lunedì 24 aprile 2017

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

l’omicidio di una giornalista scomoda

Questo articolo era stato originariamente scritto ad aprile 2015 per la rivista “Orione Magazine”, diretta da Gianfranco Carpeoro.
Lo pubblichiamo ora sul blog, in occasione del 23° anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Nel frattempo, in questi due anni, ci sono stati degli sviluppi riguardo alcuni fatti riportati nell’articolo: il 19 ottobre 2016 Hashi Omar Hassan, il somalo condannato per l’omicidio, è stato assolto nel processo di revisione a Perugia, dopo 17 anni in carcere da innocente.

ILARIA ALPI: L’OMICIDIO DI UNA GIORNALISTA SCOMODA

Traffico d’armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia:
la coraggiosa inchiesta che nel 1994 costò la vita all’inviata della Rai
di Stefania Nicoletti
alpiQuesta è una storia di bugie, insabbiamenti, depistaggi. Questa è una storia di intrighi internazionali e di servizi segreti. Questa è la storia di una giornalista coraggiosa, che ha pagato con la morte la sua voglia di indagare a fondo e di fare vero giornalismo d’inchiesta: Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo 1994. Si è detto che Ilaria si trovava là, insieme all’operatore tv Miran Hrovatin, “in vacanza” e non stava conducendo alcuna inchiesta: così si espresse l’onorevole Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare sul loro omicidio. Parole che non ci sembra neanche il caso di commentare, dato che alla fine del nostro articolo sarà ben chiaro chi ha voluto e commissionato questo duplice omicidio, e per quale motivo Ilaria e Miran dovevano essere eliminati.
Ilaria Alpi era una giovane giornalista del TG3. Nel giro di pochi mesi si era già recata diverse volte in Somalia come inviata di guerra. Dal 1991 infatti era in corso una guerra civile, in realtà mai terminata. Terreno fertile per i trafficanti d’armi: vedremo che è proprio su questo – ma anche su molto altro – che stava indagando la Alpi prima di essere uccisa. Nel paese africano era attiva la missione delle Nazioni Unite denominata UNOSOM. La mattina del 20 marzo 1994 Ilaria e Miran erano appena tornati a Mogadiscio, capitale della Somalia, da un viaggio nella città di Bosaso, a nord del paese. Là avevano seguito una pista e avevano trovato prove e testimonianze di qualcosa di scottante. Avrebbero presentato i risultati della loro indagine quella sera stessa nel corso del collegamento con il TG3: Ilaria infatti aveva già annunciato lo scoop al suo caporedattore, chiedendogli spazio nell’edizione serale del telegiornale. Ma non fece in tempo: lei e Miran vennero infatti uccisi in un agguato, freddati a colpi di kalashnikov, mentre invece l’autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
Da quel momento partono i depistaggi: caratteristica comune a tutte le stragi e i “misteri” italiani. L’indagine, nel corso degli anni, passa nelle mani di quattro magistrati. Oltre dieci anni dopo, viene costituita una commissione parlamentare d’inchiesta. Secondo la relazione di maggioranza, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vennero uccisi “nell’ambito di un tentativo di rapina o di sequestro di persona conclusosi solo fortuitamente con la morte delle vittime”. Dunque, secondo la commissione parlamentare, obiettivo dell’agguato fu una rapina o un sequestro di persona, e i due giornalisti vennero uccisi “per caso”. Principale fonte di questa conclusione fu il somalo Ahmed Ali Rage detto “Gelle”, considerato il testimone chiave della vicenda. Gelle accusò un altro somalo, Hashi Omar Hassan, il quale venne arrestato al suo arrivo in Italia: Hashi doveva infatti testimoniare ad un altro processo nel nostro paese, quello sulle presunte violenze a carico di soldati del contingente italiano appartenenti alla Brigata Paracadutisti Folgore.
Rinviato a giudizio con l’accusa di essere l’esecutore del duplice omicidio Alpi-Hrovatin, Hashi venne assolto in primo grado, condannato all’ergastolo in appello, e infine a 26 anni in Cassazione. Si trova attualmente in carcere a Padova, ma da innocente. È recentissimo, infatti, lo “scoop” della trasmissione Chi l’ha visto, che a metà febbraio di quest’anno ha mandato in onda un’intervista esclusiva al super-testimone Gelle, il quale ha ritrattato la propria versione, affermando che gli era stato detto di indicare Hashi come colpevole; ma invece non era presente al momento dell’agguato e non ha visto chi ha sparato. “Gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e mi hanno promesso denaro in cambio di una mia testimonianza al processo per incastrare Hashi”, dichiara oggi Gelle. Dichiarazioni che, in realtà, aveva già fatto nel 2002 alla BBC, ma di cui la magistratura non ha tenuto conto, pur sapendo benissimo come rintracciarlo in Inghilterra. Le affermazioni di Gelle sono gravissime: le autorità italiane hanno voluto chiudere in fretta il processo per l’omicidio di Ilaria Alpi, trovando un capro espiatorio nella persona di Hashi e insabbiando la verità, che coinvolge invece in maniera diretta uomini dei servizi segreti e delle istituzioni.
