martedì 6 gennaio 2015

maestri pagati con buoni pasto: la Francia sta per fallire

«C’è una realtà fittizia, quella dei desideri, il bel sogno. E poi c’è la triste realtà dei fatti, quella che la stragrande maggioranza delle persone non vuole vedere». Secondo Charles Sannat, il fallimento tecnico della Francia, anch’essa prostrata dal regime dell’euro, è più vicino di quanto non si creda: le casse dello Stato sono vuote. «La questione non è più sapere se lo Stato farà o non farà fallimento, ma quando sarà obbligato a riconoscerlo e quali saranno le modalità con cui rinegozierà il debito». Per Sannat «non succederà fra vent’anni, né tanto meno oggi, ma più verosimilmente nel 2015, quando probabilmente non riusciremo a far fronte al budget per il 2016» Tutto questo, aggiunge l’analista, avviene nella quasi-indifferenza generale. Lo definisce “accecamento volontario”: «Pensare che la Francia stia per fallire è talmente spaventoso che preferiamo chiudere gli occhi e fare come gli struzzi». E poi c’è il conformismo del gruppo: «Vogliamo assomigliarci tutti quanti per sentirci accettati», quindi «il nostro pensiero sarà sempre il pensiero comune del gruppo», quello che riteniamo accettabile. «È attraverso questo meccanismo che si spiegano il “consenso”, il “pensiero unico” o, ancora, le proposte tranquillizzanti che ci somministrano».
Tenendo conto di questa dimensione psicologica, aggiunge Sannat in un post tradotto da “Come Don Chisciotte”, si ottiene «una schiacciante maggioranza di persone che “creano” il consenso e che, per non dover guardare la fredda e mostruosa realtà, Charles Sannatsi accecano volontariamente e sviluppano un pensiero unico sterilizzante, che difenderanno con le unghie». E chi dice come stanno realmente le cose «diventa il nemico del gruppo, e il gruppo cercherà di eliminarlo: il suo messaggio non deve essere ascoltato». Secondo l’analista, gli indizi del collasso imminente sono già sotto i nostri occhi. E continuare a non volerli vedere significherà solo provare più sofferenza al momento dell’impatto definitivo con la realtà, nonostante la camomilla mediatica del mainstream, l’informazione «superficiale e senza analisi», che mescola «gossip ed economia in un mondo in cui tutto si eguaglia e non c’è più una gerarchia di rilevanze». Lo conferma Joëlle, maestra senza salario che tira avanti con i buoni alimentari. Segnala l’agitazione degli insegnanti della scuola superiore per il corpo docente. «Cosa chiedono? Una revisione della loro formazione, mal concepita, ma anche il saldo dei salari di alcuni colleghi che dall’inizio dell’anno scolastico non sono ancora stati pagati».
Ufficialmente, è sempre colpa dei “sistemi informatici” o dei ritardi amministrativi, ma la realtà – secondo “Le Parisienne” – è che «non c’è più denaro nelle casse, così ai giovani maestri si rifilano buoni pasto». Non ci sono più soldi, e «il fallimento è alle porte», avverte “Économie Matin”, secondo cui il sistema delle pensioni integrative «rischia la bancarotta nel 2017-2018». Intanto, stanno già per essere tagliate addirittura del 30% le pensioni complementari dei funzionari. Secondo “France Info”, una brutta sorpresa aspetta i 110.000 dirigenti pubblici a riposo, che si vedranno ridurre di un terzo la loro pensione. Ancora dubbi? «Non c’è più trippa per gatti», scrive “France Transactions”: «Fine della storia, siamo al capolinea già adesso». Dagli statali alla difesa: «Dato che non abbiamo più il becco di un quattrino – scrive Sannat – l’esercito rivenderà il proprio equipaggiamento a società private». Emmanuel Macron è favorevole, Michel Sapin contrario, e Hollande ha dato ragione al primo. «In questo modo, l’esercito percepirà subito qualche miliardo dalla vendita, cosa che permetterà di chiudere un buco di Gendarmerieoltre 2 miliardi di euro nel budget della difesa». Dopodiché, le forze armate pagheranno un “affitto” per l’uso di quello stesso materiale. «Risultato: l’anno prossimo bisognerà trovare qualcos’altro per far quadrare i conti», secondo “Les Échosos”.
Una “catastrofe annunciata”, addirittura, attende le forze dell’ordine, polizia e Gendarmerie. Mentre «diverse migliaia di poliziotti hanno sfilato a Parigi per denunciare le loro condizioni di lavoro e il malessere che regna nella polizia, iniziativa quanto mai rara per questa categoria», un articolo di “Le Figaro” rivela che «le auto delle forze dell’ordine sono alla frutta e che non c’è più denaro per comprarne altre», anche se lo Stato continua a foraggiare la Renault per l’acquisto di «inutili» veicoli elettrici. Sono solo alcuni esempi, osserva Sannat. E se Parigi è senza soldi, significa una sola cosa: le tasse aumenteranno ancora. «Per sopravvivere, lo Stato andrà fino in fondo nella sua logica mortale». Incapace di riforme da oltre 50 anni, ancora poggiato sull’eredità dei “Trente Glorieuses”, il trentennio del boom economico (1945-1973) che ormai non è che un vago ricordo, l’amministrazione è «sotto pressione per l’ingresso di centinaia di migliaia di nuovi pensionamenti l’anno, per i quali almeno 12 mesi prima deve essere in grado di versare loro la prima pensione». Senza più moneta sovrana diventa insostenibile «il peso di decenni di debito accumulato». I francesi sono «soffocati da una fiscalità sempre più dura, fino a uccidere ogni attività economica». Conclude Sannat: «Con la perdita della nostra sovranità monetaria e di spesa, la Francia è di fatto condannata al fallimento finanziario, peraltro già cominciato sotto i nostri occhi».

