti dal successo, lavorano molto bene, velocemente e in maniera molto competente: nel 1979 esce il loro disco di maggior successo, Plasteroid, che aumenta ed espande il lavoro fatto sul disco precedente. Qui la produzione è ancora più decisa; i suoni più ricercati e percussivi; gli strumenti sono di più, meglio suonati e meglio registrati; l'elettronica è quanto di meglio offrisse la tecnologia di quel tempo (gli strumenti digitali non erano ancora disponibili e si lavorava solo in analogico), ma è anche ben calibrata e non ossessiva. Ma è soprattutto il materiale musicale a fare la differenza: poca concessione ai pezzi strumentali rispetto ai vecchi album, ma le canzoni hanno molte colorazioni, sonorità accattivanti e preponderanti melodie, rimangono facilmente in testa e contribuiscono a far vendere l'album ben oltre il disco d'oro e di platino (oltre 1 milione di copie).
Plasteroid è unanimemente considerato il loro lavoro migliore, e il più rappresentativo in senso globale; le canzoni sono scritte quasi tutte a quattro mani: dal bassista Gerard L'Her, che di solito le canta anche tutte, e dal chitarrista Alain Maratrat. Il loro successo è dovuto ad un mix di 4 musicisti ricercatori di suoni nuovi che lavorano in perfetta simbiosi insieme a Claude Lemoine. Il cantante Christian Le Bartz è sicuramente il frontman dal vivo e catalizza l'attenzione del pubblico "interpretando" le canzoni anche con le movenze sul palco, ma in realtà canta molto poco (solo alcuni interventi col vocoder e alcune strofe qua e là). La voce principale di tutti gli album dei Rockets dal '77 all'84 è infatti del bassista L'Her.
I testi, nella stragrande maggioranza, parlano di visioni di un mondo futuro, di possibilità tecnologiche e umane, di desiderio di altri mondi su cui ricominciare. Non ci sono testi d'amore, di introspezione, di denuncia, o altro; una ragione per la quale parte del pubblico li considera, in ogni caso, un gruppo "leggero". Un'altra nota va fatta sui numerosi brani strumentali presenti nei loro dischi. È raro che un gruppo di nascita "rock" si dilunghi in brani strumentali, a meno che non siano code o "jam-sessions" alla fine di brani cantati. I Rockets in 5 dischi ne inseriscono addirittura 8 (10 se non consideriamo alcune voci di sottofondo presenti in un paio di brani).
Tra il 1979 e il 1980 escono anche un album dal vivo, Live, ed una compilation con un paio di brani inediti, Sound of the Future; essi nulla aggiungono e nulla tolgono alla loro fama e sono destinati solo ai fans più fedeli e ai collezionisti.
Nel 1979 i Rockets si presentano in scena con i costumi adottati nel 1978 durante l'ultima fase del tour di "On The Road Again" (Settembre/novembre) e lo show dal vivo cresce a misura di stadio: il laser è il medesimo adottato l'anno prima e gli artifici tecnici di scena si sprecano. Ma il culmine viene raggiunto nella primavera del 1980, quando inizia il tour italiano; il palco deve ora ospitare due enormi "cupole" contenenti le intere postazioni di tastiere e batteria, e due "uova" dalle quali, all'inizio del concerto fuoriescono il chitarrista e il bassista: queste quattro grosse e complesse macchine scenografiche si aprono ad inizio spettacolo in un tripudio di fumo, luci e laser sulle note della prima canzone.
Nella primavera 1980 esce il loro lavoro-culmine, Galaxy, un disco molto ambizioso e a tratti eccessivo, dove il gruppo riversa tutte le sue energie e potenzialità, quasi a voler fare una sorta di monumento musicale a sé stessi. Il livello del materiale musicale è paragonabile al lavoro precedente, ma è certamente meno spontaneo, più incostante ed eccessivamente tecnologico. La registrazione è a livelli di perfezione mai raggiunti prima, la produzione precisissima, gli strumenti sembrano suonati da robot tale è l'assenza di sbavature, impressionismi, incertezze. Il "tiro" dei brani è aggressivo, il tempo molto scandito, e si intravede il primo accenno della tecnologia digitale che permette la replicazione di segmenti di musica senza che il musicista fisicamente li riesegua; tutto questo contribuisce a creare un album potente e molto maschio, preciso e cristallino, che però si chiude con una nota malinconica: un "medley", cioè un pasticcio di brani di loro vecchie canzoni mixate un po' alla rinfusa, quasi a ricordare il tempo che passa, e a voler vedere una differente strada più avanti.
Il successo commerciale rimane abbastanza costante anche per questo disco, tuttavia è quasi chiaro a tutti come il periodo d'oro della band sia ormai passato e questo album rappresenti la fine di un'era. Anche il clima musicale nel mondo è ormai cambiato: finiti i fasti degli anni settanta, in cui si poteva sperimentare di tutto e finiti anche i tempi della disco, la grande riscossa della musica indipendente ha inizio con il punk e la New Wave in Inghilterra già nel '77-'78, e giunge ormai a maturità commerciale nel 1980. L'elettronica non è più appannaggio di pochi eletti, e le sonorità diventano più moderniste, più scarne, più "dark".
