giovedì 15 dicembre 2016
la fontana della vergine
Jungfrukällan, è un film del 1960 diretto da Ingmar Bergman, tratto da una leggenda svedese del XIV secolo, Töre's dotter i wänge.
Trama
Nella Svezia medievale, il proprietario terriero Töre insiste perché la sua giovane figlia Karin consegni di persona dei ceri alla Madonna in un giorno di festa, in accordo alla tradizione che vuole che a farlo sia una ragazza vergine. La giovane è accompagnata da Ingeri, serva disonorata e pagana.
Durante il viaggio però, dei briganti violentano e uccidono la giovane Karin, senza che Ingeri possa aiutarla, ma senza nemmeno che tenti di farlo, bloccata dall'invidia provata per la ragazza. Nella fuga, gli assassini cercano riparo per la notte proprio dal padre di Karin, a loro insaputa. Dopo essersi rifocillati, essi commettono un inconsapevole e fatale errore: quello di offrire in vendita alla madre della ragazza la veste della figlia uccisa, veste che la donna prende dalle mani di uno dei briganti dicendo però che sull'acquisto solo il padrone di casa può decidere. Ai genitori non occorre molto per intuire quale sorte sia toccata alla loro Karin, specie dopo il racconto di Ingeri, che nel frattempo è tornata alla casa del padrone, benché inizialmente si sia nascosta in preda ai rimorsi. Töre metterà in pratica la sua vendetta uccidendo i briganti, tra i quali purtroppo anche un bambino innocente.
Più tardi, Ingeri accompagna la famiglia nel luogo in cui si trova il cadavere di Karin e mentre cercano di spostarlo per dare sepoltura alla sfortunata ragazza, dal punto in cui era poggiata la testa prende a sgorgare una sorgente d'acqua.
Distribuzione e premi
Il film uscì nei circuiti cinematografici della Svezia l'8 febbraio 1960 e vinse l'Oscar al miglior film straniero l'anno successivo; fu inoltre candidato allo stesso premio per i costumi. Vinse anche il Golden Globe, sempre per il miglior film straniero, e la "menzione speciale" del Festival di Cannes in Francia, mentre in Giappone si aggiudicò il Kinema Junpo Awards per il miglior film e il miglior regista stranieri.
fonte: Wikipedia
SCENA TAGLIATA
martedì 13 dicembre 2016
Claudio Tamburrini
Claudio Tamburrini.. storia di un uomo.. storia di un calciatoregennaio 3, 2016 \\
Di Claudio Tamburrini s'è sempre detto che avesse due difetti.

Non sapeva tuffarsi. E poi pensava. Era iscritto al partito comunista e alla facoltà di filosofia di Buenos Aires, quando i militari andarono a prenderlo di notte. Così l'Almagro rimase senza portiere. Lo portarono in un palazzone dai vetri fumé e gli tagliarono a zero a capelli. Gli bruciarono i vestiti, lo lasciarono nudo con altri 5 ragazzi e lo legarono a un letto.
Poi entrò un tenente e chiese, Chi è il portiere qui dentro? E lui pensò che fossero arrivati i buoni a liberarlo, magari il cavallo bianco era rimasto fuori. Sono io, rispose Tamburrini. E il tenentino gli mollò un calcio sul naso, Parami questo allora. Quattro mesi passarono così, fino al marzo del '78, quando ai mondiali d'Argentina mancavano tre mesi.
Il mondo sapeva. Sapeva dei generali di Videla, dei desaparecidos e fingeva. Nella stanza erano rimasti in quattro, due erano usciti un giorno e non erano tornati più. Un tipo di nome Guillermo liberò tutti con un filo di ferro. Strapparono le lenzuola e si calarono dalla finestra, sei metri. Tamburrini per ultimo. Si lanciò.
Corsero nudi nel buio per un'ora, quando videro in cielo gli elicotteri coi fari accesi capirono che avevano solo girato intorno alla prigione. Bussarono a una porta, una donna li fece entrare e diede ai 4 i vestiti di suo marito. Fu con quelli che Tamburrini scappò a Buenos Aires. Visse in una cantina. Poi la sera del 25 giugno '78, in un bar su Avenida Corrientes, Claudio vide in televisione un suo collega che alzava la coppa del mondo. Si chiamava Ubaldo Fillol. Detto il Papero. Era il portiere dell'Argentina che aveva appena battuto l'Olanda in finale. E gli venne voglia di scappare. Oggi Claudio Tamburrini insegna filosofia in Svezia. Ha testimoniato contro i militari al processo. Ubaldo Fillol fa l'opinionista sportivo e i suoi ricordi relativi al '78 sono questi.