fonte: www.libreidee.org

lunedì 5 gennaio 2015

ciao Pino



NAPULE E'

Friaul, il nazi-Stato dei Cosacchi a insaputa dei friulani

Il Friuli si sarebbe chiamato Pfufferstaats Friaul, uno Stato-cuscinetto inserito nella “Grande Austria” per contribuire a isolare l’Unione Sovietica. A insaputa dei friulani, durante la Seconda Guerra Mondiale i nazisti spedirono 40.000 cosacchi tra i monti della Carnia: sarebbero stati il nerbo della nuova ipotetica nazione de-italianizzata, come ricorda Gaetano Dato rievocando l’epopea friulana dei cavalieri russi anti-sovietici. «Erano soldati e profughi arrivati in Friuli dal Don, dal Kuban, dall’Astrakahn, dalla Siberia, dal Caucaso e da tutte le altre terre cosacche. In rotta, insieme all’armata hitleriana, nel maggio del ‘45. «Oltre Timau, quando la salita verso il Plöckenpass comincia a stringersi e a fare tornanti sempre più stretti, i cadaveri dei cavalli, e pure di qualche cammello, punteggiavano la scarpata». Sul lago di Wörth, in Austria, speravano di ricevere un ordine che avrebbe potuto dar loro un nuovo incarico a guerra finita. «Ma innanzitutto dovevano sopravvivere agli agguati dei partigiani e comunque dovevano incontrarsi prima dell’arrivo degli inglesi, sempre che questi ultimi avessero preceduto gli jugoslavi in Carinzia».
Il 7 maggio del ‘45, al castello di Hornstein, luogo dell’appuntamento, il “leiter” Franz Hradetzky parlò per l’ultima volta del Pfufferstaats Friaul, lo Stato che, se l’Asse avesse vinto la guerra, avrebbe dovuto proteggere i confini sud-occidentali dell’ex Cosacchiimpero asburgico. La disposizione, ricorda Dato sul blog di Aldo Giannuli, era arrivata da Himmler. Dopo l’8 settembre del ‘43 e la costituzione del protettorato dell’Ozak (litorale adriatico), il capo delle SS aveva affidato a Hradetzky e ai suoi propagandisti del “Kommando Adria” un’operazione speciale: ridestare i «sentimenti nazionali nel popolo friulano», come premessa per l’istituzione del Friaul. Stretti i contatti tra le curie del Litorale e i funzionari agli ordini del comando nazista, decisivi per i rapporti coi sarcedoti sloveni e l’arruolamento forzoso della popolazione per costruire opere pubbliche per la difesa terrestre e antiaerea. Inoltre, «alcuni settori della Chiesa vedevano di buon occhio il progetto della Grande Austria», dopo che l’Armata Rossa «aveva ripreso controllo del mondo ortodosso e i soldati di Stalin e di Tito dilagavano negli Stati cattolici dell’Europa orientale e balcanica».
Il principe arcivescovo di Salisburgo, Andreas Rohracher, insieme ad altri esponenti del Vaticano come Alois Hudal, tentò una disperata mediazione nell’aprile del ‘45, fra nazisti austriaci e servizi segreti inglesi e americani: «La Grande Austria – spiega Gaetano Dato – doveva comprendere anche la Slovenia, la Croazia, l’Ungheria e la Romania. Si trattava di un progetto con qualche saldatura col più vasto tentativo vaticano dell’Intermarium, una lega di Stati cattolici fra i mari Adriatico e Baltico capace di contenere il mondo sovietico». Vi guardavano con particolare attenzione il generale polacco Wladyslaw Anders e i suoi 100.000 soldati sparsi per l’Italia, in attesa di rientrare in patria e vendicare il massacro sovietico di Katyn. Naturalmente, né la Grande Austria né l’Intermarium poterono mai realizzarsi: «Il 1945 non era un tempo di restaurazioni. Il dominio Himmlerdell’Europa era finito e il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Usa e Urss avevano già spartito il pianeta in sfere di influenza, e al massimo potevano lasciare agli inglesi la patata bollente della guerriglia greca», guidata dal comunista Markos Vafiadis.