Il nuovo disco dei Rockets, quasi pronto per il 1981, viene rifiutato dalla casa discografica e il gruppo viene forzato a rimettere in discussione se stesso e il proprio sound, e non ultimo l'aspetto scenico per adeguarsi alle nuove tendenze. Questo creerà grosse tensioni tra i musicisti e il loro management, infatti dopo varie questioni ed incomprensioni con i loro produttori, la situazione si assesta in una forma ibrida: le nuove canzoni non sono più scritte prevalentemente da l'Her e Maratrat, bensì molte portano la firma del produttore Lemoine o di autori esterni. Entrano a suonare sul disco anche musicisti che avevano collaborato coi Rockets a inizio carriera; circolano servizi fotografici in cui i costumi argentei da alieni sono sostituiti da abbigliamento informale o da lavoro.
L'album che esce nel 1981, π 3,14, è pieno di sorprese; ma il grande pubblico ha ormai spostato l'attenzione sulle produzioni new wave inglesi e il disco non può reggerne il confronto. I suoni più scarni, la produzione più moderna, l'intervento di altri musicisti e le voci femminili non ottengono i risultati sperati. Nel complesso l'album non sconvolge le classifiche e gli show dal vivo si restringono parecchio in dimensioni e in affluenza di pubblico.
A seguito di questo calo di popolarità avviene la rottura definitiva fra il gruppo e Claude Lemoine. Il successivo Atomic (autunno 1982), proseguimento stilistico di π 3,14, pur mantenendo in copertina i credits a Lemoine viene in realtà autoprodotto dal gruppo. Vede un ritorno alle sonorità "spaziali" e un rinnovato look argentato con nuovi costumi e ottiene nuovamente un certo successo di classifica, anche grazie all'ottima hit che lo precede in primavera: Radio Station. Nonostante tutto però il disco sancisce ufficialmente la fine del "periodo argentato" e in seguito la band rischierà di finire nel dimenticatoio.
Da metà anni '80 fino ad "Another Future"
Nel 1984, per la prima volta senza Claude Lemoine, i Rockets, quasi irriconoscibili, con meno idee è già piuttosto divisi - Christian Le Bartz è stato sostituito da Sal Solo (inglese, ex new-waver, già cantante dei Classix Nouveaux ed oggi interprete di musica cristiana negli USA) e pure Gerard L'Her verrà rimpiazzato a breve - si presentano ancora rapati a zero, però struccati, con gilet gialli hi-tech che poco hanno a che fare con il look "spaziale", e propongono Imperception, album di buon riscontro, il cui singolo Under the Sun diviene la sigla di chiusura del festival di Sanremo di quell'anno.
Per il successivo One Way (1986) addirittura adottano un look "new romantic" con pizzi e ciuffi laccati e il nome modificato in "Rok-etz". Segue un tour che ha un discreto successo, ma ormai i continui abbandoni dei componenti storici, stanchi di suonare dal vivo e troppo affezionati al passato, hanno fatto perdere ai Rockets/Rok-etz una parte della loro originalità e della loro forza. Il gruppo si scioglie alla fine del tour.
Dopo un lungo silenzio, nel 1992 il produttore Claude Lemoine richiama il tastierista Quagliotti, il chitarrista Maratrat e il cantante Sal Solo per assemblare un album sfruttando la nuova tecnologia digitale e il sampling, affiancandogli i nomi di alcuni musicisti di studio, tra cui Nick Beggs, ex bassista dei Kajagoogoo, Mike "Clip" Payne, cantante e percussionista che collaborò con Prince, e altri. Viene realizzato così Another Future che però non viene promosso da stampa e tv e non entra nelle classifiche.
Rockets N.D.P e il "nuovo corso"
Nel 2000, grazie all'impegno del tastierista Fabrice Quagliotti (legale titolare del nome "Rockets" e in seguito proprietario dei master rilevati da Claude Lemoine) viene creato il progetto Rockets N.D.P, con una formazione completamente differente: lo stesso Fabrice Quagliotti alle tastiere, Luca Bestetti "LBM" alla voce, Bruno Durazzi "Little B" alla batteria, e Matt Rossato alla chitarra. Nel 2003 esce un nuovo album a nome Rockets, Don't Stop, che però delude per i dati di vendita. In particolare viene criticata la presenza di quattro remix di vecchi successi, oltre a una produzione non all'altezza, curata dal DJ Joe T Vannelli, e un look "ibrido" con pochi richiami ai costumi alieni del periodo argentato. La neonata band subisce inoltre ulteriori cambi di formazione: nel 2004 arrivano Gianluca Martino (chitarra) e Rosaire Riccobono (basso), amico d'infanzia di Quagliotti e già bassista dei Visitors e già presente con i Rockets sia nel disco π 3,14 che nei live del 1984. Nel 2005 "Little B" viene sostituito da Eugenio "UG" Mori. Nel 2006 esce il singolo Back to Woad che però viene snobbato dalle radio. Per incompatibilità artistica con Quagliotti, Luca "LBM" Bestetti viene sostituito e al suo posto viene scelto il canadese John Biancale. A soli tre anni di distanza da Don't Stop la band ha quindi già cambiato completamente formazione (tranne Fabrice Quagliotti), fatica a trovare stabilità, ma torna comunque in studio per rivedere i brani che erano pronti per uscire nel 2008 e che invece slitteranno ulteriormente a data da destinarsi.