Il portiere desaparecidoLa storia di Claudio Tamburrini, unico calciatore professionista sequestrato dalla dittatura di Videla
Parlare di Argentina riguardo agli anni Settanta e Ottanta è sempre qualcosa di piuttosto complicato. La parola che meglio descrive il quadro argentino intorno alla metà dei Settanta è instabilità: durante gli anni di Isabelita Peron al potere si assisté a un conflitto sempre più aspro tra la Tripla A e l'ERP. Con ERP si intendeva l'Ejercito Revolucionario del Pueblo, mentre la Tripla A altri non era che la Alianza Anticomunista Argentina, un'organizzazione di estrema destra che in due anni pare abbia ucciso più di 400 persone. In questi clima già fortemente scostante nel 1976 prese il potere con un colpo di stato il generale Jorge Rafael Videla. L'instabilità in un certo senso finì e cominciò il terrore: il termine desaparecidos - scomparsi - incominciò sempre più a farsi largo tra la popolazione mondiale e a farne le spese furono specialmente i Montoneros, un movimento guerrigliero giustizialista e più grande oppositore del regime di Videla. Non è facile però parlare di desaparecidos o di Argentina in quegli anni perché vista adesso la situazione è logicamente terribile, ma allora, allora capitava di disputare un mondiale in un Paese dove in molti ignoravano l'esistenza di un Processo di Riorganizzazione Nazionale, una nazione nella quale in tanti vedevano sparire amici o conoscenti senza pensare alla matrice politica. E' in questa Argentina che il Club Almagro sfiora la promozione in Primera B Nacional, la seconda serie del calcio argentino.
Nell'Almagro gioca Claudio Tamburrini e, nonostante possa sembrare strano, parlare dell'Argentina di quell'epoca è anche parlare di lui.I Desaparecidos ufficiali secondo il CONADEP sono 9000 ma le stime potrebbero raggiungere le 30000 unità solo in Argentina
PARTIDO DE TRES DE FEBRERO - Claudio Tamburrini nasce in uno dei moltissimi sobborghi di Buenos Aires, precisamente a Ciudadela nel novembre del 1954. Nasce in quella zona che si chiama Partido de Tres de Febrero in onore alla Battaglia di Caseros del 1852 che portò in seguito alla creazione della Confederazione Argentina. Si tratta di una guerra civile, perché gli argentini non sono mai riusciti veramente ad andare d'accordo gli uni con gli altri. Tamburrini ama la politica e la storia ma cresce con un'altra passione, quella per il pallone. Al contrario dei suoi compagni di giochi da piccolo Tamburrini il pallone sa prenderlo bene con le mani, farà il portiere e al Club Ciudadela Norte lo mettono subito in porta e non lo tolgono più. Capita che portieri del genere a Ciudadela ne abbiano visti pochi e quindi qualche manciata di chilometri più in là, nel quartiere di Liniers, cominciano a seguirlo con attenzione. Liniers è il barrio in cui ha sede il Velez Sarsfield, una compagine che all'inizio degli anni Settanta può contare su un buon gruppo di giocatori e su una scuola calcio discreta. E' lì che Tamburrini inizia a muovere i primi passi nel mondo del calcio professionistico, nonostante sia ancora troppo giovane per esordire in prima squadra. Un giorno però viene fatto fuori e rimane senza squadra, ma il tempo in cui non trova un contratto è davvero esiguo, Tamburrini non sarà un Fillol o un Carnevali ma comunque rimane un buon portiere e il Club Almagro se ne accorge e lo tessera nel 1975-1976. Rimarrà al Tricolor per poco più di un anno, fino al maledetto 23 novembre 1977.
LA MANSION - Tamburrini però non è solamente un calciatore, ha una coscienza diversa da tutti coloro che nascono e vivono in Argentina in quel periodo. E' stato spettatore di tutte le vicende che hanno cambiato la storia del Paese e ne è stato quasi abbacinato, oltre alla storia è un grandissimo appassionato di Filosofia e nelle sue intenzioni c'è anche quella di rendere la filosofia molto più che un semplice hobby. Tamburrini ha sentimento civile, a differenza dei compagni o dei conoscenti: si diploma al Colegio Tomás Espora e poi si iscrive all'Università di Buenos Aires, la facoltà ovviamente è quella di filosofia. La leggenda, che poi magari leggenda non è, vuole che di giorno si alleni per diventare calciatore professionista mentre la notte studi chino sui libri il pensiero dei vari Hegel, Platone, Nietszche.
In quel periodo Tamburrini però deve fare i conti con due preoccupazioni, se preoccupazioni si vogliono chiamare. La prima è di carattere politico perché la sua facoltà è per tradizione battagliera e di sinistra, e una nomea del genere con Videla al potere non è ben vista. La seconda è di carattere tecnico perché Hugo Piazza, un simbolo dell'Almagro, è in cima alla lista delle preferenze per il ruolo di portiere titolare del Tricolor. A peggiorare la situazione c'è un gol su punizione preso mentre Tamburrini pensava di più ad aggiustarsi i calzettoni per questioni regolamentari che al tiratore. La settimana seguente a questa mezza papera Tamburrini è da poco tornato da un allenamento stancante nel quale ha dovuto dimostrare al mister che si merita la titolarità e mentre sta studiando nel suo appartamento si presentano alla sua porta due persone armate che lo fanno salire su una camionetta e lo portano a casa dalla madre. Da lì, dopo una breve sosta nella quale Tamburrini scorge due macchine sospette fuori dall'abitazione della madre, viene condotto - rigorosamente incappucciato - in un posto che comincerà poi a conoscere come Mansión Seré. Il 23 novembre 1977 Claudio Tamburrini è il primo calciatore professionista desaparecido.
