domenica 8 marzo 2015
Carla Lonzi
è stata una scrittrice e critica d'arte italiana, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale, fondatrice delle edizioni di Rivolta femminile nei primi anni settanta del XX secolo.
Carla Lonzi nasce a Firenze, il 6 marzo 1931, da una famiglia della media borghesia fiorentina, proprietaria di una piccola azienda industriale a conduzione familiare. Dopo l'estate del 1940, decide di rimanere per tre anni, dal 1940 al 1943, nel Collegio di Badia a Ripoli, dove si era sentita felice durante la villeggiatura di quell'anno. Dalla fine del 1943, fino agli inizi del 1950, torna a vivere in famiglia a Radda in Chianti dove i genitori si erano trasferici in tempo di guerra per sfuggire ai frequenti bombardamenti di Firenze.
Dopo aver frequentato il liceo classico Michelangelo, Lonzi s’iscrive alla facoltà di lettere dell'Università di Firenze. I rapporti con il padre e con la famiglia, già tesi, si aggravano ulteriormente durante il periodo universitario, ma non incidono che minimamente sui studi che terminano con la laurea con lode (discutendo una tesi molto appezzata da Roberto Longhi, dal titolo "I rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell'Ottocento"). È sua ferma intenzione di rendersi autonoma e farsi strada con le sue sole forze nel mondo del lavoro; nel 1954 si iscrive al Partito Comunista Italiano e, in seguito - agli inizi degli anni settanta - si impegna nel nascente movimento femminista.
Per un breve periodo Carla Lonzi lavora a Roma come segretaria presso l'Accademia Nazionale di Danza di Jia Ruskaja, conosce Mario Lena con cui, nel dicembre 1957, inizia una convivenza regolarizzata l'anno dopo con il matrimonio e la nascita del figlio Battista Lena. Vive l'istituzione matrimoniale come conflittuale con il desiderio di libertà dai condizionamenti sociali[senza fonte] e, dopo breve tempo, si separa dal marito. Per circa dieci anni svolge attività di critica d’arte, sia presso la galleria d’arte Notizie di Torino, sia in riviste come Marcatré.
Nel 1969 pubblica un libro di interviste intitolato Autoritratto e conosce lo scultore Pietro Consagra con il quale va a convivere a Milano nel 1970. Sono gli anni della contestazione, della ribellione e del rifiuto del modello di donna subalterna e sottomessa al potere maschile. Carla Lonzi si avvicina al femminismo, fonda il gruppo Rivolta Femminile e una piccola casa editrice ad esso collegata, con la quale scrive e pubblica due saggi (Sputiamo su Hegel del 1970 e La donna clitoridea e la donna vaginale del 1971); ha un ruolo di primo piano nell'elaborazione del Manifesto di Rivolta femminile.
Si spenge nell'agosto del 1982 a Roma.
Rivolta femminile
Il Manifesto di Rivolta femminile del 1970 è l'atto costitutivo del gruppo. Scritto con Carla Accardi e Elvira Banotti, il "manifesto" contiene in nuce tutti gli argomenti d'analisi che il femminismo avrebbe fatto propri: l'attestazione e l'orgoglio della differenza contro la rivendicazione dell'uguaglianza, il rifiuto della complementarità delle donne in qualsiasi ambito della vita, la critica verso l'istituto del matrimonio, il riconoscimento del lavoro delle donne come lavoro produttivo e non ultimo la centralità del corpo e la rivendicazione di una sessualità autonoma svincolata dalle richieste maschili.
Carla Lonzi, e il gruppo da lei fondato, rappresentarono un'avanguardia perché furono in grado di anticipare con largo margine i punti focali che sarebbero poi appartenuti all'intero movimento femminista, riuscendo ad intuire sin dal principio l'imprescindibilità di alcune pratiche quali il separatismo e l'autocoscienza. Rappresentarono anche un'esperienza assolutamente originale, per alcuni caratteri distintivi, come l'utilizzo costante della scrittura e l'importanza ad essa attribuita - con l'inaugurazione di una branca inedita di scrittura, che si può definire autocoscenziale - e la conseguente pubblicazione di numerosi testi attraverso la fondazione di una propria casa editrice.
Originale anche il prendere posizione sulla questione dell'interruzione volontaria della gravidanza (IVG) né a favore della liberalizzazione né della legalizzazione, che nasceva dalla volontà di spostare l'asse della questione al suo centro e interrogarsi sul "se la sessualità femminile abbia una sua espressione autentica nelle forme che poi portano a restare incinta" e il timore che schierarsi a favore dell'aborto potesse legittimare forme di sessualità che conducessero alla colonizzazione delle donne. Ruppe con il marxismo, letto come analisi parziale ed incompleta perché sviluppatasi senza tener conto di più della metà del genere umano nella sua specificità.
« Noi rimettiamo in discussione il socialismo e la dittatura del proletariato. La forza dell'uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla. Sputiamo su Hegel.
Siamo contro il matrimonio. Accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme. Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosità e i giochi sessuali. La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante. Comunichiamo solo con donne. »
(Manifesto di rivolta femminile)
La rivendicazione della esistenza individuale come frutto esclusivo della propria forza e di una propria esigenza e non come risultato o appendice del movimento studentesco fu un punto sul quale non vollero mai transigere. La coincidenza fra la teoria e la pratica appartenne a Lonzi e a Rivolta: attraverso l'esercizio ininterrotto dell'autocoscienza non corsero mai il rischio di perdersi in sterili elucubrazioni prive di riscontro in un reale fortemente radicato nel vissuto delle donne.
Fortemente anti-ideologica, avvertì ed espresse, in numerosi contesti, il timore che le proprie riflessioni potessero essere trasformate in decaloghi del femminismo e in capisaldi ideologici. Quel rischio venne comunque vanificato dalla chiarezza della sua espressione, risultato di un'aderenza formidabile fra pensiero e parola e di una scrittura che rendeva in maniera immediata ed inequivocabile la sua elaborazione, e che non poteva non percepirsi e nominarsi come scrittura autocoscenziale.
A Rivolta Femminile, e nello specifico a Carla Lonzi, va attribuita la primogenitura nella scoperta e nell'attuazione dei nodi cruciali dell'intera elaborazione femminista nel panorama italiano.
Opere
Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1974;
È già politica. Testi di Marta Lonzi, Anna Jaquinta, Carla Lonzi, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1977;
La presenza dell'uomo nel femminismo. Testi di Maria Grazia Chinese, Carla Lonzi, Marta Lonzi, Anna Jaquinta, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978.
Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978;
Vai pure, dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1980
Scacco ragionato, Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Milano 1985;
Armande sono io, Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Milano 1992
fonte: Wikipedia
la mistica della femminilità
The Feminine Mystique è il saggio più importante di Betty Friedan, risultato di una accurata indagine sulle donne della sua generazione, con interviste a donne casalinghe ed ex compagne dello Smith College.
Friedan cerca di dare una spiegazione al «problema inespresso» che rende infelici, depresse, e predisposte all’abuso di alcol e psicofarmaci le donne americane degli anni sessanta. Secondo la Friedan, questo problema è il risultato di un inganno che prende il nome di mistica della femminilità, a causa della quale milioni di americane hanno rinunciato ai loro sogni di realizzazione professionale, per dedicarsi esclusivamente alla maternità e alla vita casalinga. I risultati statistici confermano infatti che, alla fine degli anni cinquanta, l'età media del matrimonio era scesa a 20 anni e stava ancora scendendo a 17-18 anni negli anni Sessanta. La frequenza al college si era ridotta al 35% mentre nel 1920 la percentuale era del 47%.
La mistica della femminilità è quindi un deliberato progetto di persuasione e condizionamento che ha portato milioni di americane a segregarsi nei suburbi residenziali americani.
La Friedan individua i soggetti responsabili della diffusione della mistica della femminilità tra i direttori di giornali, gli educatori, gli psicanalisti, i sociologi funzionalisti.
Nella maggior parte delle redazioni di rotocalchi e riviste femminili le decisioni sulla linea editoriale da prendere è presa da direttori e redattori maschi, che hanno infarcito le riviste di argomenti futili, escludendo deliberatamente notizie riguardanti il mondo, la politica, la società, in sintesi tutto ciò che oltrepassi le quattro mura domestiche o il limitato perimetro di un suburbio residenziale americano.
La mistica della femminilità ha tratto, inoltre, la sua forza dal pensiero freudiano, e soprattutto dall'uso che ne hanno fatto i suoi volgarizzatori, spesso privi delle basi intellettuali per comprendere il senso che Freud aveva attribuito a certi concetti e soprattutto incapaci di comprendere che certe sue teorie erano state elaborate entro i limiti della cultura e della società del tempo. Per esempio il concetto di invidia del pene, che Freud aveva inventato per spiegare un fenomeno osservato in alcune sue pazienti viennesi di ceto medio, che in epoca vittoriana avevano molte ragioni per invidiare gli uomini, dai volgarizzatori veniva usato per spiegare tutti i difetti delle donne americane.