Nel giugno 2007 è stato pubblicato in tiratura limitata il cofanetto The Silver Years, che ripropone per la prima volta su CD i primi 7 album dei Rockets, dall'omonimo LP del 1976 fino ad Atomic uscito nel 1982, comprendendo anche Live uscito solo in Italia nel 1980 e alcune bonus track, tra cui due brani inediti del 1980 che avrebbero fatto parte del "disco fantasma", mai uscito dopo il clamoroso successo di Galaxy.
Attualmente è possibile scaricare su iTunes la discografia del periodo argentato dei Rockets.
Il 3 aprile 2009 è stato pubblicato un secondo cofanetto: A Long Journey, contenente per la prima volta i video storici, alcune parti di concerti e 5 CD di rarità/live/demo. A causa di tale scelta esso risulta più indirizzato ai fans che al grande pubblico. Rimane tuttavia, grazie ai 2 DVD non venduti separatamente, un'occasione unica di vedere i Rockets "storici".
Con la pubblicazione di questo secondo cofanetto risulta "ufficializzata" la pubblicazione della maggior parte del materiale del gruppo. Restano "non ufficialmente pubblicati" due album (Imperception e One Way), una parte del "disco fantasma" ed alcune rarità. All'inizio di ottobre è uscito il singolo World on Fire, che però non ha ottenuto i risultati sperati a causa di una mancata distribuzione e promozione dello stesso, tema centrale e dominante della storia del gruppo dal 1992 ad oggi. La band si esibisce sempre con showcase e concerti anche in Russia ,con grosso richiamo e successo. Risale al 2012 la pubblicazione di The Rockets (Re-edit), On the Road Again, un brano di successo del 1978.
Dopo l'uscita nel 2014 del nuovo disco dei Duck Sauce, che include un remix di Space Rock intitolato Chariot of the Gods (Featuring Rockets), finalmente vede la luce il nuovo album, Kaos, che esce il 30 settembre 2014 distribuito dalla Warner con etichetta affidata a Roby Benvenuto e Smilax, dove spiccano ancora le sonorità space/electropop. L'album contiene 12 brani inediti di cui 3 strumentali. Esce anche il videoclip del nuovo singolo Party Queen featuring Muciaccia.
Ex-componenti
Per quanto riguarda gli ex componenti della formazione storica degli anni settanta e ottanta, circolano numerose leggende e storie, ma in realtà, dismessi i panni degli alieni, tutti hanno ripreso una loro vita normale lontano dalla ribalta.
'Little' Gerard L'Her, bassista, cantante e autore con i Rockets degli anni '70 e '80, vive nel sud della Francia e nel 2009 - dopo venticinque anni di assenza dal mondo dello show business - ha pubblicato un disco solista dal titolo A Perfect World, distribuito da Audioglobe.
Alain 'Grotzo' Groetzinger, batterista della formazione argentata, ha preparato una biografia sulla sua vita da Rockets pubblicata di recente.
Alain Maratrat, chitarrista e compositore storico del gruppo, dopo il grande successo ottenuto con la produzione di Jordy, il bambino terribile della discografia anni novanta e figlio del loro ex produttore Claude Lemoine, resta nel mondo della musica insegnando chitarra e dilettandosi a suonare blues con alcune band francesi.
Lontano dalla musica invece il frontman, l'uomo immagine dei Rockets argentati: Christian Le Bartz che nel 1983 ha lasciato definitivamente la scena musicale. Vive in Normandia, gestisce allevamenti di cani e distribuzione di mangimi per animali.
Luca "LBM" Bestetti, cantante dei Rockets nell'album Don't Stop si dedica ad un progetto personale chiamato "One Rocket". Ad oggi è stato autoprodotto un cd-single intitolato Human Race.
Membri
Formazione attuale
John Biancale – voce, (2006–presente)
Gianluca Martino – chitarra, (2004–presente)
Rosaire Riccobono – basso, (2004–presente)
Fabrice Quagliotti – tastiere, (1977–presente)
Eugenio Mori – batteria, percussioni (2005–presente)
Ex membri
Patrick Mallet – batteria (1974)
Guy Maratrat – chitarra (1974–1975)
André Thus – tastiere (1974–1975)
Christian Le Bartz – voce (1974–1983)
Alain Groetzinger –batteria, percussioni (1974–1983)
"Little" Gérard L'Her – basso, voce (1974–1984)
Alain Maratrat – chitarra, tastiere (1974–1992)
Michel Goubet – tastiere (1976)
Bernard Torelli – chitarra (1976–1977)
Bertin Hugo – tastiere (1977)
Sal Solo – voce (1984–1992)
L.B.M. Luca Bestetti – voce (2003–2006)
Little B. – drums (2003–2005)
Musicisti di supporto
Phil Gould – batteria (1986)
Andrew Paresi – batteria (1986)
Bruce Nockles – tromba (1986)
Alison Lee – voce (1986)
Paul McClements – voce (1986)
Carole Cook – voce (1986)
Nick Beggs – basso (1992)
Herve Koster – batteria (1992)
Mike "Clip" Payne – percussioni, voce (1992)
Matt Rossato – chitarra (2003–2004)
Discografia
Album Studio