PARA QUESTA - Un suo compagno di studi all'università, di nome Tano, non ha retto di fronte ai metodi convincenti delle milizie argentine e per proteggere i suoi amici ha fatto il nome di Claudio Tamburrini. Claudio è un portiere, è sì di sinistra ma è un portiere, però il suo nome compare sull'agenda telefonica di Tano e tanto basta per farlo arrivare alla Mansión Seré. L'impatto è traumatico, fin dal primo giorno di sequestro Tamburrini viene seviziato per estorcere informazioni che i torturatori vogliono ma non possono avere, perché evidentemente il portiere non le ha. Il portiere, ecco come lo chiamano i sequestratori, el arquero. «Si sos arquero, ¡atajate esta!» gli dicono, se sei un portiere para questa, e gli tirano un cazzotto forte nello stomaco. Succede ogni giorno, una scenetta che Tamburrini riesce a sopportare in un modo che non si può spiegare senza aver vissuto quell'orrore. Non sono tanto le torture però a renderlo inquieto e nemmeno il trattamento - dorme, mangia e beve il minimo indispensabile - ma è l'incertezza: passano i giorni e non sa come andrà avanti la sua carriera calcistica e soprattutto non sa che destino avrà. Lo uccideranno? lo rilasceranno? Si limiteranno a torturarlo e basta? E se sì, fino a quando? Non c'è mai una risposta. Quando prova a parlare c'è Lucas a rispondergli, uno dei torturatori che crudelmente gli impone di ringraziarlo per ogni cosa che fa, fosse anche un calcio nella schiena, e ne arrivano diversi. Poi a Guillermo Fernandez, uno dei suoi compagni alla Mansión Seré altresì chiamata Atila, viene in mente di fuggire.
OGGI - Il 24 marzo del 1978, quasi centoventi giorni dopo il sequestro, Claudio Tamburrini e i suoi tre compagni (oltre a Fernandez anche Carlos Garcia e Daniel Rusomano) danno vita a una rocambolesca fuga. Approfittano di un attimo di disattenzione dei carcerieri, perché un attimo di disattenzione c'è sempre, e si calano completamente nudi da una finestra del centro di tortura, sparendo nel vuoto legati a un lenzuolo, come nei cartoni animati. Anni e anni di repressione e quattro uomini marchiati come ribelli, quando in realtà erano poco più che simpatizzanti, riescono a sconfiggere il regime nel modo più classico. Fernandez però vuole lasciare un segno e prima di scappare scrive un enorme Grazie Lucas su una parete. I quattro spariscono nella notte di Buenos Aires e si ritroveranno solo molti anni dopo. Claudio Tamburrini, dopo qualche periodo di latitanza, fugge in Svezia dove però di giocare a pallone non se ne parla, si laurea in Filosofia e attualmente la insegna a Stoccolma. E' tornato in Argentina solo per il processo alle Giunte, ha scritto il libro autobiografico Pase Libre da cui è stato tratto il film Cronica de una fuga, in cui il suo ruolo è stato interpretato da Rodrigo De La Serna. Oggi la Mansión Seré, il centro di tortura dove venne rinchiuso per 121 giorni Tamburrini, è un centro di recupero della memoria storica. Tamburrini è, ad oggi, l'unico calciatore professionista rapito dalla dittatura. E' anche uno dei pochi che può raccontarlo.
fonte: www.culturalclassic.it
domenica 11 dicembre 2016
antichi saperi
Nella pagina dedicata ai Templari avevamo ipotizzato che gli stessi, entrando in contatto con ambienti gnostici, quali la setta degli assassini di derivazione islamica, e conseguentemente grazie alle loro ricerche e scavi presso il Tempio di Salomone che era stato assegnato loro come quartier generale, vennero a conoscenza di antiche conoscenze e di segreti saperi oltre che di manufatti e reperti di assoluta importanza.
Segreti per i quali la chiesa di Roma si dimostrò pronta a uccidere. Perché?
Per capirlo partiamo dall’inizio, ossia dalla definizione di gnosticismo: Lo gnosticismo è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe nel II e III secolo dell’era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), «conoscenza».
Una definizione piuttosto parziale del movimento basata sull’etimologia della parola può essere: “dottrina della salvezza tramite la conoscenza”.
Mentre il giudaismo sostiene che l’anima raggiunge la salvezza attraverso l’osservanza delle 613 mitzvòt e il Cattolicesimo sostiene che l’anima raggiunge la salvezza per Grazia mediante la fede come sancito da Efesini 2,8; per lo gnosticismo invece la salvezza dell’anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata, detta gnosi, riguardo all’uomo, al mondo e all’universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici erano “persone che sapevano”, e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano.
Tratto comune per molte correnti gnostiche è la distinzione che essi operavano tra il vero Dio in conoscibile, definito come Primo Eone, e il malvagio dio minore ebraico Yahweh anche noto come Yaldabaoth, Samael e Demiurgo, di cui gli gnostici disprezzavano pertanto le leggi e l’universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini.