Ma i più zelanti missionari della mistica della femminilità, secondo la Friedan, sono i funzionalisti. Il funzionalismo secondo la Friedan è una aberrazione della sociologia, perché il suo approccio scientifico parte da questo assunto: «questo è ciò che è, perciò questo è ciò che deve essere». Tale approccio si limita a una descrizione della realtà così com'è, senza lo sforzo di costruire una teoria che cerchi una verità più profonda, per questo motivo le teorie funzionaliste di fatto impediscono qualsiasi mutamento dello status quo e rafforzano il conformismo e i pregiudizi del passato.
Anche Margaret Mead, celebre antropologa statunitense, non viene risparmiata dalla critica. In particolare il suo testo Maschio e femmina (Male and Female, New York, 1953) viene additato come la «chiave di volta della mistica della femminilità». Questo testo che, peraltro, ha il merito di descrivere il grande potenziale inutilizzato delle donne, finisce per concludere tutte le sue riflessioni con la glorificazione della funzione biologica della donna.
Presidi, professori, educatori “sessuo-diretti” hanno, inoltre, predisposto i loro programmi didattici con lo scopo di preparare le donne a essere mogli e madri ideali, distogliendole dall'idea di perseguire qualsiasi carriera. Tale educazione sessuo-diretta diventa, secondo la Friedan, tanto più pericolosa quanto più tende a ridurre l'età delle sue destinatarie scesa negli anni sessanta addirittura a 11-12 anni.
La mistica ha, infine, potuto attecchire anche grazie alla complicità di alcune donne che, pur avendo costruito una carriera personale, hanno pubblicamente sostenuto che il valore più alto e l'unico impegno possibile per la donna è la sua femminilità, intesa alla fine nel ruolo meramente biologico-riproduttivo.
La mistica della femminilità non avrebbe però avuto tanta diffusione se non avesse risposto a bisogni autentici della società americana, in primo luogo all'esigenza di tranquillità familiare dopo l'orrore della seconda guerra mondiale, assecondando anche la richiesta di «privatismo» delle giovani generazioni che non trovano nessun autentico valore nella società contemporanea, in secondo luogo la mistica della femminilità soddisfa il bisogno di un'ideologia, che colma la mancanza di mete e il gran vuoto di ideali.
Il suo successo è anche dovuto che al fatto che la mistica della femminilità finisce per assecondare una debolezza delle adolescenti che, negli anni in cui stanno diventando adulte, nel momento difficile della decisione di chi vogliono diventare, sentono come allettante la possibilità di non dover scegliere per il proprio avvenire, di non dover prendere delle decisioni e impegnarsi per raggiungere i propri scopi. La mistica suggerisce che basta attendere per essere scelte dal futuro marito, liberandole dall'obbligo di affrontare la questione della loro identità, perché possono definirsi come moglie e madre di qualcuno.
L'inganno, però dura pochi anni, e le donne finiscono per crollare sotto il peso dell'insoddisfazione e della noia: migliaia ricorrono all'aiuto dello psichiatra. Molte hanno una relazione extraconiugale, altre fanno uso di psicofarmaci e abuso d'alcol e praticamente tutte riversavano la loro energia inespressa su marito e figli in una relazione così onnipresente e soffocante da diventare patologica. Le conseguenze negative, pertanto, si riverberano anche sui congiunti, in particolare sui figli con i quali le madri instaurano una relazione simbiotica, nella quale i figli vengono distrutti. L'infantilismo delle madri contagia, così, una intera generazione sempre meno autonoma nel mondo reale.
In conclusione, impedire alle donne di impegnare veramente la loro energia creativa genera una enorme perdita per la società americana.
« Ritengo che le loro energie sprecate continueranno a essere distruttive per i mariti, per i figli e per loro stesse, finché non verranno adoperate in un proprio rapporto con il mondo. Ma quando le donne, al pari degli uomini emergono dalla vita biologica per realizzare la propria piena umanità, il resto della loro vita può diventare il tempo delle più alte soddisfazioni »
fonte: Wikipedia
sabato 7 marzo 2015
Lady Oscar
ベルサイユのばら Berusaiyu no bara?, lett. "Le rose di Versailles", è un manga di Riyoko Ikeda, trasposto anche in una celebre serie anime, trasmessa dal 1982 con lo stesso titolo del manga e dal 1990 come Una spada per Lady Oscar. Il titolo originale è spesso abbreviato dai fan in Berubara (ベルばら?).
Trama
La serie è ambientata in Francia, negli ultimi anni dell'Ancien Régime, scendendo nel dettaglio della vita nella corte di Versailles e della Rivoluzione del 1789.
La giovane Maria Antonietta d'Austria, figlia dell'imperatrice Maria Teresa, promessa in sposa al delfino di Francia Luigi Augusto, nipote di Luigi XV, giunge a corte. Le fa da scorta in ogni sua uscita Oscar François de Jarjayes, nobile sua coetanea, comandante della Guardia Reale, educata sin da bambina come un uomo. Tra le due giovani nasce subito una forte amicizia. Oscar assiste, a un ballo in maschera a Parigi, all'incontro tra Maria Antonietta e il conte svedese Hans Axel von Fersen, del quale entrambe le donne finiscono per innamorarsi.
Madame Du Barry, favorita di Luigi XV, in diverse occasioni si trova a scontrarsi con Maria Antonietta: la delfina rifiuta di rivolgerle la parola per i suoi bassi natali e per la sua condizione di favorita, che considera immorale. Alla morte di Luigi XV, Luigi XVI e Maria Antonietta diventano sovrani di Francia e la contessa Du Barry è allontanata dalla corte. Nel frattempo i sentimenti che Maria Antonietta e Fersen nutrono l'un l'altra diventano palesi: quando iniziano a diffondersi maldicenze sulla loro relazione, il conte abbandona il paese. Maria Antonietta, sempre più infelice e sola, cade sotto l'influenza di una nobildonna, la contessa di Polignac, che diventa la sua favorita e spinge la regina a scialacquare denaro in occupazioni frivole, come la moda e il gioco d'azzardo.
Parallelamente si assiste alle traversie di due ragazze dei bassifondi di Parigi, Jeanne e Rosalie, che arrivano a corte per vie diverse. Figlie di un defunto nobile decaduto della dinastia dei Valois e di una donna povera, dimostrano caratteri e desideri diversi: Jeanne, scaltra e ambiziosa, abbandona la famiglia e riesce a farsi adottare da una nobildonna, che poi uccide dopo aver preparato un falso testamento a proprio favore; Rosalie, invece, candida ed estremamente affezionata alla madre, si dedica ad assisterla. Nel disperato tentativo di guadagnare quanto serve a comprare le medicine per la madre, Rosalie conosce Oscar: una sera ferma la sua carrozza e, credendola un uomo, le si offre. Oscar ride per l'equivoco, ma poi, commossa, le dona una moneta d'oro.
Qualche tempo dopo, la madre di Rosalie finisce sotto le ruote della carrozza della contessa di Polignac. In punto di morte, la donna rivela a Rosalie di non essere la sua vera madre e che ques'ultima è una nobildonna. Da quel momento Rosalie cerca di avvicinarsi a Versailles per trovare l'assassina della madre adottiva e vendicarsi di lei: finisce per diventare ospite di Oscar, che le fa impartire un'adeguata educazione e la introduce a corte. Per ironia della sorte Rosalie scopre che la sua vera madre è proprio la contessa di Polignac.
Dopo alcuni anni il conte di Fersen torna in Francia e inevitabilmente si riavvicina a Maria Antonietta che, non riuscendo a controllare i suoi sentimenti, rischia di far scoppiare uno scandalo. Anche su consiglio di Oscar, il conte decide di lasciare nuovamente il paese e si imbarca per andare a combattere oltreoceano con i rivoluzionari americani. La partenza del conte spinge Maria Antonietta a cambiar vita: dopo l'agognata nascita degli eredi, si allontana dalla vita di corte e si ritira con i suoi bambini nel Petit Trianon, una residenza privata, suscitando l'astio dell'alta nobiltà.
Jeanne Valois de la Motte organizza una truffa ai danni della corona: riesce a far acquistare, a nome di Maria Antonietta, una costosissima collana. È il celebre Affare della collana, che getta le prime ombre sulla reputazione pubblica della regina. Scoperta e arrestata, dopo un clamoroso processo in cui accusa Maria Antonietta, Jeanne viene condannata a essere marchiata a fuoco come ladra. Fersen torna dall'America: a un ballo a corte, Oscar si presenta in incognito vestita per la prima ed unica volta da donna, ma, danzando con Fersen, capisce che non potrà mai sostituire la regina nel cuore dello svedese. Si trova poi coinvolta nel caso del Cavaliere Nero, un ladro che compie numerosi furti ai danni dei nobili: nel tentativo di catturarlo, il suo fido scudiero André è ferito a un occhio, da cui perderà la vista. André rivela a Oscar di amarla da sempre, ma lei lo respinge.
Oscar decide di allontanarsi da corte: rinuncia al comando della Guardia Reale e ottiene dalla regina l'incarico di comandante del reggimento delle Guardie Francesi di Parigi. Anche André vi si arruola, per starle vicino. Intanto, il padre di Oscar, il generale Jarjayes, si pente di aver destinato la figlia alla carriera militare e ne auspica le nozze. Si propone Girodel, secondo di Oscar nella Guardia Reale, ma Oscar non accetta di sposarlo. Al comando della Guardia di Parigi, Oscar dovrà combattere per farsi accettare dai suoi nuovi indisciplinati soldati, riuscendo infine a ottenere la loro fiducia: in particolare quella di Alain de Soisson, amico di André, che a sua volta si innamora di Oscar.