Ma allora, se Hashi è innocente, chi ha ucciso i due giornalisti della Rai? In realtà – come dice giustamente Luciana Alpi, madre di Ilaria, che da vent’anni si batte per la verità – a noi non interessano tanto gli esecutori materiali, quanto invece i mandanti. E i mandanti vanno ricercati tra le inchieste che Ilaria stava portando avanti. La giovane giornalista aveva scoperto una realtà scomoda, che va ben oltre il “semplice” traffico d’armi che ormai diamo quasi per scontato nelle guerre e nelle crisi internazionali. Ilaria Alpi stava indagando su un traffico d’armi e di rifiuti tossici e radioattivi tra i Paesi industrializzati e l’Africa. Lei e il suo operatore Miran Hrovatin stavano seguendo una traccia molto concreta che portava dall’Italia alla Somalia, passando per i Balcani. In particolare avevano concentrato la loro attenzione sulle navi della Shifco, una flotta di pescherecci donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia, che trasportava armi anziché pesce. Sono le stesse navi che, oltre a fornire armi ai signori della guerra somali, le stavano portando anche nella ex Jugoslavia, in quegli anni teatro di una sanguinosa guerra fratricida. Il tutto, come sempre, appoggiato e foraggiato dalle potenze internazionali, e gestito da faccendieri legati alle istituzioni e agli apparati statali.
Uno di questi faccendieri è senza dubbio Giancarlo Marocchino, figura chiave nel caso Alpi-Hrovatin. Lo troviamo direttamente sulla scena del delitto, poco dopo l’agguato: è lui infatti che prende il corpo di Ilaria e lo porta sulla propria auto, come si vede dalle immagini televisive di quel giorno. Marocchino era una vera autorità a Mogadiscio: personaggio potentissimo, da lui passavano tutti gli italiani che arrivavano nel paese africano; di conseguenza anche i giornalisti, che spesso venivano ospitati nella sua casa. Ilaria Alpi non era tra questi: lei evitò sempre di andarci per non compromettersi, probabilmente perché aveva già capito cosa ci celava dietro alle attività di Marocchino. Ufficialmente in Somalia faceva l’imprenditore; in realtà si trattava di una copertura per affari illeciti: di fatto, Marocchino fu uno dei principali trafficanti d’armi e di rifiuti tossici durante la guerra civile somala, e collaborava direttamente con le autorità somale e italiane, e naturalmente con i militari e con i servizi segreti, che ebbero un ruolo chiave sia nel traffico, sia nell’omicidio della giornalista che l’aveva scoperto.
I servizi segreti e l’organizzazione Gladio: queste le due entità che ritroviamo in tutti i misteri italiani. E compaiono anche qui. Il 12 novembre 1993 viene ucciso a Balad, in Somalia, il maresciallo Vincenzo Li Causi, sottufficiale del servizio segreto militare SISMI, istruttore di Gladio e comandante del Centro Scorpione di Trapani, uno dei centri più importanti di Gladio. Li Causi infatti faceva parte della VII Divisione del SISMI, ovvero la sezione che gestiva la struttura Stay Behind (Gladio): un’organizzazione clandestina paramilitare promossa dalla NATO per contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale. Il maresciallo Li Causi era l’informatore di Ilaria Alpi sul traffico d’armi e di rifiuti tossici. È morto in un agguato in circostanze mai chiarite, quattro mesi prima della giornalista con cui era in contatto e a cui forniva informazioni. Inoltre il giorno dopo avrebbe dovuto far ritorno in Italia per deporre davanti ai magistrati proprio in merito alle attività del Centro Scorpione, all’operazione Gladio, e al traffico d’armi e scorie radioattive in Somalia.
C’è poi un’altra morte sospetta che potrebbe essere collegata a Gladio, alla Somalia, e a Ilaria Alpi: quella del maresciallo Marco Mandolini, ucciso il 13 giugno 1995 a Livorno. Era un incursore del Col Moschin (le forze speciali dei paracadutisti della Folgore), un istruttore della NATO, ed ex capo-scorta del generale Loi in Somalia. Si è detto che è stato un omicidio gay, e ora – con la recente riapertura dell’inchiesta – si segue il movente economico. Ma, a nostro parere, potrebbe invece trattarsi di un omicidio legato a quelli del maresciallo Li Causi e di Ilaria Alpi. Secondo il fratello Francesco, Marco Mandolini era molto amico di Vincenzo Li Causi fin da quando avevano frequentato insieme un corso a Capo Marrargiu, dove si addestravano gli uomini di Gladio. E secondo altre fonti interne ai servizi segreti, Mandolini era probabilmente coinvolto nel traffico d’armi e rifiuti tossici, con il nome in codice “Ercole”. Importante anche il luogo in cui venne ucciso: Livorno, che riporta alla mente il rogo del Moby Prince. La sera del 10 aprile 1991, quando avvenne la collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo che causò 140 morti, era presente nel porto di Livorno il peschereccio 21 Oktobar II, la nave numero uno della Shifco: la flotta coinvolta nel traffico d’armi con la Somalia scoperto da Ilaria Alpi. E vi è la testimonianza del timoniere somalo della 21 Oktobar II, che parla apertamente di traffici d’armi svolti dal peschereccio.
Ecco dunque che si aggiunge un altro tassello al puzzle. Ilaria Alpi aveva scoperto anche questo nel suo lavoro di inchiesta, ed era riuscita – con prove e testimonianze – a ricostruire un quadro completo della vicenda, che coinvolgeva militari, servizi segreti, istituzioni. La sera del 20 marzo 1994 avrebbe rivelato tutto in un lungo servizio al TG3, ma è stata fermata prima che potesse farlo. Come lei, sono stati fatti fuori altri personaggi chiave. E sono stati fatti sparire i suoi block notes, la sua macchina fotografica, e le videocassette girate dall’operatore Miran Hrovatin. Materiale scomparso nel nulla e mai più ritrovato: caratteristica ricorrente, così come i depistaggi, gli insabbiamenti, e le morti più che sospette di testimoni e personaggi scomodi.
Per approfondire, consigliamo i libri:
“L’esecuzione. Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer, Maurizio Torrealta; Kaos edizioni
“1994. L’anno che ha cambiato l’Italia. Dal caso Moby Prince agli omicidi di Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una storia mai raccontata” di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari; edizioni Chiarelettere
L’intervista per la trasmissione Border Nights al giornalista e scrittore Luciano Scalettari, in occasione dell’assoluzione di Hashi Omar Hassan nel processo di revisione:

