giovedì 24 luglio 2014

la ribellione eretica dei matrimoni omosessuali di S. Giovanni a Porta Latina

di Giuseppe Marcocci
Mettersi sulle tracce dei ribelli nella Roma dell’età moderna, soprattutto dopo la frattura della Controriforma, significa spesso misurarsi con un problema di religione. Comportamenti e pensieri di chi violava i confini del lecito e dell’accettabile, nella città dei papi, come nel resto d’Italia, erano letti dalle autorità attraverso le lenti dell’ortodossia e della morale cattolica. Quella di “eretico” era una categoria teologica e giudiziaria insieme. Apparteneva alla mente di censori e giudici prima ancora che alle definizioni che davano di sé coloro che, deliberatamente, si sottraevano all’ordine costituito. La storia qui raccontata riguarda un gruppo di uomini che probabilmente l’Inquisizione avrebbe classificato come eretici, anche se il loro destino fu ben differente e, forse, più tragico.
È una storia che è stata rimossa, cancellata, come accadde per tante vicende di eretici romani e italiani, le cui tracce sono giunte a noi attraverso carte e processi in stato frammentario. Così è stato anche per i matrimoni omosessuali celebrati in una chiesa del tardo Cinquecento, descritti da Montaigne nel diario del viaggio che fece in Italia fra 1580 e 1581, soggiornando a lungo a Roma. Montaigne vi trascrive una storia singolare, riferita a “S. Giovanni a Porta Latina, chiesa nella quale certi portoghesi avevano fondato qualche anno fa una strana confraternita: si sposavano maschi fra maschi alla messa, con le medesime cerimonie che noi usiamo per il matrimonio, facevano comunione insieme, leggevano il vangelo stesso delle nozze e poi dormivano e abitavano insieme. Dicevano le battute dei romani che, dal momento che l’unione fra maschio e femmina è resa legittima soltanto dalla circostanza del matrimonio, a quei fini personaggi era parso che l’altro atto sarebbe divenuto anch’esso legittimo, perché autorizzato dalle cerimonie e dai riti della Chiesa. Furono bruciati otto o nove portoghesi di questa bella setta”.
Il racconto è sorprendente, ma è stato a lungo ritenuto un falso, anche grazie all’abile opera di rimozione compiuta da un autorevole storico cattolico, Ludwig von Pastor, che riuscì a far passare una lista (pubblicata) di otto condannati a morte il 13 agosto 1578, relativi al caso di S. Giovanni a Porta Latina, come un elenco giudaizzanti bruciati dall’Inquisizione. Ma le cose non erano andate così. La pena capitale, infatti, aveva posto fine a una situazione che dovette inquietare le autorità, soprattutto per aver introdotto nella sfera segreta della sessualità proibita l’uso di un sacramento che strutturava la vita sociale ordinaria: in un’antica basilica, nascosta in un angolo ancora oggi fra i più ameni di Roma, chiuso fra le mura aureliane, il parco Egerio e la via Latina, si celebravano nozze fra uomini, secondo cerimonie protette dal silenzio dei membri di una “confraternita”.
Colpito dall’episodio, il viaggiatore Montaigne descrisse un caso che sembra costituire la prova dell’esistenza di una vera e propria società parallela, ribelle all’ordine costituito, com’era apparsa anche ai magistrati del Tribunale Criminale del Governatore, la corte secolare che gestì la causa aperta contro undici uomini arrestati il 20 luglio 1578. Permettono ora di dirlo i tre consistenti frammenti del processo celebrato dal giudice Paolo Bruno, ritrovati nel settembre 2008 presso l’Archivio di Stato di Roma. Il loro stato lacunoso e altri dettagli archivistici sembrano far pensare a uno stralcio deliberato delle parti più scottanti del processo, corrispondenti alle dure sessioni di tortura inflitte agli imputati, nel corso delle quali fu approfondito l’inquietante significato di quei matrimoni.
L’apparizione degli sbirri a S. Giovanni a Porta Latina, la domenica pomeriggio 20 luglio 1578, interruppe il clima conviviale di una giornata trascorsa insieme da un gruppo di adulti e di giovani, tutti maschi. Si trattava di un gruppo a predominanza iberica, riuscitosi a insediare, forse con la complicità di membri dell’alto clero, nella basilica, divenuta il luogo d’incontro di un circolo di uomini di varia età, chierici e laici, perlopiù stranieri di modesta condizione sociale. Quel circuito rifletteva il carattere cosmopolita che, nonostante la Controriforma, la città dei papi ancora conservava, potendo trasformarsi addirittura in teatro di un atto di ribellione come quello di pretendere che recitando simulate nozze davanti a un altare l’amore fra due persone dello stesso sesso diventasse legittimo, almeno al cospetto di Dio.