Si consuma la tragedia di Maria Antonietta: subito dopo la morte del suo primogenito, inizia il turbine degli eventi che porteranno alla Rivoluzione francese. Oscar, scoprendosi anch'essa innamorata di André, si schiera dalla parte del popolo, a cui appartiene il suo amato, e dice addio alla regina. Di lì a poco i due innamorati muoiono: André è colpito da una pallottola vagante il 13 luglio 1789, mentre Oscar, già debilitata dai primi sintomi della tisi, cade durante i tumulti dell'assalto alla Bastiglia. Gli anni della rivoluzione travolgono Maria Antonietta, fino alla sua esecuzione sulla ghigliottina il 16 ottobre 1793.
Personaggi
Personaggi fittizi
Oscar François de Jarjayes
André Grandier
Marie Grandier
Victor Clément de Girodel
Alain de Soissons
Bernard Chatelet
Nicole Lamorliére
Colonnello Dagôut
Madame de Jarjayes
L'Eco di Parigi
Gerard Lasalle
Dottore
Diane de Soisson
Pittore
Locandiere di Arras
Gilbert Sugéan
Madre di Alain
Personaggi storici
Nella trama appaiono molti personaggi realmente esistiti:
Reali e familiari
Luigi XV di Francia
Maria Antonietta d'Austria
Luigi XVI di Francia
Madame Elisabetta (sorella di Luigi XVI)
Luigi Giuseppe di Borbone-Francia (figlio di Luigi XVI)
Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia (figlia di Luigi XVI)
Luigi XVII di Francia (figlio di Luigi XVI)
Adelaide di Borbone-Francia (figlia di Luigi XV)
Vittoria Luisa di Borbone-Francia (figlia di Luigi XV)
Sofia Filippina di Borbone-Francia (figlia di Luigi XV)
Maria Teresa d'Austria (madre di Maria Antonietta)
Giuseppe II del Sacro Romano Impero (fratello di Maria Antonietta)
Luigi Filippo II, duca d'Orleans (cugino di Luigi XVI)
Nobiltà
Marie-Jeanne Bécu, contessa Du Barry (favorita di Luigi XV)
Hans Axel von Fersen
François Augustin Reynier de Jarjayes
François Claude de Bouillé
Yolande de Polastron, duchessa de Polignac
Aglaé de Polignac (ribattezzata Charlotte nella serie)
Florimond de Mercy-Argenteau
Marie-Madeleine-Adrienne d’Hallencourt Bernard, marchesa de Boulainvilliers
Henri Louis de Rohan, principe di Guéménée (ribattezzato duca di Germain nell'ed. italiana)
Gilbert du Motier de La Fayette
Antoine-Louis-Marie de Gramont, duca di Guiche (Guise nell'ed. italiana)
Anne d'Arpajon, contessa de Noailles
Conte de Mirabeau
Clero
Cardinale Louis de Rohan
Terzo Stato ed altri
Rosalie Lamorlière
Jeanne Valois de la Motte
Maximilien de Robespierre
Louis Antoine de Saint-Just
Jacques Necker
Antoine-Nicolas de la Motte
Rose Bertin
Nicole Le Guet d'Oliva (sosia di Maria Antonietta)
Retaux de Villette
Gioielliere Böhmer
Il manga
Riyoko Ikeda, affascinata dalla nota biografia di Maria Antonietta dello scrittore austriaco Stefan Zweig, propose al suo editore l'idea di pubblicare un manga a sfondo storico. L'editore, convinto che una storia ambientata nel Settecento non avrebbe avuto presa sulle giovani lettrici, accettò dopo molte riserve, ma impose all'autrice la condizione d'interrompere la serializzazione dell'opera in caso di flop.
Il manga fu pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1972 in 82 capitoli, usciti originariamente su Shukan Margaret (Shūeisha). Il successo fu enorme. La serie fu in seguito raccolta in nove volumi di circa duecento pagine ciascuno.
Nel 1984, Riyoko Ikeda ha pubblicato una miniserie di quattro episodi, dal titolo Lady Oscar - Le storie gotiche (ベルサイユのばら外伝 Berusaiyu no bara gaiden?, letteralmente Le rose di Versailles - Gaiden), che si colloca cronologicamente poco prima che André venga ferito all'occhio.
Nel 1987 Riyoko Ikeda inizia la serializzazione di Eroica - La gloria di Napoleone (栄光のナポレオン - エロイカ Eikō no Napoleon-Eroika?), che si presenta come un seguito di Lady Oscar successivo agli avvenimenti della rivoluzione francese. Nella trama, che è una biografia di Napoleone Bonaparte, appaiono e si muovono personaggi che il lettore ha già avuto modo di conoscere nel corso di Lady Oscar come Alain, Bernard e Rosalie.
Edizioni italiane
In Italia il manga fu pubblicato per la prima volta da Fratelli Fabbri Editori nel 1983, in un'edizione a colori e con il finale modificato. Fu riproposto da Granata Press nel 1993 e da Planet Manga nel 2001, che di seguito pubblicò anche Versailles no bara gaiden con il sottotitolo Le storie gotiche. Dal 2008 d/visual iniziò a pubblicare una nuova edizione italiana in sei volumi deluxe con sovracoperta, proponendosi maggiore fedeltà all'originale: fu recuperato il titolo Le Rose di Versailles, i dialoghi furono ritradotti e ciascun volume contiene extra con interviste all'autrice, curiosità e note all'edizione giapponese e alla traduzione italiana. Nel 2011 l'intero catalogo manga della d/visual per l'Italia fu rilevato da GP Publishing.
L'anime televisivo
Edizione giapponese
L'anime televisivo si compone di 40 episodi della durata di circa 23 minuti netti ciascuno, più uno di durata doppia, inedito in Italia, consistente in un breve riassunto della trama e intitolato Versailles no bara to onnatachi (La rosa di Versailles e le donne).
La serie fu realizzata dalla giapponese Tokyo Movie Shinsha nel 1979. Tadao Nagahama diresse i primi episodi. Gli subentrò nella regia con evidenti miglioramenti Osamu Dezaki, accreditato dal 18º episodio, anche se aveva già diretto il 5°, e si era affiancato e in pratica sostituito a Nagahama già dal 12º episodio della serie. Il disegno fu affidato alla Shingo Araki Production e Shingo Araki in persona curò il character design, affiancato da Michi Himeno. Alla realizzazione partecipò l'animatore Akio Sugino. La colonna sonora fu affidata al compositore Koji Makaino.
La serie, messa in onda dalla giapponese NTV per la prima volta tra il 1979 e il 1980, si rivelò un clamoroso insuccesso in Giappone, tanto che in alcuni distretti fu interrotta al 24º episodio, seguito dall'improvvisata trasmissione di un episodio-documentario sul finale, intitolato Moetsukita bara no shōzo (Ritratti di rose che bruciano). A differenza del 41º episodio, trasmesso diverse volte in Giappone, questo episodio-documentario non fu mai esportato e finì praticamente dimenticato anche in Giappone, soprattutto per volontà di Riyoko Ikeda, che sempre lo considerò la prova evidente dell'insuccesso della serie animata.
Una replica trasmessa nel 1986 rimediò in gran parte all'insuccesso della prima messa in onda, grazie anche alla notorietà acquisita nel frattempo da Shingo Araki con la serie Saint Seiya (I Cavalieri dello zodiaco).
Home Video Giappone
La serie in Giappone ha goduto anche di svariate edizioni per l'home-video. In VHS ne sono state realizzate tre edizioni, la prima risalente al 1987, la seconda al 1988 e la terza ed ultima nel 2001. Sempre nel 2001 viene editata la prima edizione DVD. Ne seguiranno altre due edizioni, nel 2005 e nel 2009 per il 30º anniversario dell'anime. Nel 1994 viene realizzata l'unica versione in Laser Discs, le cui cover sono realizzate da Akio Sugino, a differenza di tutte le versioni VHS e DVD dove le cover sono disegnate da Michi Himeno. Il 24 settembre 2014 la serie viene editata in Blu-ray Disc.
Edizione italiana
In Italia, invece, la serie riscosse presto un grande successo. Andò in onda per la prima volta, fino alla 37ª puntata, nel marzo 1982 con il titolo Lady Oscar, lo stesso che i produttori giapponesi avevano scelto per il film dal vivo diretto da Jacques Demy. Già in questa versione la serie presentava censure nei dialoghi e nelle sequenze video. Nella stagione televisiva successiva (1982-1983), l'anime fu replicato all'interno della trasmissione Bim Bum Bam, con l'aggiunta delle puntate inedite in Italia, presentate come una "seconda serie". Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, Mediaset decise di cambiare il titolo in Una spada per Lady Oscar. L'Italia è stata, tra le nazioni europee, quella che ha replicato l'anime con maggiore frequenza. Nel corso degli anni, le censure sono aumentate.