Anno Titolo
1976 Rockets
1978 On The Road Again
1979 Plasteroid
1980 Galaxy
1981 π 3,14
1982 Atomic
1984 Imperception
1986 One Way
1992 Another Future
2003 Don't Stop
2014 Kaos
Album Live
Anno Titolo
1980 Live
Singoli
Anno Titolo
1974 Rocket Man
1975 Future Woman
1975 Samourai
1977 Space Rock
1978 Fils Du Ciel
1978 On The Road Again
1979 Electric Delight
1979 Astral Word
1980 Galactica
1980 Synthetic Man
1981 Ideomatic
1981 Radiate
1982 Radio Station
1984 Under the Sun
1986 Don't Give Up
1992 On The Road Again
2000 Gamastasis
2006 Back To Woad
2009 World on Fire
2014 Party Queen
Raccolte
Anno Titolo
1979 Sound of the Future
1992 Galactica
1996 Greatest Hits
1996 Hits & Remixes
2000 Definitive Collection
2003 Original Greatest Hits
2007 Outer World
2007 The Silver Years (Boxset)
2009 A Long Journey (Boxset)
2010 The Story (Boxset)
Cover
Il superprogetto internazionale Docker's Guild ha inciso una versione di "Prophecy" per la sua prog metal space opera "The Mystic Technocracy - Season 1: The Age of Ignorance" (Lion Music, 2012). I musicisti sono Gregg Bissonette (batteria), Tony Franklin (basso), Guthrie Govan (chitarra) e il creatore del progetto Douglas R. Docker (tastiere)
Curiosità
Durante la penultima serata del Festival di Sanremo 1996 il gruppo musicale Elio e le Storie Tese ha tributato una sorta di omaggio al gruppo, presentandosi sul palco con costumi e trucchi inequivocabilmente ispirati ai Rockets.
fonte: Wikipedia
GALACTICA
Nina Zilli
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mercoledì 11 marzo 2015
Giovanni Santi
BUSTO
LA BOTTEGA
CRISTO ACCOMPAGNATO DA DUE ANGELI (MUSEO DELL'ARTE, BUDAPEST)
CAPPELLA TIRANNI (CHIESA DI SAN DOMENICO, CAGLI)
Da sempre conosciuto anche per essere stato il padre e il primo maestro di Raffaello. Erroneamente la critica del passato riteneva fosse noto più per l'eccellente figlio che non per la propria opera. Recenti studi (tra i quali anche la monografia Giovanni Santi di Ranieri Varese edita nel 1994 per i tipi di Nardini Editore) hanno ampiamente rivalutato la figura e l'opera di questo dotto artista. A tale più approfondita e ragionata analisi hanno contribuito anche la traduzione per la prima volta in italiano del testo di Austen Henry Layard intitolato Giovanni Santi e l'affresco di Cagli (edito nel 1994 a cura di Ranieri Varese) e, sempre nel 1994, la ristampa anastatica del volume di J.D. Passavant intitolato Giovanni Santi, tradotto nel 1882 da Gaetano Guasti. Giovanni Santi, nato a Colbordolo tra il 1440 e il 1445, si trasferisce a Urbino verso i dieci anni. Qui, a contatto con l'ambiente di una delle più importanti corti del Rinascimento, avviene la sua formazione culturale. La sua personalità di umanista è infatti testimoniata da quella Cronaca rimata che nel 1492 scrive in occasione delle nozze del duca Guidobaldo ed Elisabetta Gonzaga in onore del padre dello sposo, il duca Federico da Montefeltro. Testo dal quale si desume l'acuta intelligenza del Santi dei fatti artistici riportati tanto che alcuni suoi giudizi sui pittori contemporanei fanno ancora testo.
I legami profondi che legano Giovanni Santi alla Corte urbinate hanno straordinaria rilevanza anche nei confronti del figlio Raffaello la cui formazione è inscindibilmente legata alla temperie culturale che nella seconda metà del Quattrocento caratterizza Urbino grazie alla lungimirante volontà del duca Federico. Egli è anche il primo pittore urbinate in quanto non ne esiste un altro prima di rilevanza tale da passare alla storia. Tra le opere che egli realizza in un arco temporale ristretto (meno di un ventennio) sono le Muse eseguite per il tempietto del Palazzo Ducale di Urbino, che danno il segno della stima del duca Federico nei riguardi del pittore. In Santi è viva la matrice fiamminga unitamente a quella veneto-padovana arricchita di volta in volta sui modelli di artisti come Melozzo da Forlì, Signorelli e Bellini con l'onnipresente influenza di Piero della Francesca. Così per la Pala di Gradara egli tiene conto di Giovanni Bellini mentre per la Pala Oliva di Montefiorentino del 1489, egli terrà a mente la superba Pala di San Bernardino di Piero della Francesca. La Pala Oliva, la Tavola "Madonna con Bambino in trono fra i Santi Elena, Zaccaria, Sebastiano e Rocco", commissionata dalla famiglia Buffi nel 1489 per la chiesa di San Francesco ad Urbino, e l'articolato affresco della Cappella Tiranni della chiesa di San Domenico di Cagli sono considerati i maggiori capolavori del Pittore. La sua bottega, attenta alle nuove aperture culturali, fu alquanto nota e Raffaello vi apprese i primi rudimenti dell'arte.