Ciò comporta il ribaltamento dei canoni del cristianesimo ortodosso: il demiurgo Yahweh, dio veterotestamentario, diventa nella visione gnostica, ‘nemico’ dell’uomo, che vuole tenere nell’ignoranza impedendogli di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. Al tempo stesso l’intervento del serpente viene visto come elemento di rottura positiva in quanto permette all’uomo di apprendere quella conoscenza negata: la gnosi. In questa interpretazione possiamo osservare forti analogie con i movimenti Enkiliti ed Enliliti e le differenti correnti di pensiero relativamente alla gestione del genere umano.
Potrebbe sembrare che lo gnosticismo sia proprio del cristianesimo ma, seppur ritenuto erroneamente come eresia del cristianesimo, è in realtà una corrente filosofica presente sin dagli albori dell’umanità; si trovano temi gnostici nell’antica Babilonia, nella Kabbalah ebraica, nel periodo ellenistico e ovviamente nel cristianesimo dei primi secoli, oltre che nell’islam (p.es. i Sufi). Se ne deduce una continuità storica della volontà da parte dell’uomo di attingere alla cosiddetta ‘conoscenza’.
Anche se le origini dello gnosticismo sono ancora avvolte nell’oscurità, molta luce è stata fatta sulla questione grazie al lavoro combinato di molti studiosi. Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire come un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell’antichità: religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, Cristianesimo dei primi secoli, ma, in realtà, ha una radice profonda, che viene assimilato in ogni substrato culturale da cui emerge quella volontà universale di ricerca da parte dell’uomo e quel desiderio di scoprire la ‘gnosi’.
La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto Alessandria d’Egitto e Roma. Si pensa che i fondatori della Biblioteca di Alessandria furono appunto gnostici desiderosi di fare della Biblioteca il centro della ricerca gnostica e la più importante collezione enciclopedica del sapere umano, ma anche divino se intendiamo divino come alieno.
Altri gnostici noti furono Cerinto, Carpocrate e Simon Mago con tutta la sua scuola. Anche quando la corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee cristiane alternative e il paganesimo, lo gnosticismo non svanì senza lasciar traccia, anche se Sant’Ireneo di Lione, Tertulliano e San Giustino Martire rimasero le uniche fonti di conoscenza fino al 1945, anno in cui furono scoperte nei pressi del villaggio di al-Qasr 44 opere gnostiche. Principali esponenti furono Marcione, Valentino, Basilide, Simon Mago, Cerinto, Carpocrate, Tertulliano e i santi Ireneo e Giustino martire.
Segnaliamo come lo gnosticismo, seppure permeato apparentemente di ideologie di numerose religioni, assomigli come concezioni di base ai Veda dell’antica India. Il parallelo più evidente sta nel nome, infatti la parola “Veda” sta per “Conoscenza”, proprio come la parola “gnosi”. Le cosiddette “parole magiche”, all’interno della cultura vedica, descritta dai profani come “induismo”, sono rappresentati da mantra espressi in lingua sanscrita, una lingua particolarmente profonda e dal forte potere vibrazionale. La cultura vedica ha origine migliaia di anni fa e la sua prima comparsa nella storia avviene quando i popoli Arii occuparono parte dell’India, trasmettendogli quelle stesse culture indoeuropee da cui si dimostra l’esistenza di gnosi anche nel mondo indoeuropeo ariano.
In epoca contemporanea, a fianco di movimenti elitari che si richiamano alle correnti gnostiche del passato, non mancano tentativi di identificare caratteri gnostici in correnti di pensiero moderne: così nel nichilismo ed esistenzialismo con la mancanza di significato dell’esistenza terrena. Occorre precisare che lo gnosticismo, come filone di pensiero, attraversa tutta la storia della filosofia e che riemerge periodicamente con movimenti di pensiero, ortodossi ed eterodossi se raffrontati al punto di vista ufficiale interpretato secondo la volontà della Chiesa.
Ma ciò che più intimorì la Chiesa fu la scoperta da parte dei Templari del pensiero gnostico cristiano, incarnato dal messaggio di Gesù Cristo presentato nei vangeli gnostici, esclusi dal Concilio di Nicea poichè avrebbero potuto inficiare il potere temporale patriarcale che si andava costituendo.
Le conseguenze del Concilio di Nicea consistono in una Interpretazione parziale e frammentata del messaggio di Gesù e nell’evidente ridimensionamento del ruolo della donna a vantaggio di una società patriarcale, diretta conseguenza del conflitto tra Maria Maddalena e Pietro, che in realtà aveva capito poco del messaggio di Cristo così come da quest’ultimo profetizzato “… e prima che canti il gallo mi tradirai tre volte…”.
Inoltre paradossalmente si procede con la cancellazione della verità gnostica e della ricerca della conoscenza, che invece veniva fortemente auspicata dallo stesso Gesù, attraverso la Persecuzione e lo sterminio dei pagani e delle correnti cristiane eterodosse come accaduto per i Catari nella francia medievale.
Il Consiglio di Nicea definisce una serie di strumenti atti a garantire il potere temporale della chiesa sull’occidente dei secoli bui attraverso l’ignoranza e la minaccia del terrore: è la vittoria del demiurgo e la sconfitta del Cristo. Con lo studio dei vangeli gnostici entriamo in una nuova dimensione spirituale che credo ci aiuti a comprendere il vero messaggio di Gesù Cristo avvicinandoci al pensiero templare gnostico e, comprendendone il potere, capire l’effetto che ha avuto sulla Chiesa Cattolica e le potenzialità insite in ciascuno di noi.