Home Video Italia
La prima edizione di Lady Oscar in è stata prodotta nel 2001 in 10 DVD da Yamato Video, comprensiva dell'audio originale giapponese e di sottotitoli che lo traducono fedelmente, contiene 40 dei 41 episodi della serie. Gli stessi DVD sono stati raccolti in due Box nel 2009. La serie è state editata anche per il circuito delle edicole in collaborazione con DeAgostini, in questo caso sono stati realizzati 20 DVD contenenti due episodi cadauno. Sempre Yamato Video ha pubblicato in DVD anche il film di Jacques Demy.
Sigle e album
Alla serie fu associata la sigla Lady Oscar, composta e cantata dal gruppo di Riccardo Zara, I cavalieri del re, che riscosse tanto successo negli anni ottanta da raggiungere il settimo posto nella hit parade. Lo stesso gruppo incise un album monografico dedicato alla serie dal titolo La storia di Lady Oscar, pubblicato nel 1982.
Quando il titolo della serie cambiò in Una spada per Lady Oscar, cambiarono anche il montaggio e la canzone della sigla di apertura. Il testo del brano fu scritto da Alessandra Valeri Manera sulle note della musica composta dal maestro Ninni Carucci. L'interpretazione fu affidata inizialmente a Enzo Draghi, che preferì firmarsi con lo pseudonimo Gli amici di Oscar, e poi a Cristina D'Avena. Questa seconda sigla venne utilizzata per tutti gli anni novanta. I successivi passaggi televisivi nel 2002 e 2005 videro il ripristino della prima sigla, mentre per le messe in onda dal 2008 in avanti Mediaset scelse un compromesso: come sigla di testa fu adottata quella degli anni ottanta, e come sigla di coda quella degli anni novanta in una versione però abbreviata ad un minuto (dai due abbondanti originari) e sulle immagini dell'altra sigla.
Una spada per Lady Oscar fu tradotta dal drammaturgo Michael Kunze per l'edizione tedesca della serie, dove è stata l'unica sigla. La musica fu riutilizzata in Spagna per la serie Nuevos hermanos, conosciuta in Italia come Georgie, cantata da Soledad Pilar Santos, secondo la consolidata tradizione di riutilizzo di sigle italiane da parte di emittenti estere del gruppo Mediaset.
Censure
La sceneggiatura originale giapponese è stata adattata o censurata nella versione italiana: molti dialoghi furono riscritti, alcuni furono appiattiti, altri del tutto reinventati, secondo una pratica molto diffusa in Italia per quanto riguarda l'animazione giapponese. Ne soffrirono soprattutto i dialoghi e le scene che più giocano sull'equivoco dell'identità di Oscar, iniziando proprio da questa. Nella versione giapponese è un vero e proprio segreto e tutti si rivolgono a lei con 'Colonnello', 'Signore' o semplicemente 'Oscar'; nel doppiaggio italiano molti la chiamano 'Madamigella'.
Di conseguenza, nella scena dell'incontro tra Oscar e la giovane Rosalie Lamorlière, sorella di Jeanne Valois, nella versione italiana tutto il dialogo dovette essere dapprima modificato, per poi essere tagliato. Nella versione originale, Rosalie, disperata, ferma la carrozza di Oscar e, credendola un uomo, gli si offre per denaro: Oscar, non essendo un uomo, scoppia a ridere. Rosalie verrà ospitata dalla famiglia Jarjayes, andando a vivere per un breve periodo a casa di Oscar: di qui la cotta di Rosalie nei confronti di Oscar e i contorsionismi del doppiaggio italiano. Anche il fascino esercitato dal "colonnello" Oscar su alcune dame di corte perde il suo erotismo e diventa ammirazione.
Nicole D'Oliva, ribattezzata Nicole 'Olivier', usata da Jeanne Valois come sosia di Maria Antonietta nel corso dell'Affare della collana, nella versione italiana chiede la carità: in realtà è una prostituta che, cieca, non sapendo chi stia bussando alla sua porta, presenta prima di tutto la lista e le tariffe dei suoi "servizi". Durante il suo processo, Jeanne Valois accusa Maria Antonietta di averla costretta a compiere "cose terribili": nei dialoghi originali dichiara di esserne stata l'amante e che la regina avrebbe intrattenuto rapporti lesbici con molte dame di corte, tra le quali la contessa di Polignac e la stessa Oscar, che si vestirebbe da uomo proprio per accondiscendere a questo desiderio della sua regina. È proprio questa frase a far sussultare Oscar di rabbia in aula.
Non mancano, inoltre, errori di traslitterazione, per via del fatto che i nomi francesi furono traslitterati in giapponese, e questi a loro volta traslitterati in italiano. I più frequenti riguardano le parole in cui ricorrono le coppie di suoni l/r oppure b/v, che in giapponese equivalgono entrambe a un unico fonema: di conseguenza, si è venuta a creare confusione nella scelta delle lettere da utilizzare. Per esempio, il cognome di Rosalie Lamorlière è diventato 'Lamorielle', quello di Jeanne Valois è diventato 'Baló'. Il nome della marchesa di Boulainvilliers, traslitterato in giapponese come Būrembirie (ブーレンビリエ?), in Italia è stato liberamente adattato come 'Brambillet' nel manga e come 'Bramberie' nell'anime.
Doppiaggio
Il doppiaggio italiano è stato eseguito presso la CITIEMME Registrazioni Sonore di Roma ed è stato diretto da Isa Barzizza e Franca Milleri.
Personaggi Doppiatori originali Doppiatori Italiani
Oscar François de Jarjayes Reiko Tajima Cinzia De Carolis
Andrè Grandier Yû Mizushima Massimo Rossi
Maria Antonietta d'Austria Miyuki Ueda Laura Boccanera
Hans Axel von Fersen Nachi Nozawa Luciano Roffi
Bernard Chatelet Akio Nojima Oliviero Dinelli
Alain de Soissons Keaton Yamada Sergio Luzi
Generale de Jarjayes Romano Malaspina
Rosalie Lamorlière Rihoko Yoshida Daniela Caroli
Jeanne Valois de la Motte Yoneko Matsukane Susanna Fassetta
Nonna Marie Grandier Franca Dominici
Victor Clement de Girodel Giuliano Santi
Contessa di Polignac Reiko Mutô Serena Spaziani
Contessa Du Barry Franca De Stradis
Maximilien de Robespierre Giorgio Locuratolo
Duca di Germain Carlo Allegrini
Luigi XVI Yoshito Yasuhara Marco Guadagno
Luigi XV Sandro Pellegrini
Voce narrante Noriko Ohara Sergio Matteucci
Lady Oscar - Le storie gotiche
ベルサイユのばら外伝 Berusaiyu no bara gaiden?, letteralmente "Le rose di Versailles -Gaiden" è una miniserie manga scritta e disegnata da Riyoko Ikeda. Si tratta di quattro storie complete pubblicate nel 1985, dopo la conclusione di Versailles no bara (Lady Oscar), della stessa autrice. Gli episodi presentano un carattere marcatamente gotico. In Italia il manga è stato pubblicato dalla Planet Manga nel 2001, con il sottotitolo Le storie gotiche, di seguito al manga principale (nn. 21-24).
Trama
Il periodo in cui si svolgono le storie è interno alla trama di Lady Oscar, all'incirca fra i numeri 7 e 8 del manga (poco prima che André venga ferito all'occhio). Una delle protagoniste, oltre a Oscar e il suo fido André, è la piccola Loulou de La Lorencie, nipotina di Oscar.
Volumi
N° Titolo italiano
Giapponese 「Kanji」 - Rōmaji
1 Loulou e la bambola
「ル・ルーと、いっしょに来た人形」 - Ru-rū to, isshoni kita ningyō
2 Il figlio del Generale Jarjayes?!
「ジャルジェ将軍の息子あらわる!?」 - Jaruje shōgun no musuko arawaru!?
3 Il pirata turco e la suora
「トルコの海賊と修道女」 - Toruko no kaizoku to shūdōjo
4 La diabolica pozione
「悪魔の薬」 - Akuma no kusuri
Film
Lady Oscar...
Il regista francese Jacques Demy scrisse con Patricia Louisianna Knop una sceneggiatura basata sul manga per un film con attori in carne e ossa. Divenne una coproduzione franco-giapponese, intitolata Lady Oscar, diretta dallo stesso Demy e girata in Francia. Il film, pur molto condensando la trama del manga, godette di un discreto successo. Per la parte di Oscar fu scelta l'attrice Catriona MacColl, mentre Oscar bambina fu interpretata da una giovanissima Patsy Kensit.
Inochi arukagiri aishite
Inochi arukagiri aishite è un film giapponese del 1987, che riassume l'intero anime televisivo.
La rose de Versailles
cinematografiche giapponesi dell'anime film La rose de Versailles, allora in fase di pre-produzione, realizzato dalla Toei Animation.
Teatro
Il gruppo teatrale femminile giapponese Takarazuka Revue ha tratto dal manga un'opera teatrale, che va in scena dal 1974, con oltre tre milioni di spettatori al 2003.