Fonte tratta dal sito .
fonte: https://wwwblogdicristian.blogspot.it

venerdì 21 aprile 2017

attorno a Lotto



certo, piazzale Lotto.
questo era Lotto nella mia vita, la piazza, la fermata del metro.
il Lido di Milano, anni e anni di corsi estivi post scolastici per arrancare fino ad agosto.
bene, complimenti.
"Carneade, chi era costui?", non vale per il solo Don Abbondio, l'ignoranza è un male comune, spesso camuffata da boriosa approssimazione.
ora posso dire che la mia vita è cambiata.
grazie alla Pinacoteca di Brera ara Lotto ha anche un nome, Lorenzo.
inoltre è arrivato anche a possedere un'identità, perfino artistica, persino ragguardevole.
c'è una saletta, in Pinacoteca, allestita da poco e per poco, vicina all'entrata, in cui sono esposti alcuni ritratti di Lorenzo Lotto, accostati ad altri della stessa epoca.
i ritratti sono belli e ben fatte le indicazioni sottostanti.


Lorenzo Lotto, Ritratto di gentiluomo di casa Rovero, olio su tela, 1530-1532 circa, cm 97 × 110, cat. 912. Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia” 

i ritratti sono un segno dell'epoca, questi sono importanti e valorizzanti, i soggetti sono rispettati e riconosciuti nel loro ruolo pubblico e politico. anche oggi vanno di moda i ritratti, gli autoritratti, svalorizzanti e ridicolizzanti, smerciati, diffusi, vilipesi, svalutati e cestinati. siamo liberi di scegliere?





ragguardevole la coppia Febo da Brescia e la splendida Laura da Pola. uno rimanda all'altra e viceversa, circondati di oggetti preziosi, nobili e alteri nella Treviso del 1540. la didascalia rimanda a un'altra coppia all'interno del museo, tra i ritratti del seicento, e invita a cercarli.
che bella iniziativa.
io li ho cercati e li ho trovati, li ha ritratti Tanzio da Varallo, Ritratti di Gentiluomo e di Gentildonna, 1613.

 

volto affilato lui, baffi sottili e sguardo inquieto, raffinata lei, 21 bottoni da chiudere, sopraveste nera, pesante collana, maniche a sbuffo e quella mano, quella mano, quella mano...
che bella questa caccia al tesoro.
nella sala di Lotto c'è anche una ritrattista donna Sofonisba Anguissola, una della poche artiste rinascimentali ad aver ottenuto fama e riconoscimenti. indossa un abito raffinato, reso con tecnica miniaturistica nella camicia ricamata, nel bordo di pelliccia e nei capelli intrecciati con oro, perle e rubini. 



ero già stata a Brera, un anno fa, sempre su invito della Pinacoteca, in una giornata di apertura al pubblico a vedermi il primo dialogo (questo di Lotto è il quarto) tra Raffaello e Perugino sullo Sposalizio della Vergine (vince Raffaello, non c'è storia).
anche allora ero uscita felice, che belle queste iniziative, vivere e dialogare con l'arte significa vivere meglio.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

sabato 15 aprile 2017

non telefona


osservo una nuvola trafitta da una pallottola
e penso quando ero piccola, al telefono di casa,
la cui rotella avanti andava e indietro tornava.
Ho un cellulare maggiorenne, la marca inizia per N,
non mi lascia insonne, 
resta spento quando la mia mente dorme.
C'è un'evidente sopraffazione della tecnologia 
che indirizza alla follia.
Quando navigo in rete dopo un po' ho sete,
che siano onde elettromagnetiche di diabete?
Se si corteggia con una scorreggia
si sa prima dell'arrivo di una freccia,
chi spia, al millimetro cubo,
sa quanti peli si hanno nel culo.
Bisogna fare attenzione a non commettere un passo falso,
basta un futile dettaglio, 
canto decimo dell'Inferno, sesto cerchio,
legge del contrappasso,
come successe a Rino Gaetano con "la ballata di Renzo",
rifiutato 5 volte dal pronto soccorso, mancato intervento.
Arti e mestieri, i banchieri sono dittatori,
i dittatori, attori: "imbocchi il vialetto ci sarà il controllore
che le convaliderà il biglietto.