I punti fondamentali che si discostano completamente dall’insegnamento cattolico, ribaltando completamente l’interpretazione del messaggio di Gesù sono:
– il ruolo del femminino sacro e della donna quale incarnazione dell’energia dello spirito santo. Maria Maddalena gioca un ruolo fondamentale all’interno delle prime comunità cristiane e la sua posizione viene messa in discussione dall’apostolo Pietro, che invece rappresenta il potere patriarcale di una chiesa che col tempo si discosterà dagli insegnamenti esoterici di Cristo.
– la Sophia, conoscenza o gnosi, come strada di salvezza. Cristo si configura come portatore di quella conoscenza e consapevolezza della scintilla divina presente in ciascuno di noi per il solo motivo di essere uomini, creati ad immagine e somiglianza di dio. Quella conoscenza negataci fin dall’episodio del giardino dell’Eden dove Enlil proibì per bocca di Yahweh (un Enlilita) all’uomo di ottenere la conoscenza e la vita eterna.
Il paradosso è che in questi termini Gesù sarebbe venuto a terminare il lavoro del serpente ‘tentatore’ insegnando agli uomini quella stessa conoscenza negata dal dio dell’antico testamento… che però sarebbe il dio padre della trinità cattolica. E Satana? E’ davvero quell’angelo caduto di nome Lucifero nel cui nome vi è già implicito il significato della sua funzione di ‘portatore di luce’?
Domande che rimangono senza risposta… fino a quando non approfondiamo i concetti manifestati nelle correnti gnostiche secolari e descritti nei vangeli esclusi dalla dottrina cristiana.
Ponzio Pilato, dopo l’incontro con Gesù, chiese a Claudia, sua moglie “Quid est veritas?” In una frase del Gesù gnostico, sconosciuta ai più, vi è forse la chiave per scoprirla…
“La verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli ed immagini… non la si può afferrare in altro modo”
Egli ci esorta a ricercare la Verità e non ad attendere che la stessa ci venga fornita da altri, come invece è purtroppo successo, con le conseguenze delle interpretazioni et omissioni proprie del carattere umano.
Alla luce di quanto espresso sopra siamo ancora certi che l’accostamento Lucifero (portatore di luce) a Satana (avversario) sia corretta?
Alla luce di quanto espresso sopra possiamo dedurre elementi che lascino intendere analogie tra la verità gnostica dei ruoli di Cristo, di Lucifero, di Satana e quanto teorizzato in una ipotesi alternativa della storia dell’uomo con antichi dei (Anunnaki) creatori?
Il dualismo tra i fratelli Anunnaki Enki ed Enlil nella gestione della razza umana, può essere allora stata reinterpretata nella Bibbia ebraica come conflitto tra Enlil=Yahweh che temeva il proliferare degli esseri umani e la dotazione degli stessi di particolari tecnologie et conoscenze e Enki=Serpente=Lucifero, il quale invece voleva condurre l’uomo sulla via del progredire.
Gli ebrei poi si dedicarono esclusivamente al culto di Yahweh in opposizione ai nemici babilonesi e alla loro divinità principale Marduk, che altri non era che il figlio di Enki.
Infine venne la chiesa romana, che fornì una visione limitata della potenza del messaggio di Gesù Cristo, il cui desiderio, secondo gli gnostici, era quello di fornire agli uomini gli strumenti per ottenere la gnosi, ossia la Sophia, ossia lo Spirito Santo, ponendosi più vicino alla figura di un Lucifero che di un demiurgo, quale che fu Yahweh.
Ma allora in sintesi cosa è la Gnosi? La gnosi è:
– Consapevolezza di fattore divino implicito nell’uomo derivante dal DNA ‘divino’ Annunaki
– Conoscenza della vera natura del Cristo della sua storicità con Maria Maddalena e della sua discendenza in Europa (rh- e genotipicità di certi aplogruppi “aristocratici”)
– Consapevolezza del potere animico della Vita derivante dalla manifestazione del divino universale Vita = Energia dell’Universo = Potere di DIO (conoscenza pleiadana = Cristo Pleiadano usando un linguaggio NewAge dal quale comunque Progetto Atlanticus dissente)
– Studio degli insegnamenti di Gesù e degli altri mistici volutamente ‘censurati’ dalla Chiesa Cattolica dopo il consiglio di Nicea (vedi vangeli apocrifi e gnostici)
Gnosticismo significa anche comprendere e accettare la separazione tra il dio-veterotestamentario giudaico cristiano di chiara derivazione Enlilita e Gesù Cristo che invece, al pari di altri ‘maestri’ (Siddartha, Maometto, …) assume connotati di dispensatore di conoscenza, ripercorrendo il desiderio di Enki di conferire all’uomo quelle conoscenze che oggi definiremmo alchemiche-esoteriche destinate a liberare l’intero potenziale trascritto nel nostro DNA, che ricordiamo essere in parte animale e in parte divino, in virtù dell’ibridazione originale, permettendo l’attivazione della ghiandola pineale, l’apertura del terzo occhio e l’ottenimento del corpo di luce.