Musical
Nel 2009 è stato rappresentato in Italia Lady Oscar. François – Versailles Rock Drama, un musical in due atti liberamente ispirato al manga di Riyoko Ikeda, diretto da Andrea Palotto, che è autore anche dei testi e delle musiche.
Carattere yuri
Versailles no bara è ritenuto uno dei precursori del genere yuri, sebbene Oscar sia caratterizzata come eterosessuale e sebbene tanto il manga quanto l'anime non presentino espliciti riferimenti al lesbismo, a parte l'iniziale attrazione di Rosalie nei confronti di Oscar (ma la ragazza crede che sia un uomo) e le insinuazioni di Jeanne de la Motte sui presunti rapporti intimi che intercorrono tra Oscar e la regina Maria Antonietta (ma Jeanne sta percorrendo una strategia processuale).
Tuttavia Oscar è una donna che è stata cresciuta dal padre come un uomo ed è quindi uno dei primi personaggi femminili, in anime e manga, che possono essere ricondotti allo stereotipo bishonen ed è una delle protagoniste più amate dagli otaku del genere yuri, soprattutto a causa dei costanti riferimenti al travestitismo e all'ambiguità della sua natura.
Citazioni in altri anime
Il successo del personaggio di Lady Oscar è testimoniato da diverse citazioni presenti in molti anime successivi:
Oscar compare insieme ad Andrè nell'episodio Folle amore a Versailles della serie Le nuove avventure di Lupin III, in cui il ladro gentiluomo se ne innamora, pur credendola un maschio;
Sempre con Andrè, Oscar compare in un episodio della serie Hamtaro, nelle vesti di un veterinario;
nella prima stagione della serie animata Pokémon i membri del Team Rocket Jessie e James compaiono con vestiti simili a quelli di Oscar (Jessie) e di Maria Antonietta (James);
In un episodio di Ranma ½, Genma Saotome, padre del protagonista Ranma, compare trasformato da panda nella collezione di oggetti della pattinatrice Azusa Shiratori, indossando i vestiti di Oscar e una vistosa parrucca bionda;
Nell'ultimo episodio di Occhi di gatto il capo di Matthew, nel "dietro le quinte" di uno spettacolo teatrale, a un certo punto indossa un costume da Girodel con tanto di parrucca;
In un episodio di Muteking una delle Piovre Nere si trasforma in Lady Oscar;
In Slayers, nella seconda serie Next, in un episodio in cui i protagonisti si devono vestire da donna per entrare in una città sacra, una ragazza con l'aspetto di Oscar offre una rosa a Gourry Gabriev;
Nell'episodio L'appuntamento della serie Lamù, Ryunosuke appare nuda avvolta da un rovo in una posa che ricorda quella di Oscar nella sigla del cartone.
Nel fumetto di City Hunter è presente una scena in cui Ryo Saeba essendo rimasto impotente da vespe avvelenate dice di voler diventare donna e farsi chiamare Lady Saeba.
fonte: Wikipedia
mercoledì 4 marzo 2015
treno 8017
« Nessuna Spoon River dei poveri ha mai raccontato le loro storie. »
(Antonio Manzo, su Il Mattino, 29 febbraio 2004)
Antefatto
Nel primo pomeriggio del 2 marzo 1944, il treno merci speciale 8017, creato per caricare legname da utilizzare nella ricostruzione dei ponti distrutti dalla guerra, partì da Napoli con destinazione Potenza.
Il treno era molto lungo, perciò venne dotato di una locomotiva elettrica molto potente che, nella stazione di Salerno, fu sostituita da due macchine a vapore poste in testa al treno, per poter percorrere il tratto dopo Battipaglia che, all'epoca e fino al 1994 non era elettrificato.
Il treno arrivò nella stazione di Battipaglia poco dopo le 6 del pomeriggio.
Storia
Alle 19:00, il treno 8017 partì dalla stazione di Battipaglia, in direzione di Potenza, trainato dalle due locomotive a vapore FS 476.058 e 480.016 assegnate al deposito di Salerno. Era composto da 47 carri merce e aveva la ragguardevole massa di 520 t.
In origine non era prevista la seconda locomotiva, ma la necessità di spostare la 480 da Battipaglia a Potenza spinse ad aggiungerla in testa al treno per rendere più facile il duro valico tra Baragiano e Tito. Come tutte le locomotive delle ferrovie dello stato dell'epoca, entrambe le macchine avevano la cabina aperta e un equipaggio di due persone: un fuochista per spalare il carbone e un macchinista per la conduzione.
Sul treno salirono centinaia di viaggiatori clandestini provenienti soprattutto dai grossi centri del napoletano, stremati dalla guerra, che nei paesi di montagna lucani speravano di poter acquistare derrate alimentari in cambio di sigari e caffè distribuiti dagli statunitensi. Sul treno erano presenti anche alcuni ragazzi. Il carico di persone influiva notevolmente sul peso del treno, portandolo a superare le 600 tonnellate.
Alla stazione di Eboli alcuni abusivi vennero fatti scendere, ma più numerosi ne salirono alle stazioni successive, fino ad arrivare a un numero di circa 600 passeggeri.
Il treno arrivò circa a mezzanotte alla stazione di Balvano-Ricigliano, dove registrò 37 minuti di ritardo per manutenzione alle locomotive. Da lì, alle 0:50 del 3 marzo, ripartì per un tratto in notevole pendenza con numerose gallerie molto strette e poco aerate. Sarebbe dovuto arrivare venti minuti dopo alla stazione successiva, Bella-Muro, ma alle 2:40 non era ancora stato segnalato.
L'ultima galleria
Nella galleria delle Armi, a causa dell'eccessiva umidità, le ruote cominciarono a slittare. Per la perdita dell'aderenza il treno perse velocità fino a rimanere bloccato, senza riuscire a uscire dalla galleria. La galleria è situata tra le stazioni di Balvano e di Bella-Muro Lucano, e si estende per 1.968'26 metri con una pendenza media del 12,8‰ (0,73° di inclinazione) e punte del 13‰. Il treno si fermò a 800 metri dall'ingresso, con i soli due ultimi vagoni fuori.
Gli sforzi delle locomotive per riprendere la marcia svilupparono grandi quantità di monossido di carbonio e acido carbonico, facendo presto perdere i sensi al personale di macchina. In poco tempo anche la maggioranza dei passeggeri, che in quel momento stava dormendo, venne asfissiata dai gas tossici che, in assenza di vento, potevano uscire dalla strettissima galleria solo tramite il piccolo condotto di aerazione.
L'unico fuochista che sopravvisse, Luigi Ronga, dichiarò che il macchinista suo compagno, Espedito Senatore, prima di svenire, tentò di dare potenza per superare lo stallo e cercare di uscire dalla galleria. Le condizioni della macchina 476.058 indicano che invece il suo personale, il macchinista Matteo Gigliano e il fuochista Rosario Barbaro, tentarono di invertire la marcia per retrocedere. La potenza erogata dalla locomotiva 476.058 e l'inclinazione avrebbero forse permesso di sopravanzare la macchina tipo Gr.480, ma il macchinista perse i sensi prima di aprire la valvola di regolazione, particolarmente dura su quelle macchine. La posizione dei treni e dei comandi confermò in seguito questo racconto. Inoltre, essendo le locomotive del Gr. 476 di costruzione austriaca, previste per circolare su linee con segnali a destra e con i comandi di guida su quel lato (diversamente dalle locomotive italiane) i due uomini non poterono incrociare gli sguardi né comunicare rapidamente durante i minuti critici e prima di essere sopraffatti dai gas.
Oltre al fuochista si salvò anche il frenatore del carro di coda, che insieme al penultimo carro erano gli unici rimasti fuori dalla galleria, Giuseppe De Venuto, il quale riuscì, camminando lungo i binari, ad avvisare alle ore 5:10 il capostazione di Balvano che nella galleria era presente un treno con numerosi cadaveri a bordo.
Il capostazione di Balvano, alle 5:25, fece distaccare la locomotiva del convoglio 8025 giunto in stazione e in attesa di passo e dispose una ricognizione alla galleria indicata: ai soccorsi arrivati sul posto la situazione apparve subito molto grave, al punto da non poter rimuovere il convoglio a causa dei corpi abbandonati anche sulla banchina. Furono loro a soccorrere una novantina di superstiti nelle vetture più arretrate, tutti recanti forti sintomi di intossicazione da monossido di carbonio. Con l'arrivo di una seconda squadra di soccorso, alle ore 8:40 venne liberata la linea e il treno finalmente recuperato.
Bilancio e cause
Il bilancio della tragedia è ancora oggi impossibile da accertare e oggetto di controversie: quello ufficiale parlava di 501 passeggeri, 8 militari e di 7 ferrovieri morti, ma, alcune ipotesi arrivano a considerarne oltre 600. Molte vittime tra i passeggeri non vennero riconosciute. Furono tutti allineati sulla banchina della stazione di Balvano e poi sepolti senza funerali nel cimitero del paesino, in quattro fosse comuni.
Gli agenti ferroviari invece vennero sepolti a Salerno. Molti dei sopravvissuti riportarono lesioni psichiche e neurologiche.
È la più grave sciagura ferroviaria italiana e una delle più gravi al mondo.