Sebbene dal processo emerga un’atmosfera di libero abbandono ai piaceri della carne, non mancano tuttavia le tracce di unioni effettivamente celebrate, all’interno delle mura in apparenza sicure di una chiesa in posizione allora periferica e poco frequentata, e custodite dall’attenta organizzazione di quella che anche il giudice Paolo Bruno “schola” o “societas”, espressione usate all’epoca per indicare le conventicole di eretici. Quelle nozze prevedevano anche il travestimento, come conferma una fonte di inizio ‘600, che descrive a parole la pittura infamante eseguita dopo le condanne a morte come monito per la popolazione: “Andate in Roma a San Giovanni ante Portam Latinam, dove vederete, se da pochi anni in qua che io la vidi non è stata cancellata, dipinta l’historia di quegli spagnuoli i quali, havendo condotto seco alcuni giovanetti della lor natione, accioché non fussero conosciuti gli vestirono come donzelle & in quella santa chiesa si sposarono con essi, come fussero donne”.
I matrimoni rivestivano un’importanza centrale per quel gruppo di uomini. Le tessere in nostro possesso non permettono di ricostruire l’esatta composizione del mosaico, ma lasciano avanzare qualche ipotesi. È probabile che, negli anni successivi al Concilio di Trento, che aveva rilanciato con forza il valore e l’obbligatorietà del sacramento coniugale, l’attrazione di quel rito fosse avvertita anche da uomini che consumavano amori proibiti, spingendoli ad assumere con coraggio i forti rischi impliciti nel voler confermare un legame omosessuale attraverso l’abuso di un sacramento celebrato davanti a un altare. Era un desiderio inesaudibile per la società che li circondava e vedeva in loro sospetti eretici e ribelli.
Che fosse il Tribunale Criminale del Governatore a condurre la causa contro gli undici uomini arrestati il 20 luglio 1578 non era scontato, come non lo era che fossero processati per sodomia e non per eresia. Affinché l’inammissibilità dei misfatti commessi nella basilica fosse compresa a fondo, in una città dove la notizia degli arresti era entrata presto in circolazione, bisognava però agire con rapidità e fermezza. La condanna doveva essere netta ed esemplare. La decisione che a castigare quegli uomini fosse il Tribunale Criminale fu certo condivisa da tutte le altre autorità romane, compresa l’Inquisizione.
Il processo restò una causa per sodomia, ma con un vivo interesse per la sacrilega cerimonia connessa a quegli amori omosessuali. Il giudice non approfondì la questione sul piano dottrinario. Si soffermò piuttosto su aspetti utili a ricostruirne la liturgia, oltre a indagare quale funzione ricoprisse esattamente il rito coniugale nella comunità organizzatasi a S. Giovanni. Di fronte alla durezza del processo che li investì, gli imputati si ritrovarono soli con la propria incapacità di opporre resistenza e duramente colpiti nei corpi dalla tortura. Non si sa quando il giudice Bruno pose fine alla causa, né se dalle sessioni finali emersero altri elementi sulle unioni coniugali e sulla “strana confraternita”. Confessioni estorte a forza e denunce incrociate finirono con il logorare, nell’aula del Tribunale Criminale del Governatore, il vincolo tra quegli uomini, che si erano illusi di aver trovato in una basilica il rifugio sicuro per consacrare i loro amori. Le relazioni durature intrecciate fra alcuni di loro e i matrimoni officiati fra altri non contavano più. Tutti ammisero la propria colpevolezza. Ma la solerte collaborazione prestata alla giustizia da alcuni valse loro la vita. Anche l’unico sacerdote arrestato il 20 luglio scampò alla pena di morte. Forse per tutelare il buon nome del clero.
La notte fra 12 e 13 agosto 1578, quindici confortatori dell’arciconfraternita di S. Giovanni decollato si presentarono alla Corte Savella e presero in consegna otto condannati a morte: il barcaiolo albanese Battista, il catalano Antonio de Vélez, Francisco Herrera di Toledo, Bernardino de Alfaro di Siviglia, Alfonso de Robles di Madrid, Marcos Pinto di Viana do Alentejo, Jerónimo de Paz di Toledo e Gaspar de Martín de Vitoria. Si alternarono al loro fianco per accompagnarli nell’ultimo passo verso una morte cristiana. “Dipoi venendo giorno si celebrò la prima santa messa et si comunicorno tutti divotamente”. L’armonia fra la giustizia umana e la giustizia divina era ristabilita. Poi uscirono in strada. Il corteo si fermò sul ponte S. Angelo, “dove furno tuti et otto impichati”. Infine, i confortatori ricevettero mandato di trasportare i loro corpi “così morti a Porta Latina, dove furono tutti abrusciati”.
fonte: festivaldistora.wordpress.com

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