Fonte tratta dal sito .
fonte: https://wwwblogdicristian.blogspot.it
sabato 3 dicembre 2016
Nidaa Badwan, 100 giorni di solitudine
sono a BookCity e alla Sala Buzzati del Corriere.
è domenica mattina, le 11.
sono venuta per sentirla parlare, la sua storia mi aveva molto incuriosita quando la lessi sul corriere un anno fa.
parla questa lingua pazzesca che è l'arabo, mioddio com'è dura, è un muro di vocali aspirate e aspre, a volte mi domando se ci sono delle parole dietro a quegli spigoli.
invece lei sorride e ride, è vestita di nero, si adatta al lugubre novembre, dice anche di essere stata malata a lungo a causa del clima italiano, invece colorata, seppure sola, era molto più bella.
di fatto bella è.
è un'artista.
è un'artista.
le sue foto, di narrazione della sua scelta di sottrazione dal mondo, sono incredibili, caravaggesche a tratti ma, devo dire, in certe inquadrature, mi ricorda perfino Vermeer.
luce e colore, ombra e armonia.
oggetti semplici, macchina da scrivere, vestiti arrotolati, cipolle e uova, scale a pioli.
e lei.
una prigione di libertà, un atto politico anche se all'inizio dice: la politica non mi riguarda.
scansa, o forse non lo sa, la riguarda eccome, il suo è stato un atto politico, Ulrike Meinhof ce lo diceva: "il privato è politica, l'educazione dei figli è politica, le relazioni umane sono politica perché mostrano se l'individuo è libero o oppresso, se può agire in modo consapevole o no, se può agire liberamente o no".
qualcuno, semplicemente stupido, in sala mette in dubbio la sua veridicità: ma come, a Gaza le ragazze sono libere e felici. qualcuno, ignorante, alza la voce e aggredisce. vuoi vedere che loro sanno, noi sappiamo, e chi invece è nato e cresciuto a Gaza non sa? arroganza senza limiti, lei per un attimo si confonde, poi riprende, ha la sua narrazione da fare, oltre la stupidità umana. qualcuno, il giornalista inviato del Corriere in Israele, ricorda a questi geni che nei loro begli alberghi ci sono i privilegi, che il mondo visto dalla reception di lusso non è come quello delle strade della striscia di terra più sanguinaria e sanguinante della storia, turismo imbecille pieno di boria, di soldi, di supponenza.
Nidaa sa, sa quel che è lei, e le sue foto sono una testimonianza preziosa di una solitudine coraggiosa.









Gaza, la stanza chiusa
Gli autoritratti di Nidaa Badwan
di Davide Frattini
Il 19 novembre del 2013 Nidaa Badwan ha chiuso la porta della camera e non è più uscita per quattordici mesi. Il giorno prima i miliziani di Hamas l’avevano fermata mentre aiutava un gruppo di giovani a preparare una mostra.
«Perché porti quei pantaloni larghi? Devi indossare il velo non quello cappello colorato di lana. Sei strana, chi sei?».
«Un’artista».
«Che vuol dire? Che cos’é un’artista e soprattutto che cos’é un’artista donna?».
La stanza dell’isolamento, della prigionia autoimposta, è piccola nove metri quadrati, una sola finestra, una lampadina appesa ai fili elettrici. Le pareti sono colorate: adesso una è blu-verde oceano, quella di fronte coperta con un arcobaleno di cartoni per le uova. Cambiano come cambia l’ispirazione di Nidaa e soprattutto la luce naturale. «A volte devo aspettare ore per trovare i contrasti che sto immaginando», racconta. A quel punto lo sfondo è già allestito: strumenti musicali (un oud, una chitarra rotta), una vecchia macchina per scrivere, una cucitrice, gomitoli di lana, una scala di legno da imbianchino. Nidaa indossa il costume, risistema l’inquadratura e scatta: autoritratti dove il volto quasi non si riconosce, composizioni che a Marion Slitine, specialista francese di arte contemporanea palestinese, ricordano «le nature morte di Jean-Baptiste-Siméon Chardin, i chiaroscuri di Caravaggio, le scene teatralizzate di Jacques-Louis David». Per Nidaa sono le uniche scene che vuole vedere. Non ha lasciato la stanza neppure durante i cinquanta giorni di guerra tra Israele e Hamas l’estate scorsa. La famiglia è scappata da questo villaggio nella parte centrale della Striscia e si è rifugiata verso la città di Gaza. La ragazza, 28 anni, è rimasta sotto i bombardamenti. L’opera realizzata in quelle settimane la mostra mentre si rovescia in testa un secchio pieno d’acqua e vernice rossa, un macabro «ice bucket challenge» per raccontare il sangue attorno a sé. «Questo spazio — dice mentre accarezza la macchina fotografica — mi ha dato la libertà che fuori non potevo trovare. Libertà dal grigiore e dalla bruttezza di Gaza, dall’assedio israeliano, dalle imposizioni degli uomini di Hamas». La prima foto che ha scattato sembra rivolta a loro: imbraccia l’oud e impone con il dito di piantarla a un gallo combattivo. La seconda ringrazia la madre che con il padre, i due fratelli, le tre sorelle non l’ha mai abbandonata: «Nei primi mesi di autoreclusione ho pensato di suicidarmi. La mamma ha cominciato a lasciare davanti alla porta, oltre al cibo, piccoli compiti: i pomodori da tagliare, un’insalata da preparare». Nell’inquadratura sbuccia le cipolle, piange. Alla fine di gennaio gli amici l’hanno convinta a uscire. Avrebbe dovuto partecipare all’inaugurazione della sua mostra «Cento giorni di solitudine», portata a Gerusalemme Est e in Cisgiordania dal Centro culturale francese. Gli israeliani non le hanno concesso il permesso di lasciare la Striscia, gli organizzatori hanno cercato di allestire un collegamento via Skype dalla sede a Gaza. Nidaa — nata ad Abu Dhabi dov’erano emigrati i genitori, tornati a Deir al-Balah nel 1996 — ha accettato: «È saltata l’elettricità, niente evento. Lo stesso problema a casa. Così uso la luce naturale: è più affidabile e non posso interrompere la relazione tra il sole e la mia stanza». Da allora ha lasciato la camera altre due volte. Quando è per strada adesso tira su il velo appena qualcuno si avvicina, porta gli occhiali scuri e tiene una mano davanti agli occhi: «Voglio guardarmi intorno il meno possibile per non rovinare le visioni che mi aspettano nella mia stanza».