Le cause della tragedia furono molteplici: la giornata era poco ventosa, per cui la galleria non godeva della normale ventilazione naturale, e l'umidità della foschia notturna aveva bagnato i binari, rendendoli scivolosi e ardui da percorrere per un treno così pesante. A questi si affiancava la mancata vigilanza delle autorità competenti, che avevano improvvidamente tollerato il sovraccarico del treno e la presenza a bordo di viaggiatori clandestini.
Inoltre, per una serie di cause contingenti, il treno era stato composto con due locomotive in testa, invece che con una in testa e una in coda come nelle composizioni tipiche. Anche solo aver posto le locomotive separate avrebbe potuto contribuire a evitare la tragedia.
Soprattutto però la responsabilità della tragedia venne imputata alla scarsa qualità del carbone fornito dal Comando Militare Alleato. Questo carbone, di qualità nettamente inferiore a quello tedesco usato in precedenza, conteneva molto zolfo e ceneri, che rendevano poco affidabile il tiraggio dei fumi ostruendo le tubature della caldaia e abbassando il rendimento reale delle macchine.
Mancando un efficiente drenaggio dei fumi, all'apertura della bocca di lupo del forno i gas ritornavano in cabina, intossicando il personale e rendendo difficile la regolazione del forno, una situazione che poteva causare improvvisi cali di pressione alla caldaia. Senza uno stretto controllo dell'alimentazione, la capacità di trazione scadeva notevolmente, fino a far fermare la macchina in salita e a rendere impossibile la compensazione dello slittamento sulle rotaie.
Ecco i dati delle vittime secondo diverse fonti:
402 persone, di cui 324 uomini e 78 donne sepolti nelle fosse comuni a Balvano
427 vittime secondo il processo
500 vittime secondo i quotidiani La Stampa, Il Corriere della Sera e Il Giornale d'Italia
509 vittime, di cui 408 uomini e 101 donne secondo la lapide del cimitero di Balvano
509 vittime secondo il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno
517 vittime totali secondo il bilancio ufficiale del verbale del Consiglio dei ministri
549 vittime, di cui 472 uomini e 77 donne secondo il quindicinale potentino Il Gazzettino
Elenco vittime per città, tratto dal libro di Patrizia Reso "Senza ritorno. Balvano '44, le vittime del treno della speranza.":
Agerola, 4 vittime.
Angri, 6 vittime.
Anzi, 2 vittime.
Aversa, 1 vittima.
Baragiano, 1 vittima.
Baronissi, 8 vittime.
Barano d'Ischia, 1 vittima.
Battipaglia, 3 vittime.
Benevento, 1 vittima.
Boscoreale, 14 vittime.
Boscotrecase, 12 vittime.
Cariati, 1 vittima.
Cassino, 3 vittime.
Castellammare di Stabia, 27 vittime.
Cava de' Tirreni, 35 vittime.
Centola, 1 vittima.
Cercola,1 vittima.
Curtarola, 1 vittima.
Eboli, 1 vittima.
Ercolano, 2 vittime.
Gannasfatica, 1 vittima.
Gragnano, 8 vittime.
Loreto, 1 vittima.
Maiori, 3 vittime.
Marglianella, 1 vittima.
Marigliano, 1 vittima.
Massalubrense, 1 vittima.
Mignano, 1 vittima.
Minori, 1 vittima.
Modica, 1 vittima.
Muro Lucano, 11 vittime.
Napoli, 11 vittime.
Nocera Inferiore, 25 vittime.
Nocera Superiore, 4 vittime.
Pagani, 12 vittime.
Pellezzano, 2 vittime.
Picerno, 2 vittime.
Piedimonte, 2 vittime.
Pimonte, 6 vittime.
Poggiomarino, 1 vittima.
Portici, 18 vittime.
Potenza, 1 vittima.
Resina (attuale Ercolano), 80 vittime.
Ricigliano, 1 vittima.
Roccapiemonte, 1 vittima.
Salerno, 7 vittime.
Sant'Agnello, 1 vittima.
Sant' Egidio di Montealbino, 14 vittime.
San Giorgio a Cremano, 3 vittime.
San Giovanni a Teduccio, 3 vittime.
San Sebastiano al Vesuvio, 1 vittima.
San Severino Rota (attuale Mercato San Severino), 4 vittime.
Sarno, 1 vittima.
Siano, 4 vittime.
Sorrento, 5 vittime.
Torre Annunziata, 10 vittime.
Torre del Greco, 28 vittime.
Torchiara, 1 vittima.
Tramonti, 1 vittima.
Vico Equense, 1 vittima.
Vietri sul Mare, 11 vittime.
Precedenti
Un mese prima, in una galleria sulla tratta Baragiano - Tito, immediatamente successiva a quella della tragedia e con pendenze superiori al 22‰, un treno dell'autorità militare statunitense aveva subito un incidente simile, dove il personale era rimasto intossicato dai gas di scarico del carbone di scarsa qualità. Il macchinista Vincenzo Abbate era svenuto ed era rimasto schiacciato tra la motrice e il tender.
Per ridurre l'eventualità di questi incidenti riducendo gli sforzi e le emissioni delle macchine era stato disposto il limite di 350 tonnellate per questa tratta, e l'utilizzo di locomotori diesel-elettrici americani nei casi di doppia trazione, con eventualmente una locomotiva a vapore italiana posta in coda e invertita per scaricare con il fumaiolo in coda. Venne stabilito a Battipaglia il punto di applicazione di queste normative, per evitare di dover compiere operazioni di separazione sulla linea montana. Questi limiti rimasero per molto tempo in vigore, fino al 1996, quando la linea Battipaglia-Metaponto venne tutta elettrificata.
Inoltre nell'uscita sud della Galleria delle Armi fu istituito un posto di guardia in cui l'operatore a ogni passaggio di treno doveva avvertire telefonicamente la stazione di Balvano quando poteva vedere la luce in fondo, segno che nella galleria non vi erano più gas di scarico. Queste disposizioni rimasero in vigore fino al 1959, quando su questa linea vennero vietate le locomotive a vapore.
Responsabilità
La commissione parlamentare non rilevò alcuna responsabilità per l'accaduto, che venne ritenuto una sciagura per cause di forza maggiore. Tuttavia vennero avanzate ipotesi per alcune infrazioni secondarie.
Il treno avrebbe dovuto essere fermato a Battipaglia nonostante le due locomotive fossero nominalmente sufficienti al traino, e avrebbe dovuto essere messo in regola con le nuove normative; era noto inoltre che il carbone fornito non era in grado di sviluppare sufficiente potenza per mantenere le massime prestazioni delle macchine.
Vennero sollevati dubbi sulla tempestività dei soccorsi e sull'operato dei capistazione di Balvano e Bella-Muro, che non accertarono subito la posizione del treno quando questo apparve in ritardo sulla tabella di marcia. Tuttavia nella confusione postbellica era normale che le comunicazioni fossero intermittenti, e i treni portassero grande ritardo. Non era raro che ci volessero oltre due ore per percorrere i 7 km della tratta.
Inizialmente venne anche supposto che i macchinisti non avessero adeguatamente regolato le sabbiere, che avrebbero potuto evitare lo slittamento delle ruote.
Infine la catastrofe venne attribuita principalmente a:
« una combinazione di cause materiali, quali densa nebbia, foschia atmosferica, mancanza completa di vento, che non ha mantenuto la naturale ventilazione della galleria, rotaie umide, ecc., cause che malauguratamente si sono presentate tutte insieme e in rapida successione. Il treno si è fermato a causa del fatto che scivolava sulle rotaie e il personale delle macchine era stato sopraffatto dall'avvelenamento prodotto dal gas, prima che avesse potuto agire per condurre il treno fuori del tunnel. A causa della presenza dell'acido carbonico, straordinariamente velenoso, si è prodotta l'asfissia dei passeggeri clandestini. L'azione di questo gas è così rapida, che la tragedia è avvenuta prima che alcun soccorso dall'esterno potesse essere portato. »
Venne notato che le disposizioni per la costituzione del treno venivano direttamente dal Comando Alleato, e che comunque il personale di stazione e viaggiante non avrebbe potuto fermare il treno e chiederne la modifica. Lo stesso comando organizzò un treno per verificare le condizioni dell'incidente, con il personale dotato di maschere ad ossigeno, che rilevò l'effettivo sviluppo di quantità anomale di gas tossici.
Molti dei parenti delle vittime intentarono causa alle Ferrovie dello Stato. Le ferrovie declinarono ogni responsabilità, sostenendo che su quel treno non avrebbero potuto trovarsi passeggeri di alcun tipo e che, a causa della complicata situazione dell'equilibrio dei poteri tra le amministrazioni italiane e il comando statunitense, non era immediato nemmeno risalire a chi avesse la responsabilità della gestione di quella particolare tratta. Tuttavia, non bisogna dimenticare che in quel periodo, tra Napoli e Potenza, esisteva solo una relazione per viaggiatori, il treno 8021, che partiva dal capoluogo campano due volte alla settimana, il mercoledì e il sabato.
Per spegnere sul nascere una vertenza che avrebbe potuto trascinarsi per anni, il Ministero del Tesoro sancì l'emissione di un risarcimento come se si trattasse di vittime di guerra (risarcimento che venne erogato dopo oltre 15 anni).