La Cappella Tiranni
Nella chiesa di San Domenico in Cagli è la nota Cappella Tiranni la cui decorazione fu affidata da Pietro Tiranni a Giovanni Santi e che Pungileoni considerava "il suo capo lavoro" La cappella quattrocentesca è fin dal secolo scorso una delle mete dei viaggiatori inglesi che transitano lungo la Flaminia. D'altronde Austen Henry Layard aveva pubblicato fin dal 1859 per conto della "Arundel Society" una monografia intitolata Giovanni Sanzio and his fresco at Cagli (tradotta in italiano per la prima volta nel 1994 a cura di R. Varese). Ritenuta l'opera massima di Giovanni Santi tra quelle realizzate con la tecnica dell'affresco la Cappella Tiranni racchiude nelle sembianze di un angelo il ritratto del giovane Raffaello ed in quelle di San Giovanni Battista l'autoritratto di Giovanni Santi.
fonte: Wikipedia
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Colbordolo,
quadri e non solo
carne da macello, il libro dell’orrore del subdolo Jobs Act
Trasportava ogni giorno, per i grigi corridoi della banca, un carrello carico di oggetti di cancelleria. E lo faceva piangendo sommessamente, porgendo le penne, i quaderni, le gomme, i fogli richiesti da quelli che erano stati i suoi colleghi, almeno fino a quando la banca non aveva deciso, per “ragioni di riorganizzazione interna”, di sottrarlo ai compiti di impiegato addetto alla gestione dei flussi contabili e di assegnarlo alle nuove mansioni di riordino e consegna dei materiali e degli strumenti di lavoro, quasi un “cartolaio ambulante”. Ormai svuotato da mesi di umiliazione personale e professionale, impossibilitato a ricollocarsi sul mercato per la progressiva perdita della propria qualificazione, aveva deciso di ottenere giustizia invocando i principi dell’articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori: nessuno può essere adibito a mansioni lavorative inferiori rispetto a quelle di assunzione, né può vedersi diminuita la retribuzione; ogni patto o accordo contrario è nullo, anche se sottoscritto con il consenso dello stesso lavoratore.
Quella che alcuni anni fa era stata una vertenza a lieto fine, con il risarcimento per il “lavoratore carrellista” degli ingenti danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e la reintegra nelle originaria mansioni, oggi è soltanto un malinconico ricordo.
L’approvazione dell’articolo 55 dello “Schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della legge 183 del 10 dicembre 2014” infatti, con l’introduzione nell’articolo 2103 della possibilità di assegnare unilateralmente il lavoratore “a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore” nel vago e generico caso di “modifica degli assetti organizzativi aziendali”, addivenendo anche alla decurtazione degli “elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa”, ha ufficialmente cancellato con un tratto di penna decenni di civiltà del lavoro, riportandolo a condizioni addirittura anteriori all’approvazione del codice civile del 1942.
Partiamo proprio da questo punto, per capire la “modernità regressiva” dell’ultima riforma introdotta dal Jobs Act. Addirittura nella versione originaria dell’articolo 2103, approvata nel 1942 con il codice civile (siamo dunque ancora sotto l’egida di un ormai decadente regime fascista), il legislatore prevedeva la possibilità di demansionare unilateralmente il lavoratore, subordinata tuttavia ad un doppio limite rappresentato dalla “irriducibilità della retribuzione” e dalla necessità di mantenere la “posizione sostanziale”. Ne sono derivate, nella prassi giurisprudenziale, rigide interpretazioni che hanno spesso censurato i demansionamenti unilaterali che si sostanziavano non solo in un oggettivo mutamento del contenuto professionale dell’attività lavorativa, ma anche in alterazioni soggettive del prestigio sociale, del prestigio morale e della dignità professionale del lavoratore.
L’apice della civiltà del lavoro, come testè accennato, si è raggiunto con l’introduzione dell’articolo 13 da parte dello Statuto dei Lavoratori (legge 300 del 1970) che, nel novellare l’articolo 2013 imponendo il principio della irriducibilità delle mansioni e della retribuzione lavorativa, ha perseguito due fini di rilievo costituzionale: il primo, relativo allo scopo dell’attività lavorativa, che deve sostanziarsi non solo nella finalità produttiva, ma anche nell’accrescimento professionale del lavoratore, così come prescritto dall’articolo 35, 2° comma della Costituzione, secondo il cui disposto la Repubblica “cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”. Il secondo, naturalmente connesso con il primo, inerisce alla dignità del lavoratore e della persona stessa: il lavoro infatti, oltre che strumento di affrancamento dal bisogno, è anche e soprattutto espressione e
realizzazione della personalità del lavoratore, la cui realizzazione professionale ne è al contempo la sintesi ed il punto di arrivo. Naturale, dunque, il legame individuato dalla giurisprudenza tra il divieto di demansionamento dell’articolo 2103 e i diritti fondamentali garantiti dall’articolo 2 della Costituzione.