L'apparecchio che si porta all'orecchio fa tutt'altro,
consacra, dissacra, massacra, mappa,
ma non telefona,
illude, fotografa, predica, giustifica,
ma non telefona.

Fabri Fibra affezionato a droga, compasso e squadra,
schifava il talent come fosse un'infezione
per poi duettare con Moreno che vinse l'edizione.
Fu intervistato da Clelia Patella, Dee Jay chiama Italia, Daria Bignardi
e nel circuito di uomini soli, Paolo Bonolis,
prendeva in giro Fabio Fazio e poi  a "che tempo" presenta il disco cotto.
Meno male non che non doveva andare in televisione,
era già commerciale dopo una attenta ispezione rettale.
Risalta la felpa Adidas nel video fenomenale
 e appare pure un cazzo subliminale,
nessun accenno alle scie chimiche a scacchiera
come il pavimento della massoneria nera
o al cannibalismo moderno, gira intorno.
Dovrebbe darsi al porno,
a determinati meccanismi carnali è predisposto.
Per motivi di fama e ricchezza crede di essere invidiato,
invidiare un fake è tempo sprecato.
Rilascia affermazioni come se avesse scoperto l'America,
la stessa, lo ha scoperto promuovendolo esperto di deserto.
Utilizzo la chiosa citando Francesca Michielin
cantautrice, polistrumentista talentuosa,
tutti i suoi video sono la stessa cosa,
occhio guardone, piramidi timide e farfalle monarche, che palle!

L'apparecchio che si porta all'orecchio fa tutt'altro,
ammalia, tratta, contratta, maltratta,
ma non telefona,
propone, impone, espone, depone,
ma non telefona

Raz Degan modello personaggio, in passato parlò di flagello signoraggio, 
decise con coraggio la svolta ascetica,
 vive in un trullo con l'aiuto di una domestica:
grazie alla comodità della spiritualità da ungere davanti le telecamere,
ha vinto l'isola, manco fosse un regista che dirige la pellicola.
Origini giudaiche, fa parte di quegli ebrei
che implicitamente causarono il genocidio dei suoi.
lo so, la frase è piuttosto forte ma nel nome del profitto bastardo
può accadere l'assurdo, odore di morte.
Un balzo e si passa dal freddo al caldo,
curarsi con la natura è diventata un'avventura,
la chimica impera, benvenuti nella nuova era.
Onde radio di ionosfera rendono l'atmosfera una bara,
a loro tanto cara...
tra le cause maggiori
disagio sociale e corporale, depressione, suicidi, delitti d'onore...
E pensare che quelli che stanno a comandare,
bevono, mangiano e respirano la stessa merda della massa popolare,
più che una garanzia, un'affare!!
Non vivono su un'altra pianeta a seguire una diversa dieta,
distruggono Gaia.

L'apparecchio che si porta all'orecchio fa tutt'altro,
classifica, analizza, anatomizza, sodomizza,
ma non telefona,
lusinga, vomita, ansima, eiacula
ma non telefona