Peraltro, alcune fonti indicano che molti dei passeggeri a bordo del treno fossero in possesso di un regolare biglietto ferroviario, che li qualificava quindi come passeggeri e non come clandestini. Questa eventuale condizione, che implica la possibilità di richiedere cospicui risarcimenti all'ente che gestisce la linea, sarebbe stata fatta passare sotto silenzio durante le inchieste ufficiali sulla tragedia. In ogni caso, le fonti ufficiali fanno riferimento a coloro che si trovavano sul treno, eccetto il personale ferroviario, solo con il termine di "clandestini". Questa posizione è supportata dal fatto che il treno era classificato come "merci" e quindi non autorizzato al trasporto di passeggeri paganti. La questione non risulta tuttora essere stata chiarita in modo definitivo.
Commemorazione
Il comune di Meta di Sorrento ha dedicato una lapide ai caduti a Balvano che risiedevano nella costiera sorrentina.
Il comune di Sant'Egidio del Monte Albino ha istituito il giorno 3 marzo Giorno della Memoria Cittadina e ha dedicato una lapide alle 14 vittime santegidiane del disastro.
Nel 1972 Salvatore Avventurato, figlio e fratello di due vittime, fece costruire una cappella nel cimitero di Balvano, per ricordare le vittime della tragedia.
Cultura di massa
La storia è stata ripresa nel 1996 dal cantante country statunitense Terry Allen nella ballata Galleria dele Armi (il titolo è errato nell'originale).
Il disastro ha ispirato allo scrittore piemontese Alessandro Perissinotto la scrittura di un giallo sociologico dal titolo Treno 8017, pubblicato nel 2003.
fonte: Wikipedia
SPECIALE TG - TELECOLORE
martedì 3 marzo 2015
la Reggenza del Carnaro
la Reggenza italiana del Carnaro fu un'entità statuale autoproclamata dal poeta, militare e politico Gabriele D'Annunzio l'8 settembre 1920 nella città di Fiume, oggigiorno in Croazia, sulla base dell'impresa di Fiume, un'esperienza rivoluzionaria avvenuta il 12 settembre 1919.
Tale stato, che doveva il suo nome al golfo omonimo in cui era situato, fu riconosciuto unicamente dall'Unione Sovietica e fu sostituito dallo Stato libero di Fiume nel dicembre dello stesso anno. Lo scopo dello Stato era unirsi al Regno d'Italia in conseguenza della mancata annessione dopo la Prima guerra mondiale, ma il mancato raggiungimento di tale obiettivo creò il mito della cosiddetta "vittoria mutilata".
Premessa: la Conferenza di Pace di Parigi
Con la fine della Prima guerra mondiale, la città di Fiume – precedentemente parte del Regno d'Ungheria ma abitata in maggioranza da italiani per il 60% della popolazione con una minoranza di croati (24%), Sloveni (6%), Ungheresi (13%) e Tedeschi – divenne ben presto oggetto di contesa tra l'Italia e il neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni: due Consigli Nazionali proclamarono rispettivamente l'annessione al Regno d'Italia e a quella che di lì a poco si sarebbe chiamata Jugoslavia.
Alla Conferenza di pace di Parigi (1919) venne dibattuto il futuro della città di Fiume, che già sotto l'Ungheria aveva costituito un "corpus separatum" al confine tra l'Istria austriaca e la Croazia-Slavonia ungherese, e che alcuni volevano ergere a stato indipendente. Gli jugoslavi rivendicarono per sé l'Istria, la Dalmazia e la Venezia Giulia comprese Gorizia e Trieste. I plenipotenziari italiani a Parigi, guidati dal presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, obiettarono che tali territori erano stati promessi all'Italia in virtù del Patto di Londra (26 aprile 1915) ed anzi rivendicarono ufficialmente anche Fiume basandosi su criteri etnico-linguistici (la maggioranza dei fiumani parlava un particolare dialetto veneto). Tale mossa si rivelò un passo falso: la posizione negoziale italiana finì coll'indebolirsi, in quanto Fiume non era compresa nei compensi territoriali del Patto di Londra, e l'Italia fu accusata di imperialismo.
Alla ferma opposizione di Wilson, che avanzò invece la proposta di ergere la città a stato libero, il 24 aprile 1919 Orlando rispose col clamoroso abbandono della Conferenza di pace. Le trattative furono riprese qualche settimana dopo, ma oramai la posizione italiana era compromessa e, su pressione delle altre potenze dell'Intesa, Orlando rinunciò a Fiume (che sarebbe dovuta diventare una libera città-stato) ed a gran parte della Dalmazia. Ne seguì una crisi di governo in Italia, in cui Orlando fu sostituito da Francesco Saverio Nitti e additato come responsabile della "Vittoria mutilata".
Il primo periodo dannunziano: la notte di Ronchi
In questo frangente fu decisivo l'intervento di D'Annunzio, che prese l'iniziativa e si mise a capo di un gruppo di 2 600 nazionalisti irregolari a Ronchi, vicino a Monfalcone. In una marcia di circa 70 km, il Vate guidò i suoi "legionari" fino a Fiume, prendendone il possesso il 12 settembre 1919 in vista dell'annessione al Regno d'Italia, mentre le forze di occupazione franco-anglo-statunitensi preferirono astenersi da interventi armati.
I legionari speravano così di facilitare l'annessione italiana della città, ma la reazione del governo fu di fermo biasimo. Tuttavia, poco venne intrapreso per cambiare lo stato delle cose: Badoglio, incaricato di prendere misure contro gli occupanti, si limitò ad attuare un blocco degli approvvigionamenti che fu facilmente aggirato da una campagna di raccolta fondi attuata dal direttore de Il Popolo d'Italia, Benito Mussolini.
Il secondo periodo dannunziano: la proclamazione della Reggenza[
Complice la diffusa situazione di incertezza sia in Italia (caduta del governo Nitti, maggio 1920) che all'estero, l'occupazione di Fiume proseguì per mesi e l'8 settembre 1920 D'Annunzio istituì la Reggenza Italiana del Carnaro proclamata ufficialmente il 12 agosto 1920.
« La vostra vittoria è in voi. Nessuno può salvarvi, nessuno vi salverà: non il Governo d'Italia che è insipiente ed è impotente come tutti gli antecessori; non la nazione italiana che, dopo la vendemmia della guerra, si lascia pigiare dai piedi sporchi dei disertori e dei traditori come un mucchio di vinacce da far l'acquerello.....Domando alla Città di vita un atto di vita. Fondiamo in Fiume d'Italia, nella Marca Orientale d'Italia, lo Stato Libero del Carnaro. »
(Dal discorso di D'Annunzio del 12 agosto 1920 in cui proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro)
La reggenza fu dotata di una costituzione (la Carta del Carnaro, scritta dal capo di gabinetto Alceste De Ambris ma rimaneggiata personalmente dal Vate); allo stesso tempo D'Annunzio si pose a capo del nuovo governo, proclamandosi Duce.
Epilogo: il Trattato di Rapallo e il Natale di sangue
Con l'insediamento al governo di Giovanni Giolitti (15 aprile 1920), il Ministero degli Esteri italiano fu affidato a Carlo Sforza. Diplomatico di carriera, Sforza si adoperò affinché i rapporti tra l'Italia e il governo jugoslavo, nonostante l'iniziativa d'annunziana, si avviassero verso la normalizzazione. I due governi, infatti, decisero di incontrarsi in territorio italiano, a partire dal 7 novembre 1920, nella Villa Spinola (oggi conosciuta anche come Villa del trattato), presso Rapallo. Le trattative durarono pochi giorni e il 12 novembre 1920, con la sottoscrizione del trattato di Rapallo, l'Italia e il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni riconobbero consensualmente Fiume come stato libero e indipendente e stabilirono i propri confini (fissati esattamente allo spartiacque delle Alpi Giulie).
Al rifiuto di D'Annunzio di lasciare la "Reggenza", Fiume fu completamente circondata e il mattino della vigilia di Natale fu sferrato l'attacco che provocò una cinquantina di vittime (Natale 1920) e l'allontanamento dei legionari (31 dicembre 1920).
Bibliografia
Reggenza Italiana del Carnaro. Ordinamento militare dell'Esercito liberatore, Fiume d'Italia, 1920.
Ferdinando Gerra, L'impresa di Fiume, Longanesi, Milano 1974.
Mario Lazzarini, L'impresa di Fiume, Italia Editrice, Campobasso 1995
Michael A. Ledeen, D'Annunzio a Fiume, Laterza, Bari 1975.
Giacomo Properzj Natale di sangue, D'Annunzio a Fiume, Mursia Editore, Milano (2010)
fonte: Wikipedia
CORREVA L'ANNO
domenica 1 marzo 2015
sliver
è un film del 1993 diretto da Phillip Noyce, basato sul romanzo Scheggia di Ira Levin.
Trama
New York, Carla Norris, capo redattore in una casa editrice, dopo il fallimento del suo matrimonio decide di rifarsi una vita, iniziando con il cambiare casa; dopo avere visitato un appartamento in uno "Sliver", uno dei grattacieli del centro di Manhattan, le viene comunicato che la sua domanda di acquisto è stata approvata dopo meno di una settimana e, nonostante la sorpresa, inizia il trasloco facendo la conoscenza degli inquilini del palazzo che inviterà, una volta sistematasi, ad un piccolo ricevimento.