La modifica contenuta nello schema di decreto approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri del 20 febbraio, al contrario, proprio in ragione degli amplissimi poteri conferiti al datore di lavoro, pare trarre ispirazione da un modello imprenditoriale diffuso qualche secolo fa, agli albori della prima rivoluzione industriale o, se si vuole richiamare i “tempi moderni”, agli standard lavorativi cinesi. E’ opportuno premettere come questa norma, a differenza del contratto “a tutele crescenti”, si applichi a tutti i lavoratori, iniettando il veleno di una flessibilità liquida anche ai rapporti di lavoro in corso. Questa autentica rivoluzione del lavoro, dunque, si sostanzia – come vedremo – in una universale liquefazione del lavoro, che coinvolge tanto i nuovi quanto i vecchi assunti. L’ulteriore lettura del “nuovo” articolo 2103, tuttavia, lascia senza parole. Il meccanismo principale è esposto nel secondo comma: il datore di lavoro, adducendo una qualsivoglia “modifica degli assetti organizzativi aziendali” che “incidono sulla posizione del lavoratore”, può assegnarlo a mansioni “appartenenti al livello di inquadramento inferiore”.
Via libera dunque alla possibilità di demansionare unilateralmente il lavoratore, con l’accortezza di “travestire” il provvedimento con una delle molteplici e possibili ragioni organizzative aziendali: il lavoratore, dunque, potrà anche precipitare dai vertici ai piedi della scala delle mansioni, non essendo in nessun modo reperibile nel testo della norma il riferimento ad un livello immediatamente inferiore, ma solo ad un generico “livello inferiore”. Ovviamente, se alle mansioni di precedente assegnazione erano legate delle speciali indennità (quali, ad esempio, l’indennità di maneggio del denaro o indennità relative ad altri rischi), queste saranno eliminate con le nuove mansioni inferiori: semaforo verde, dunque, anche alla riducibilità della retribuzione. Il menù predisposto per imprenditori particolarmente voraci si arricchisce di un’ulteriore scelta à la carte: la riduzione integrale della retribuzione al nuovo livello della mansione inferiore, nel caso in cui il demansionamento sia frutto di un “accordo” tra le parti, giustificato dall’ “interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione”, dall’ “acquisizione di una diversa professionalità” o dal “miglioramento delle condizioni di vita del lavoratore”.
Siamo al trionfo dell’ipocrisia legale; appare sarcasticamente beffardo il riferimento all’interesse del lavoratore all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita operato dalla norma, considerando che gli accordi in questione comporterebbero in concreto una doppia perdita: di professionalità, tarpata da mansioni dequalificanti, e di retribuzione, ridotta ai nuovi inferiori livelli. Di più ed oltre, questi accordi di demansionamento lungi dall’essere frutto della “spontanea volontà delle parti”, potrebbero essere oggetto di una pressante coazione, che coinvolgerebbe soprattutto i lavoratori “a tutele crescenti” privi dello scudo dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e sotto la spada di Damocle del licenziamento a
indennizzo ridotto. Ma vi è qualcosa di ben più grave, che sembra motivato più da ragioni vendicative che da motivazioni tecnico-produttive, quasi fossero i lavoratori i colpevoli della devastante crisi economica.
Si tratta del comma terzo, che è opportuno riportare per intero, al fine di comprenderne tutta la sua gravità: “Il mutamento di mansioni è accompagnato, ove necessario, dall’assolvimento dell’obbligo formativo, il cui mancato adempimento non determina comunque la nullità dell’atto di assegnazione delle nuove mansioni”. Vediamone le possibili implicazioni. La norma implicitamente dice, in modo apparentemente neutro, che in caso di mutamento unilaterale delle mansioni, il datore di lavoro può anche omettere l’obbligo di formazione del dipendente alle nuove mansioni: in questo caso, l’assegnazione alle mansioni – ad esempio – inferiori sarà comunque valida e legittima, ed il lavoratore – di conseguenza – dovrà proseguire nello svolgimento delle nuove prestazioni lavorative, anche senza la dovuta formazione. E’ l’attacco diretto – e subdolo – alla sicurezza del lavoro, al principio consolidato per cui la formazione e l’addestramento specifico del lavoratore in caso di trasferimento o cambiamento di mansioni (articolo 37, comma 4, decreto legge 81/2008, “Codice della sicurezza”) è il primo strumento di prevenzione degli infortuni sul lavoro.
Le conseguenze di questa abominevole disciplina sono tanto semplici da comprendere quanto agghiaccianti: il prestatore di lavoro che venisse preposto a nuove mansioni e che, ad esempio, dovesse passare dalla scrivania all’utilizzo di un macchinario della catena di montaggio, potrà essere preposto anche senza alcuna specifica formazione all’utilizzo della macchina. L’adibizione, comunque, sarà valida, con la conseguenza che il lavoratore sarà obbligato a svolgere le nuove prestazioni lavorative e ad utilizzare il macchinario senza alcuna specifica cognizione: come dire, a suo rischio e pericolo. Con la correlativa, possibile responsabilità disciplinare e risarcitoria diretta del lavoratore per gli eventuali errori compiuti nello svolgimento della nuova prestazione lavorativa e che provocassero, ad esempio, un danno aziendale. E se il lavoratore destinatario del mutamento di mansioni dovesse essere vittima di un infortunio a causa dell’assenza di specifica formazione?
E’ molto probabile che, in caso di richiesta di risarcimento dei danni da parte del lavoratore, il datore di lavoro si difenderà sostenendo la legittimità della propria condotta e rifiutando qualsivoglia responsabilità risarcitoria, confortato dal sigillo di legge per cui “il mancato adempimento non determina comunque nullità dell’atto di assegnazione delle nuove mansioni”. Interpretazione assolutamente plausibile in assenza di altre specificazioni in merito alle conseguenze sulla sicurezza lavorativa che il legislatore delegato, colpevolmente, ha omesso. Stiamo dunque parlando della clamorosa e palese violazione del principio cardine del diritto del lavoro, contenuto nel noto articolo 2087 (rubricato “tutela delle condizioni di lavoro”), secondo il cui disposto “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. Il
lavoratore non vale più neanche il prezzo di un costo di formazione e di addestramento: è ormai diventato solo “carne da macello”.