giovedì 13 aprile 2017

Misds, peggio di euro e Ttip: se passa, si piange davvero

Ricordate il mio motto su Twitter? “La news che ti stravolge la vita è quella che scivola dietro l’ombra della news che tutti pensano che gli stravolgerà la vita”. Please welcome Misds. Paolo Barnard ve lo dice da anni. “Loro” non mollano mai, mai. Lavorano 24/24 e 7/7 coi migliori cervelli del mondo, e avevano capito da un pezzo che gli artigli dell’Eurozona si erano di molto consumati. Le mega corporations di tutti i settori – dalla finanza, all’alimentazione, ai servizi, alla Information Technology – si sono dette “The best days of the Euro-feasting are over. Must find a new way to fuck these States up again”, tradotto: i giorni migliori del banchetto-Euro sono finiti. Dobbiamo trovare un altro modo per fottere ’sti Stati, ancora. Il Ttip è per ora naufragato. L’uomo con le scarpe da 5.000 dollari a Wall Street, a Chicago, o a Francoforte ha per caso sollevato un sopracciglio? No. Lui lo sa benissimo che ciò che oggi i popoli rigettano ‘up-front’, gli rientra sempre dalla porta di servizio.
Ricordate la Costituzione della Ue? Rigettata nel 2005 da francesi e olandesi, rientra dalla porta di servizio nel 2007 col nome di Trattato di Lisbona. Ricordate l’infame Gats? Era il trattato per la privatizzazione di ogni servizio vitale del cittadino, dalla Paolo Barnardsanità fino all’anagrafe e all’acqua pubblica. Sepolto dai disumani sforzi di poche Ong internazionali, e di pochi media, è tornato ancor peggio col nome Tisa, oggi in vista di ratificazione. Nel Ttip la cosa in assoluto più micidiale era la clausola che permetteva alle multinazionali di trascinare interi Stati in tribunale se questi obiettavano per l’Interesse Pubblico alle loro condotte commerciali. Questa clausola si chiamava Isds (Investor-State-Dispute-Settlement, cioè Risoluzione di Controversia fra Investitore e Stato). Neppure l’infame Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) era mai arrivata a tanto. Al Wto solo uno Stato poteva trascinare in corte un altro Stato se riteneva che il secondo gli impedisse di far business. Io lo denunciai a Report (Rai3) nel 2000, sono 17 anni fa… La carne ormonata Usa tentava d’infettare l’Europa, ci fu una battaglia al Wto fra Washington e Roma, Londra, Parigi, Berlino ecc.
Nel Ttip la cosa era mille volte più micidiale con l’Isds. Coll’Isds del Ttip la multinazionale Usa delle carni avvelenate poteva direttamente far causa a Roma, Londra, Parigi, Berlino ecc per costringerli a cedere. Cioè, migliaia di multinazionali potevano costringere i singoli Stati a processi infiniti e costosi come una finanziaria nazionale, tutti contro l’interesse dei cittadini che quegli Stati ancora timidamente proteggono. Vi rendete conto cosa significa? Può il governo di Roma permettersi 40 avvocati internazionali a 3.000 dollari al giorno per avvocato per, mettiamo, 250 cause di altrettante multinazionali per 10 anni? Sono 10.000 avvocati a 3.000 dollari al giorno per almeno 10 anni in totale. Fate i conti. E poi se Roma perde, i risarcimenti alle multinazionali arrivano alle migliaia di miliardi di dollari. Fate i conti. Può permetterselo oggi, quando il governo fatica a Junckertrovare gli spiccioli per gli ospedali? E poi anche peggio. Perché con il sistema Isds i processi fra la multinazionale X e lo Stato Y sarebbero stati celebrati in tribunali off-shore, quasi tutti a Londra o New York, non a casa nostra.
Ok, Ttip bocciato, ma quest’infamia della disputa multinazionali contro Stati interi sta rientrando dalla porta di servizio. Non mollano mai, mai! Please, welcome Misds. Oggi abbiamo una bella cosmesi: la Commissione Ue di Jean-Claude Juncker ci riporta la sopraccitata infamia del Pubblico Interesse con un altro nome. Sono stati costretti a questa cosmesi dopo che 3,5 milioni di europei firmarono contro il Ttip affossandolo. I bastardi della Commissione di Bruxelles hanno riformulato il trucco, l’hanno prima fatto rientrare in un trattato minore fra Canada e Ue chiamato Ceta, ma ora per il piacere degli Usa ce lo ripresentano così: Misds è la stessa identica porcata che dormiva in pancia al Ttip e che ho descritto sopra, cioè l’Isds, ma con davanti la parolina Multilaterale (la M). Be’, semplifico: ora viene chiesto allo Stato X di firmare un accordo con lo Stato Y dove entrambi accettano la porcata Isds, mentre prima il Ttip applicava la porcata Isds in massa a tutti gli Stati della Ue senza consultarli. Ohhh che miglioramento! Voi pensate che i parlamentari di Roma, tutti preoccupati dalla battaglia Pd-M5S sui vitalizi, capiranno cosa la “sacra Ue” ci chiede di firmare fra Roma e Stato X, Y, o Z?
Ma peggio: la parola Multilaterale suggerisce che magari Roma abbia gli stessi diritti di far causa alle multinazionali. Macché. La proposta della Commissione lascia tutto come nell’Isds del bocciato Ttip. Saranno solo le mega corporation a poter trascinare in tribunali off-shore i singoli governi. Inoltre, ovvio no?, credete che le Ong o i sindacati possano far causa alle Amatomultinazionali se queste inquinano, causano malattie a migliaia di cittadini o fottono l’occupazione in intere Regioni? Ma va’… Zero. Cosa significa tribunali off-shore? Nella proposta della Commissione significa tribunali che giudicheranno la disputa multinazionale-Stato e che sono composti da giuristi internazionali di provata esperienza nel settore… investimenti. Ma dai? Questi sono al 100% gente come Giuliano Amato, che dal settore pubblico è finito a prendere parcelle milionarie dalla Deutsche Bank, poi è tornato al pubblico. Immaginate l’imparzialità dei giudici del Misds, giuristi che hanno militato anni al soldo della Volkswagen, della Monsanto, della Apple, della McDonald’s, della Unilever, della Dupont, della Thyssen, di Jp Morgan ecc., dove hanno preso milioni, poi tornano all’arbitrariato internazionale nel Misds. Auguri.
Non so se avete capito che razza di mostruosità, da far impallidire ogni porcata che denunciammo sull’Eurozona e Bruxelles, è questo Misds. Ci sono là fuori già 75.000, settantacinque mila, mega corporations che non aspettano altro che la ratificazione del “nuovo” Misds per devastare come mai nella storia il potere di un governo di legiferare nell’Interesse Pubblico. Già oggi, dopo 40 anni di neoliberismo, neomercantilismo, di economicidio Ue, e di tutte le sinistre a baciare le pile del Vero Potere, le leggi per l’Interesse Pubblico sono ridotte a una carcassa di pollo. I bastardi ci divoreranno anche quella col Misds. E sarà sangue come mai prima nella storia (fra 10 anni mi scriverete “Barnard sei un grande! Tu l’avevi detto dieci anni fa…”).
(Paolo Barnard, “Misds, scordate l’Eurozona: se passa questo si piange davvero”, dal blog di Barnard del 24 marzo 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/