(http://27esimaora.corriere.it/articolo/gaza-la-stanza-chiusagli-autoritratti-di-nidaa-badwan/)
fonte: https://nuovateoria.blogspot.it
Di Vittorio: tradito dalla CGIL e dal partito democratico!
In Italia è tornato lo schiavismo, senza tanto clamore. Basta fare un giro nel belpaese per rendersene conto. Addirittura nel Mezzogiorno, va anche peggio. Allora di quale progresso blaterano le autorità, gli accademici e i soloni adulterati della sinistra?
Nel secondo dopoguerra non operò soltanto per la ricostruzione economica, ma soprattutto etica e civile. La sua parola ancora oggi ha una valenza universale. Nei suoi messaggi apparsi sulle pagine del giornale “La Voce degli Italiani”, da lui fondato e diretto in Francia tra il 1937 ed il 1939, egli denunciò non solo le scelte guerrafondaie e razziste del fascismo e del nazismo, ma anche la grave crisi delle fabbriche e delle campagne d’Italia, occultata dalla retorica imperante del regime mussoliniano.
«Noi dobbiamo guardare più lontano. Attraverso questo lavoro dobbiamo giungere a modificare profondamente i mali, le condizioni sociali, civili, morali e umane di tutti i lavoratori italiani; dobbiamo distruggere la miseria, l’ignoranza, l’analfabetismo, la sporcizia; vogliamo che i lavoratori assurgano ad una più elevata dignità. Non vi può essere progresso della Nazione se non vi è progresso delle masse lavoratrici. Perciò non vi può essere progresso se permane l’ignoranza, se una gran massa di lavoratori è assillata dalla miseria, dal bisogno».
Nel suo primo intervento alla Costituente (terza sottocommissione) egli affermò:
«La Costituzione non è una legge che serve a soddisfare soltanto le esigenze immediate, ma segna invece una tappa che si proietta nell’avvenire e indica una prospettiva politica e storica di tutta la Nazione».
Com’è andata a finire? Nel 2007 Romano Prodi e Massimo D’Alema, pur senza un mandato parlamentare, hanno sottoscritto in Portogallo, il famigerato trattato di Lisbona, che in punta di diritto straccia appunto la Carta Costituzionale. Ecco perché oggi l’ineletto Renzi manda in onda la farsa del referendum e la finta opposizione si oppone a chiacchiere fritte. Insomma, il solito teatrino all’italiana, mentre l’Italia agonizza con rassegnazione.
riferimenti:
fonte: https://sulatestagiannilannes.blogspot.it
divi e "sessantottiini" per il SI
che tocca fare per restare nel giro
Referendum. Intellettuali italiani e nuovo regime: “uomo del Guicciardini” è immortale? Chi e perché sbandiera negli appelli l’entusiamo per il Sì
di Raul Mordenti
Niente emana di più l’odore acre di un nuovo regime quanto le firme un calce agli appelli per il sì raccolte fra intellettuali e uomini di spettacolo. Qual è la particolarità sgradevole di tali appelli? Essa consiste nel fatto che i dipendenti si schierano coraggiosamente a sostegno di propri padroni o – se si preferisce – datori di lavoro.
Ci sono anzitutto i “nominati” dal Governo alla guida delle cento e cento lucrosissime agenzie statali o parastatali, quelli degli enti di ricerca e delle concessioni, delle giurie e delle authorities, dei comitati e delle commissioni, delle consulenze dai doppi e tripli stipendi, i quali si schierano tutti eroicamente con il Governo che li ha nominati.
E ci sono poi i dipendenti in senso stretto, quelli a libro paga della Confindustria, dei “giornaloni”, delle Banche, dei Ministeri, delle Regioni e dei loro mille enti, dei Comuni, dei Consorzi, della Lega, dei Sindacati governativi, degli Enti, di Raiset, etc.