Del resto, che la liberalizzazione di fatto delle condotte demansionanti sia il punto di arrivo del processo di “merficicazione” del lavoro e dei lavoratori è desumibile anche dalla considerazione che, con il rinnovato articolo 2103, si conferisce il formale visto di “legalità” a comportamenti che decenni di studi di sociologia del lavoro – oltre che di pronunce giurisprudenziali – hanno definito sia come espressione del cosiddetto “mobbing”, sia come generatori di danni esistenziali, biologici e professionali nella sfera dei lavoratori vittime di tali condotte. Realtà concreta e realtà normativa si allontanano definitivamente, portando al cortocircuito della giustizia. Gli apologeti della “modernità lavorativa” certamente canteranno l’inno alla flessibilità nella gestione lavorativa e all’ormai raggiunta produttività, anticamera della “crescita”; uno sguardo meno ideologico alla viva realtà del lavoro, al contrario, evidenzierebbe come alla base di questa nuova disciplina non vi possa essere nessuna esigenza economico-produttiva, poiché vanificata dalla creazione di lavoratori dequalificati, trasformati in mere “pedine”, scarnificati della propria professionalità e, dunque, tutt’altro che produttivi.
Al contrario, sottese all’approvazione di questa norma – che costituisce l’autentico architrave della “riforma del lavoro” – vi sono ragioni politiche: di una politica che parla le parole della nuova Costituzione materiale (o Controcostituzione), in cui il nuovo articolo 2103 è la leva per lo scardinamento di fatto dell’articolo 1 della Costituzione, ove la dignità del lavoro è schiacciata sotto il tallone delle esigenze produttive di impresa e delle ferree ed ineluttabili leggi neoliberiste di mercato. Di fronte a questo sconfortante panorama, dinanzi alla definitiva eclissi del valore fondante e formante della Repubblica, non può non tornare alla mente il severo monito del nichilismo giuridico che, con uno sguardo intriso di dolente realismo, individua nel “valore il principio sostenuto dalla volontà più forte ed efficace. Carte Costituzionali ed altre solenni dichiarazioni sempre contengono norme, poste dalla volontà umana, e quindi trasgredibili modificabili revocabili. Nulla sfugge alla distruttiva temporalità dell’uomo”. Nemmeno la laica sacralità della “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, oseremmo aggiungere.
(Domenico Tambasco, “Il Jobs Act e i lavoratori carne da macello”, da “Micromega” del 23 febbraio 2015).
fonte: www.libreidee.org
martedì 10 marzo 2015
romanzo di una strage
è un film del 2012 diretto da Marco Tullio Giordana e liberamente tratto dal libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli edito dalla casa editrice Ponte alle Grazie.
Il film, girato a Torino e a Milano, tratta la ricostruzione dell'attentato che si è consumato a Milano in Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, e dei tragici fatti che ne conseguirono. Dalle varie piste intraprese dalla magistratura al caso creatosi attorno alla morte di Giuseppe Pinelli, avvenuta in circostanze misteriose durante un interrogatorio, e quella conseguente del commissario Luigi Calabresi che conduceva le indagini.
Il film ha ottenuto 16 candidature ai David di Donatello 2012, vincendone 3.
Il film è stato trasmesso in prima visione su Rai 1 il 28 maggio 2014 in prima serata.
Trama
All'indomani della morte dell'agente Antonio Annarumma, il Ministro degli esteri Aldo Moro riferisce al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat sulla situazione che, a suo dire, meriterebbe prudenza in luogo della linea dura auspicata dal Governo con l'avallo degli Stati Uniti. Contemporaneamente Giuseppe Pinelli, appartenente al circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, a seguito della discordanza di idee sulla linea politica da adottare, prende le distanze da Pietro Valpreda, il quale lascia il circolo.
Dopo gli attentati alla Fiera di Milano, le bombe del 25 aprile 1969, delle quali solo una esplode, viene incaricato delle indagini il commissario Calabresi, il quale segue la "pista anarchica", inducendo un appartenente al circolo frequentato da Pinelli a diventare suo informatore; successivamente, l'8 agosto, avviene lo scoppio delle bombe sui treni, attribuite agli anarchici ma in realtà piazzate da elementi di Ordine Nuovo, coordinati da Franco Freda.
Il 12 dicembre 1969, alle ore 16.37, in piazza Fontana un'esplosione devasta la sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura: muoiono diciassette persone ed altre ottantotto rimangono gravemente ferite. Lo stesso giorno scoppiano a Roma altre tre bombe ed un altro ordigno viene trovato inesploso a Milano, venendo poi fatto brillare dagli artificieri. Il Ministro degli interni Franco Restivo suggerisce una serie di misure di carattere repressivo, che tuttavia incontrano l'opposizione di Moro. Contemporaneamente viene trovato un manifesto di rivendicazione della strage a firma anarchica ed il commissario Calabresi, nonostante i dubbi espressigli dal giornalista de Il Giorno Marco Nozza, ferma un'ottantina di aderenti al movimento, tra i quali Pinelli che, dopo tre giorni di interrogatorio, muore in circostanze mai chiarite, cadendo dal quarto piano della questura.