venerdì 7 aprile 2017

i misteri del "deja vu" la paramnesia

multiverse
Il “déjà-vu» è quella strana e intensa sensazione di avere già visto, o meglio vissuto in passato, un particolare momento, di rivederne perfino le immagini come se fossero nuovamente lì davanti ai propri occhi. Secondo le statistiche, circa il 90% delle persone la conoscono.
Ci sono diverse spiegazioni del fenomeno.
I neurologi:
– I pazienti con epilessia rappresentano un modello patologico più noto in letteratura in quanto le illusioni “déjà-vu” sono, in realtà, manifestazioni epilettiche derivanti dalle scariche all’interno del cervello.
– Diversamente, i soggetti sani che vivono questa esperienza – presentano piccole variazioni anatomiche in un’area cerebrale, la corteccia insulare, che ha il compito di convogliare tutte le informazioni sensoriali all’interno del sistema limbico/emotivo. Tale modifica parrebbe dimostrare che nel soggetto sano l’esperienza del “déjà-vu”, in realtà, è un fenomeno di alterata sensorialità dello stimolo percepito, più che un ricordo alterato: in pratica noi pensiamo di aver già visto quel posto, ma in realtà è la sensazione che abbiamo provato nel vederlo che ci richiama uno stimolo precedentemente associato».
Gli psicologi:
Sarebbe un fenomeno collegato al mondo dei sogni. Secondo Freud, durante il sonno il cervello modella centinaia di migliaia delle situazioni, alcune delle quali si avvicinano molto agli eventi della vita reale. La sensazione del déjà-vu, secondo Freud, sarebbe una sorta di ricordo delle fantasia nascoste dell’uomo.
Gli esoteristi:
E’ un ricordo delle vite passate. Quando ci troviamo in una situazione che conosciamo già, il passato ci parla. Ma se un oggetto che provoca un déjà-vu è un tablet?
Forse si tratta di vite parallele…
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LA PARAMNESIA