Nei primi giorni della sua permanenza scopre che nel suo appartamento viveva una donna, morta precipitando dal balcone in circostanze mai del tutto chiarite, e pochi giorni dopo un anziano professore, che l'aveva messa al corrente della tragedia, muore battendo il capo sul bordo della sua vasca da bagno; mentre questi avvenimenti sollevano in Carla dei naturali turbamenti, ella inizia una passionale relazione con Zeke Hawkins, un giovane ed affascinante personaggio che, oltre a trasportarla in un mondo fatto di fantasie torbide e profonde, si rivela essere il proprietario del palazzo.
La successiva morte di Vida, una modella che aveva avuto una relazione sia con Zeke che con un altro abitante del palazzo, lo scrittore Jack Landsford, porta la polizia ad accusare quest'ultimo ma, dopo l'uscita di prigione a seguito del pagamento della cauzione, egli cerca di fare ricadere i sospetti su Zecke, sospetti condivisi anche da Carla, dopo avere visto che il giovane ha creato un impianto video a circuito chiuso che gli permette di spiare tutto ciò che accade in ogni appartamento del palazzo.
Jack aggredisce Carla e, dopo una colluttazione, lei riesce ad ucciderlo ma non è ancora convinta dell'innocenza di Zecke e solo grazie alle riprese da lui archiviate riesce a scoprire che lo scrittore è anche l'autore dell'omicidio della donna che abitava precedentemente nel suo appartamento, distruggendo però immediatamente dopo l'impianto di Zecke.
Produzione
Riprese
L'edificio nel quale è ambientato il film si troverebbe a Manhattan, al numero 113 della 38th East Street, tra la 38th Street e Park Avenue, mentre il palazzo, conosciuto come Morgan Court, è sito al numero 211 di Madison Avenue
fonte: Wikipedia.
FILM COMPLETO
Soul Surfer
« When you come back from a loss, beat the odds, and never say never, you find a champion. »
(Tagline del film.)
è un film drammatico del 2011 di Sean McNamara con AnnaSophia Robb, Helen Hunt, Dennis Quaid e Carrie Underwood, basato sulla storia vera della surfista Bethany Hamilton, che all'età di 13 anni perse il braccio sinistro a causa di un attacco di uno squalo. Il film racconta la storia di Bethany, anche prima dell'attacco, durante l'attacco, e le conseguenze. Basato sulla biografia di Bethany Hamilton del 2004, il regista, i produttori e gli scrittori hanno intervistato la famiglia Hamilton per far conoscere e includere conflitti e curiosità inediti nel film. Le riprese si sono svolte alle Hawaii agli inizi del 2010, e AnnaSophia Robb ha recitato indossando un guanto verde lungo tutto il braccio, poi rimosso digitalmente in postproduzione. Le scene di stunt in acqua sono state eseguite personalmente dalla Hamilton, protagonista anche dei video che scorrono sui titoli di coda.
Trama
Nel 2003, l'adolescente Bethany Hamilton vive a Kauai, Hawaii con suo padre Tom, sua madre Cheri e i suoi due fratelli Noah e Timmy. Nella sua famiglia tutti sono surfisti, ma lei e la sua migliore amica Alana Blanchard sono cresciute con una comune passione per lo sport.
In un contest (gara di surf) Bethany si piazza prima e Alana terza, mentre la loro rivale che si piazza seconda, Malina Birch, dimostra risentimento nei confronti della vincitrice. Bethany invita entrambe le ragazze sulla casella del vincitore con lei, ma Malina rifiuta sgarbatamente. La Rip Curl offre la sponsorizzazione sia a Bethany che ad Alana, grazie alle loro prestazioni in un concorso.
La notte prima di Halloween, Bethany e Alana vanno di nascosto con alcuni amici a fare surf. Nella mattinata seguente, mentre Tom è in ospedale per effettuare un intervento chirurgico al ginocchio, entrambe le ragazze vanno a fare surf con Holt, il padre di Alana, e il fratello Byron. Mentre Bethany parla con Alana distesa sulla tavola da surf in mare aperto, uno squalo tigre spunta improvvisamente e azzanna il braccio sinistro di Bethany, che la ragazza teneva in acqua. Holt tira fuori dall'acqua Bethany e crea un laccio emostatico con la sua tuta da surf per bloccare la grave emorragia, mentre Byron chiama il numero di emergenza 911. Incrociano l'ambulanza lungo la strada. Poco prima di iniziare l'intervento chirurgico al ginocchio di Tom, il dottor David Rovinsky è chiamato al pronto soccorso per il l'operazione di Bethany. Oltre a perdere il braccio sinistro, Bethany ha anche perso il 60% del suo sangue, e David chiama la sua sopravvivenza "un miracolo".
L'infortunio impedisce alla giovane surfista la partecipazione alle sessioni fotografiche della Rip Curl, ma lei vuole che la sua amica Alana partecipi anche senza di lei. Inside Edition, un programma televisivo, si offre di fornirle un braccio artificiale che è esteticamente perfetto e ha le articolazioni pieghevoli, in cambio di un'interviste. Bethany respinge questa proposta con rabbia quando scopre che il braccio artificiale non la aiuta affatto a surfare. Gli assalti dei giornalisti e delle televisioni mettono a dura prova la privacy della famiglia.
Bethany insiste e, dopo un periodo di recupero, torna in acqua e impara a surfare con un braccio solo, per poi iscriversi alle finali regionali delle Hawaii. In questa gara però non rende bene, dato che non riesce a stare stabilmente sulla tavola e manca un'onda decisiva per superare Malina. Scoraggiata e decisa a lasciare il surf per sempre, Bethany a un certo punto viene a conoscenza degli effetti dello tsunami del 2004 e decide di sorprendere Sarah unendosi al gruppo di giovani volontari per aiutare la popolazione devastata di Phuket, in Thailandia. Gli abitanti del luogo hanno comprensibilmente paura dell'acqua, tra cui una bambina. Bethany invita la piccola a surfare, sperando che questa la segua. Il suo metodo funziona: la bambina gioca felice nell'acqua e in più viene seguita da altre persone. Il timore dell'acqua è finito, e Bethany capisce che nella vita c'è qualcosa di più importante del surf, ovvero l'amore, "..più grande di qualsiasi onda anomala, più potente di qualsiasi paura". Così decide di tornare a surfare.
Tom impianta una maniglia sulla sua tavola da surf in modo che lei possa evitare le cadute e le spiega che ogni surfista ha l'istinto che gli fa capire quando si formano le onde migliori. Bethany entra così a far parte del campionato nazionale. Verso la fine del contest, con pochi minuti rimasti sul cronometro, il mare diventa improvvisamente calmissimo e tutte le concorrenti si fermano in attesa di onde surfabili: secondo il regolamento, se tale condizione persistesse per 2 minuti consecutivi, il contest finirebbe con la classifica del momento. La convinzione di Tom sull'istinto della grande professionista è dimostrata quando Bethany è l'unica a rendersi conto di una grande onda che si sta per formare al largo, ed è l'unica delle concorrenti ad andarle incontro. Quando l'onda si forma, ormai le altre concorrenti sono ormai troppo distanti, mentre Bethany la prende e ottiene un grandissimo punteggio. A fine gara, però, i giudici non tengono conto di questo, perché Bethany si è sollevata dopo il segnale della fine, quindi Malina è la vincitrice e Bethany si piazza quinta, venendo invitata sul podio da Malina.
Successivamente la giovane surfista viene intervistata dai giornalisti. Uno di loro le chiede se, nel caso in cui potesse tornare al giorno in cui fu attaccata dallo squalo, sarebbe comunque andata in mare pur sapendo quel che sarebbe accaduto. Lei risponde che se non lo facesse non avrebbe l'occasione di abbracciare più gente di quanta avrebbe potuto abbracciarne con due braccia. Il film si conclude con i video della vera Bethany che surfa dopo l'attacco, interviste e apparizioni speciali dell'atleta.
Produzione
Il film è scritto e diretto da Sean McNamara, ed è basato sulla biografia di Bethany Hamilton, pubblicata nel 2004, "Soul Surfer: A True Story of Faith, Family, and Fighting to Get Back on the Board".
Distribuzione
Il film è stato distribuito in Canada e negli Stati Uniti l'8 aprile 2011. In Italia il film doveva essere distribuito dalla Sony Pictures l'8 luglio 2011, ma non è mai stato rilasciato nemmeno in home video. Tuttavia, nell' edizione tedesca del DVD è presente una traccia audio in italiano.
Bethany e il film
Nel libro Soul Surfer, Bethany Hamilton dedica uno spazio alla fine in cui racconta della realizzazione del film, raccontando che lei stessa ha voluto che AnnaSophia Robb la interpretasse. Ha anche detto che, in realtà, era in ottimi rapporti con tutte le sue avversarie e che quindi la grande competizione con Malina è esistita solo nel film per motivi di regia.
fonte: Wikipedia
FILM COMPLETO
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