Mario Merlino, un estremista di destra legato a Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale e collegato a Junio Valerio Borghese, fa il nome di Valpreda come possibile autore della strage. Parallelamente un agente infiltrato nel circolo anarchico 22 marzo di Roma, al quale aveva aderito Valpreda, lo informa che lo stesso Valpreda partì l'11 dicembre da Roma alla volta di Milano, portando con se una grossa borsa. Questi viene anche riconosciuto da Cornelio Rolandi, un tassista, che lo indica come l'uomo che nel pomeriggio del 12 dicembre era sceso dal suo taxi in piazza Fontana, recando con sé una grossa valigia, e viene arrestato dalla polizia.
Iniziano ad emergere connivenze tra i servizi segreti e gli ambienti dell'estrema destra, in particolare quella veneta, dove opera Giovanni Ventura, in collegamento con l'agente del SID Guido Giannettini. L'inchiesta, condotta dal sostituto procuratore Pietro Calogero, viene però trasferita a Roma.
Nel frattempo Moro affronta Saragat, rendengogli nota la nuova espressione coniata in merito agli avvenimenti occorsi, ossia "strage di Stato", ed entrambi concordano sulla necessità di tenere segrete le notizie, mentre la moglie di Pinelli, Licia, sporge denuncia contro la questura di Milano, costituendosi parte civile nel processo a carico del commissario Calabresi e dei funzionari presenti la sera della morte del marito.
Nei mesi che seguono l'editore Giangiacomo Feltrinelli viene trovato morto ai piedi di un traliccio dell'alta tensione ed il commissario Calabresi viene a conoscenza dell'esistenza di un deposito di armi e di esplosivi, sito in una galleria nei pressi del confine con la Jugoslavia, dove gli estremisti di destra potrebbero avere prelevato l'esplosivo utilizzato per la strage alla Banca dell'Agricoltura. Lo stesso Calabresi riferisce al capo dell'ufficio Affari Riservati D'Amato della possibilità della presenza di due bombe, collocate tuttavia non da Valpreda ma da uno tra tre neofascisti che gli assomigliano, ma questi, nonostante gli faccia intendere che l'attentato possa essere stato organizzato e coperto da segmenti dello Stato e della NATO, afferma che nulla di quanto è realmente successo emergerà e pochi giorni dopo il commissario viene ucciso.
Nei successivi 33 anni si susseguiranno tre processi che alterneranno condanne ed assoluzioni ma, al termine dell'ultimo grado del terzo processo, non risulteranno colpevoli, con l'eccezione di Freda e Ventura, i quali tuttavia non sono più perseguibili.
Distribuzione
Il film, prodotto da Cattleya e Rai Cinema, è stato distribuito nelle sale dalla 01 Distribution il 30 marzo 2012. Il trailer del film è stato diffuso il 23 febbraio 2012..
Accoglienza
Incassi
Al primo week-end ha incassato 533.000 euro, posizionandosi al quinto posto.
Critica
Reazione di Adriano Sofri
Il primo riscontro che il film ottiene è quello di Adriano Sofri, condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi che, all'indomani della prima del film, contestandone integralmente la ricostruzione dei fatti basata su fonti anonime che vorrebbero far passare la tesi di un "attentato duplicato" (sia nella versione liberamente tratta dal regista, che la versione del libro a cui il film si ispira) pubblica il 31 marzo 2012 un instant book di 132 pagine, intitolato 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film, per ripristinare, a suo dire, la verità storica, e facendo ampio uso del materiale ormai pubblico.
Reazione di Mario Calabresi
Altro riscontro che ha destato interesse è quello di Mario Calabresi, figlio del Commissario Luigi Calabresi, che ha definito il film coraggioso e nebuloso al tempo stesso, in quanto mostra chiaramente l'assenza del padre dalla stanza al momento della morte di Pinelli, ma non approfondisce la campagna portata avanti da Lotta Continua, impedendo così di comprenderne a pieno la condanna. Attuale direttore de La Stampa, Mario Calabresi ha pubblicato la sua storia in un libro intitolato Spingendo la notte più in là, tradotto anche all'estero.
Inesattezze storiche
Nella scena in cui ad Aldo Moro vengono illustrati i risultati della contro inchiesta, Moro ricorda il tentato colpo di stato del 1964. Nella scena viene affermato che Aldo Moro e Giuseppe Saragat affrontarono l'allora Presidente della Repubblica Antonio Segni nella qualità rispettivamente di Presidente del Consiglio e di Ministro della Difesa. In realtà Saragat non ricoprì mai tale incarico e all'epoca ricopriva quello di Ministro degli Esteri.
In una delle scene finali Calabresi, appena uscito dall'appartamento, rientra in casa per cambiare la cravatta. La moglie gli dice, seppur scherzosamente, che "tanto sono orrende tutte e due". In realtà la moglie di Calabresi, intervistata per "La storia siamo Noi - Il delitto Calabresi" afferma che gradiva moltissimo la cravatta rosa del marito, il quale curava molto il suo vestiario.
fonte: Wikipedia
TELEVISIONET
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