Il fenomeno del deja vu, detto anche paramnesia (dal greco parà= vicino e mnesis= ricordo, perciò: forma di ricordo che rimane in margine al ricordo normale), è un fenomeno assai più diffuso di ciò che non si pensi. Come sappiamo si tratta di quella strana manifestazione per la quale una persona ha l’impressione di aver già visitato un luogo nel quale sa con certezza di non aver mai posto piede, o di aver già veduto una scena o un oggetto che gli capita sotto gli occhi per la prima volta. E’ un fenomeno che si presenta in vari gradi di intensità. Si va da sensazioni imprecise, fino ad una percezione esatta dei dettagli. Vi sono stati dei casi nei quali una persona, trovandosi per la prima volta in un luogo, non solo ha provato la sensazione precisa di esservi già stata, ma ha descritto locali vicini, con dovizia di particolari, prima di metterci piede.
Naturalmente è un fenomeno che già adito a molteplici interpretazioni, alcune anche assai suggestive come quella di considerarlo (almeno talvolta) dovuto ad un fatto di reincarnazione.
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Secondo questa interpretazione, una persona trovandosi in un ambiente o dinnanzi ad oggetti, che avrebbe avvicinato in una sua precedente vita, subirebbe uno stimolo, che farebbe riaffiorare alla sua memoria, dall’inconscio residuo e scorie mnemoniche delle sue passate esistenze che, appunto nell’incoscio, sarebbero rimasti annidati. Naturalmente questa interpretazione del fenomeno è basata su di un fatto fideistico e non verificabile sul piano scientifico.
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Esaminando il fenomeno con ottica psicodinamica, le interpretazioni sono molteplici. Nei casi in cui la sensazione è nebulosa o imprecisa, si potrebbero ipotizzare fenomeni di memoria inconscia, che ripresentino le immagini di fatti realmente vissuti, ma dimenticare e rimosse per motivi psichici non individuabili, nel subcosciente e che riaffiorino sotto non identificabili stimoli contingenti. Questa, ovviamente, è una interpretazione che può soddisfare solo quando non vi è la certezza che il luogo non sia stato, veramente, mai visitato dal soggetto.
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Un’altra possibile interpretazione è quella che fa prendere in considerazione la possibilità di processi telepatici inconsci. In questo caso, la persona potrebbe aver ricevuto telepaticamente, in forma inconscia, immagini e pensieri di persone presenti, che vivessero ricordi loro, e assumerli come propri a livello di conoscenza. Henri Louis Bergson, filosofo francese, profondo studioso di fenomenologia paranormale, considerava la paramnesia un fenomeno psichico normale sostenendo questo assunto con una sua teoria.
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Partendo dal principio che ogni percezione lascia nella mente un ricordo di sé, il quale staccandosi dalla percezione stessa va a fissarsi nella memoria, egli ipotizza che, se per un qualsiasi motivo, questo distacco non avviene, il ricordo rimane unito alla percezione del soggetto, senza perfezionarsi come ricordo fissato nella memoria. A percezione simile, il soggetto potrebbe avere l’impressione di ricordare ciò che invece ha solamente percepito.Un’ipotesi interpretativa che ha dei punti di contatto con la precedente e che si mantiene su di un piano strettamente animico, sostenendosi su dinamiche psichiche, è quello che si rifà al processo catatimico. Questa parola deriva dal greco ed è formata dal termine greco: katà, che vuol dire basso, sotto, imo e l’aggettivo italico timico che si riferisce all’influenza della glandola del timo sulla sfera psichica, quindi indica un’azione timica nel profondo dell’inconscio.
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Un processo psicologico, perciò, che influendo nel profondo della psiche, può produrre particolari stimolazioni fino a generare insoliti fenomeni psichici e anche paranormali. In questo caso il processo catatimico provoca un fatto sinestesico, cioè mette in atto quel fenomeno per cui una sensazione corrispondente ad un determinato senso viene associata a quella di un senso diverso; ciò avviene, per esempio, quando si ha la sensazione di un colore, udendo un suono. In questo caso la paramnesia viene attribuita ad un’associazione di immagini che non nasce dalla sfera noetica, cioè della sfera dell’attività dell’intelletto, ma da quella affettivo-emotiva. In sostanza parte del principio che, per esempio, due ambienti diversi possono destare sensazioni uguali a livello emotivo. Pertanto un individuo che si trovi in luogo che gli desti sensazioni uguali a quelle che un altro luogo gli ha destato in un altro momento, le recepisce sul piano affettivo. Al momento di trasferire sul piano cosciente finisce con l’identificarle con il luogo in cui si trova, credendo di riconoscerlo, mentre invece rivive una semplice forma emozionale trasferita e camuffata sul piano mentale.
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Facciamo un esempio. Supponiamo che una persona si trovi in un determinato posto. Fra le varie sensazioni che riceve, ecco una musica. Egli non la registra mentalmente; relegata nella memoria inconscia, la melodia gli crea solo uno stimolo emotivo completamente trascurato dalla sfera razionale. Immaginiamo poi che la stessa persona, dopo un tempo indeterminato, si trovi in un altro luogo, diverso dal primo. Per una coincidenza ode ancora la stessa musica che aveva registrato emotivamente. Può prodursi, in tal caso, un’azione dell’inconscio che, facendo risalire alla superficie della coscienza l’esperienza emozionale, trasferisce sul “luogo” il ricordo della musica, identificandolo in questa. Si avrà così la sensazione di trovarsi in un ambiente già conosciuto, mentre invece non si farebbe che rivivere un’esperienza emozionale.

Fonte tratta dal sito .

fonte: https://wwwblogdicristian.blogspot.it

sabato 1 aprile 2017

il gigante e la bambina. Il pedofilo e la vittima


Il gigante e la bambina
Sotto il sole contro il vento
In un giorno senza tempo
Camminavano tra i sassi

Correva il 1971.
L’Italia divideva la propria attenzione tra l’abrogazione dell’articolo 553 del codice penale, che vietava la produzione e il commercio degli anticoncezionali, e gli omicidi mafiosi di Pietro Scaglione e Antonio Lo Russo.
In quell’Italia, che non esiste più, un ragazzo diciottenne presenta la canzone Il gigante e la bambina alla manifestazione “Un disco per l’estate”. Il cantante era Rosalino Cellamare, conosciuto come Ron, la musica era costruita da Lucio Dalla e le parole provenivano da Paola Pallottino. La canzone fu accolta dal pubblico come una favola per bambini. D’altro avviso i censori Rai del programma “Un disco per l’estate”. Paola Pallottino fu costretta ad apportare grandi modifiche al testo.
Nel testo originale era contenuta la frase: ma il gigante adesso è in piedi - con la sua spada d’amore - e piangendo taglia il fiore - prima che sia calpestato. La frase fu trasformata in: ma nessuno può svegliarli – da quel sonno tanto lieve – il gigante è una montagna – la bambina adesso è neve.