Ci sono infine i divi (o le mezze calzette), i “volti noti”, la schiera degli “invitati”, degli “esperti”, degli “ospiti”, il cui successo (cioè la cui esistenza mediatica) dipende totalmente dall’essere o no graditi a chi decide le partecipazioni, le recensioni, i festival, i cast dei film o delle serie televisive, la concessione dei premi e dei premietti.
Credo che si possa seriamente dubitare (e, ne sono certo, sarebbe facile verificarlo con qualche intervista cattiva) che la maggior parte di questi intellettuali abbia letto la “riforma” che invita a votare. Non importa: quello che importa è che tutti costoro, fantozzianamente, assicurino a chi comanda la loro obbedienza. No, francamente non è un bel vedere.
D’altra parte, a giustificazione parziale di queste schiene curvate, occorre dire che Renzi si vanta di “non fare prigionieri”, chi non è con lui è contro di lui (come diceva un caporale immortalato da Brecht) e i licenziamenti sono pronti così come le immotivate promozioni: le vicende della Rai, i trattamenti speculari riservati alla Bignardi e alla Berlinguer, dovevano servire non tanto a colpirne uno quanto ad ammonirne cento. E sono serviti. Si spiega così un altro fenomeno relativamente nuovo (almeno dalla caduta del fascismo a oggi): quelli che hanno paura a pronunciarsi in pubblico, a dire francamente che sono per il No e si rifugiano nel “ci devo pensare” (citarne i nomi farebbe troppa tristezza, ma li abbiamo visti e sentiti tutti). Bisogna compatirli: tengono famiglia.
Ciò che tiene insieme questa corte non è più l’adesione a un partito (come qualcuno ancora crede) e non è nemmeno solamente l’adesione a una loggia: è invece ciò che si chiama “il giro”, è fare parte di uno di quei “giri” di conoscenze, rapporti, servitù dai quali – nella miserabile organizzazione della cultura del nostro Paese – dipende il successo degli intellettuali.
D’altra parte è da sempre particolarmente gradito al padrone esibire i convertiti, come nei cortei trionfali degli imperatori si esibivano i capi delle rivolte con le catene della schiavitù al collo: un ex-comunista pentito, così come in passato un rabbino convertito, vale cento punti. Oggi un Benigni che dopo essersi commosso (e averci commosso) nelle piazze di mezza Italia per la “Costituzione più bella del mondo” invita a rottamarla, si merita di essere esibito addirittura a cena dal padrone, beninteso dopo essere stato rivestito bene e con cravatta d’ordinanza. E forse ora capiamo meglio come mai nel suo film La vita è bella il campo di Auschwitz fosse liberato da una jeep americana e non dai soldati sovietici come in effetti è avvenuto.
Al corteo degli schiavi contenti di essere esibiti non sono mancati alcuni sciagurati che hanno presentato se stessi come “ex ’68”. Non conta qui dire che il sottoscritto conosce solo un paio di quei nomi, e si tratta di solito di persone già da decenni acquistate da Berlusconi. Quello che conta è che mai, neppure nelle situazioni politiche più aspre, mai a nessun militante del ’68 è saltato in mente di vendersi come “reduce”: troppo forte è sempre stata in tutti noi la decisione di non riprodurre altri “reducismi” del passato che non ci erano piaciuti affatto. A questi obbedienti invece, dopo aver venduto tutte le loro parti vendibili, non è restato altro che vendersi pure le lotte nostre, le lotte di un ciclo e di una generazione. Ma queste lotte – con ogni evidenza – sono state e sono l’esatto contrario del progetto piduista di liquidazione della Costituzione che oggi ripropone Renzi.
Il fatto è che oggi – come non mai – abbiamo di fronte il potere italiano in quanto tale. Bisogna riconoscere questo merito al massoncello di Rignano d’Arno: aver ricomposto il fronte dei poteri italiani come forse mai era accaduto in passato: dalla Confindustria alla Banca, dai sindacati governativi alla Federconsorzi, dall’ambasciatore USA ai palazzinari, da Marchionne agli onnipotenti di Bruxelles.
E i rapporti degli intellettuali italiani con il potere hanno una loro storia, antica e non gloriosa, che oggi si riproduce.
Il grande storico e critico della letteratura Francesco De Sanctis, ricercando all’indomani del Risorgimento i vizi atavici che avevano permesso i secoli della servitù e della “corruttela italiana”, descrive in un passo celebre “l’uomo del Guicciardini”. Guicciardini aveva scritto nei suoi (splendidi) Ricordi la seguente agghiacciante descrizione del proprio comportamento: “Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie de’ preti: (…) Nondimeno el grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro;”(Ricordi, 28).
De Sanctis commenta: “L’uomo del Guicciardini ‘vivit, imo in Senatum venit’ (“è vivo, anzi viene in Senato”), e lo incontri ad ogni passo. E quest’uomo fatale c’impedisce la via…”, e ancora: “Il dio del Guicciardini è il suo particolare”.
Anche il dio dei nostri intellettuali che dicono sì è il loro m“particulare”, e il 4 dicembre occorre votare no anche contro costoro.
fonte http://popoffquotidiano.it/2016/11/28/divi-e-sessantottini-per-il-si-che-tocca-fare-per-restare-nel-giro/
fonte: https://alfredodecclesia.blogspot.it
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