Il gigante è un giardiniere
La bambina è come un fiore
Che stringe forte il cuore
Con le tenere radici

La canzone parla, chiaramente, di uno stupro su minori. Gli autori della canzone hanno più volte ribadito che si trattava di uno scritto che prendeva le basi da una storia vera.
Cercando quale sia il fatto di cronaca su cui hanno costruito la canzone, s’inciampa spesso sul rapimento di una bimba di dieci anni, Claudia Bellante di Cavalese, avvenuto nel settembre del 1970. La piccola fu rapita mentre giocava nel parco del paese. Fu ritrovata una decina di giorni dopo, viva, in un’abitazione di Santo Stefano di Cadore. Era stata rapita da uno squilibrato senza figli che voleva avere la compagnia di una bambina. Il rapitore si chiamava Demetrio Bocchi.
Leggendo le interviste rilasciate da Ron, comprendiamo che siamo sulla strada sbagliata.


E la mano del gigante
Sul quel petto di creatura
Scioglie tutta la paura
È un rifugio di speranza

Il primo motivo risiede nel finale della canzone, dove lo stupratore diviene omicida ammazzando la piccola. L’obiezione la potrei conoscere: licenza poetica. Assolutamente vero, Paola Pallottino avrebbe potuto modificare il finale a suo piacimento.
Il secondo motivo, e qui abbiamo la certezza della conferma, è legato ad un’intervista rilasciata a Mario Luzzatto Fegiz dove Rosalino Cellamare ammette che “la canzone narrava di uno stupro da parte di un giardiniere che violentava una bambina”. Molto interessante rileggere la risposta che il cantante diede alla domanda: per quale ragione il giardiniere-stupratore doveva piangere? Ron rispose che “si voleva rappresentare la follia del personaggio, che piange poiché crede davvero d’obbedire ad un impulso amoroso nei confronti della poveretta”.


Del gigante e la bambina
Si è saputo nel villaggio
E la rabbia dà il coraggio
Di salire fino al bosco

Il terzo motivo, che ci permette di comprendere d’essere fuori strada quando ci riferiamo al caso del Trentino Alto Adige, lo fornisce ancora Ron rispondendo ad un’altra intervista. Alla domanda, decenni fa lei cantò un pezzo a doppia lettura come il gigante e la bambina, il cantante risponde che“avevo 18 anni e poteva sembrare una favola candida, ma Paola Pallottino aveva scritto il testo ispirandosi ad un fatto di cronaca accaduto vicino a Bologna, lo stupro di una minorenne. Compresi che quella canzone era una bomba innescata solo dopo la censura parziale della Rai. Erano i primi anni settanta e neppure i media parlavano volentieri di certi temi”.
Abbiamo tre motivi per affermare che la canzone Il gigante e la bambina non fa riferimento al rapimento di Claudia Bellante di Cavalese: la morte della bimba che nella realtà non avvenne, il riferimento allo stupro da parte di Ron e la collocazione geografica indicata sempre dal cantante. Siamo nelle vicinanze di Bologna e non in Trentino Alto Adige.


Il gigante e la bambina
Li han trovati addormentati
Falco e passero abbracciati
Come figli del Signore

L’ultima curiosità legata alla canzone fa riferimento al fatto che non fu Dalla a cantarla per primo. Paola Pallottino ammise che “mi fece inquietare che lui – Lucio Dalla – avesse preferito darla a Ron, mentre io la consideravo adatta ad una personalità già forte come la sua”.


Ma il gigante adesso è in piedi
Con la sua spada d’amore
E piangendo taglia il fiore
Prima che sia calpestato

Le ricerche sono state complesse e non conducono ad una risposta definitiva.
Con ottime possibilità possiamo scartare l'evento della bimba del Trentino Alto Adige come base per il testo della canzone: la bimba fortunatamente fu ritrovata in vita, mentre la canzone si conclude con l'uccisione dell'ostaggio da parte del predatore sessuale. 
Ron ammette che Paola Pallottino scrisse la canzone riferendosi ad un evento accaduto nelle vicinanze di Bologna. Non ho trovato riferimenti a casi di stupri con uccisione della piccola vittima. 
Un fatto in quel periodo catturò, purtroppo, l'attenzione degli italiani come dalla morte della povera Wilma Montesi non accadeva.
Quell'evento però non avvenne nelle vicinanze di Bologna, ma bensì nella zona di Viareggio.
Il caso divenne nazionale con implicazioni nella politica locale.
Molti mostri furono sbattuti in prima pagina, come ai tempi del povero Girolimoni.
Forse quell'evento, che stordì l'immaginario collettivo, è alla base della canzone?
Ron potrebbe essersi scordato la zona geografica nella quale avvenne lo stupro con relativo omicidio?


Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


Bibliografia

Il Trentino - Paese scosso: incredibile - 31 marzo 2004

Mario Luzzatto Fegiz - Intervista a Ron - Corriere della Sera, 9 febbraio 1996

Borrelli Lorella - Intervista a Paola Pallottino. Scrivevo le canzoni pensando a lui - Il Resto del Carlino, 3 marzo 2012

Il Tempo - La battaglia di Ron: duetto con le stelle per i malati di SLA - 13 marzo 2016