Gli americani, continua Dato, si erano inoltre presi la briga, coi britannici, di sostenere ustaša e cetnici, per tenere sulle spine Tito in Jugoslavia, ma forse solo perché erano a loro volta rimasti impantanati a Trieste per via del Territorio Libero. «Ma questo era tutto. Non c’era spazio per il terzaforzismo cattolico, che riuscì soltanto a mettere in salvo alcuni capi e gerarchi nazifascisti». L’offerta che Hradetzky aveva pensato di fare ai sopravvissuti del “Kommando Adria”, al momento dell’incontro in quel 7 maggio, non si era dunque ancora concretizzata nei modi opportuni. «La speranza era che in tempi brevissimi la mobilitazione per la nuova Grande Austria potesse salvare ciascuno dalla prigionia. Nulla di più sbagliato. Poco tempo dopo, lo stesso “leiter” dei corrispondenti di guerra fu arrestato dagli jugoslavi, e processato a Lubiana», insieme a molti altri responsabili dell’Ozak. Tuttavia scampò alla pena capitale e, dopo 16 anni di lavori forzati, riuscì a tornare in Austria: «Così, le sue testimonianze a Pier Arrigo Carrier negli anni Settanta hanno riportato alla luce la breve storia dei tentati preparativi per la costituzione del Friaul», in quella “Grande Austria” che nei sogni del “partito degli austriaci” avrebbe dovuto prendere il sopravvento sui tedeschi del nord, assorbendo anche la Boemia e persino la Baviera.
Sarebbero state concesse ampie autonomie a croati e sloveni, attraverso la costituzione di Stati autonomi, ma federati al Reich. Agli sloveni in particolare sarebbe stata tolta la regione della Stiria slovena, da germanizzarsi completamente, e sarebbe stato ricostituito il ducato di Carniola, che era tramontato con la fine degli Asburgo. Il Pfufferstaats Friaul sarebbe stato un altro degli Stati autonomi federati, uno Stato cuscinetto con lo scopo di isolare ogni possibile “infezione” dal lato italiano, specialmente in direzione delle terre giuliane, dalmate e del Quarnero, in cui il sentimento irredentista aveva una certa presa. A tale scopo il Pfufferstaats Friaul avrebbe tagliato ogni continuità territoriale tra queste aree e la penisola italiana. Il “ribaltone” italiano dell’8 settembre 1943 aveva spinto Himmler a includere il Friuli nei piani di ingegneria etnica che avrebbero dovuto rettificare l’Europa del Nuovo Ordine. In Friuli, per l’Ozak, gli italiani erano «una minoranza», cioè appena 100.000 su una Cosacchi in armipopolazione di 700.000 persone, di cui 200.000 «sloveni» e il resto, la maggioranza, erano friulani, «appartenenti al gruppo retoromanzo», lo stesso che abita «i Grigioni in Svizzera» e che in Tirolo «costituisce il gruppo dei Ladini».
Era dunque opportuno agire per tempo e far sorgere la voglia di indipendenza ai friulani ben prima della fine della guerra. Il capo delle SS contattò quindi Hradetzky nell’autunno del 1943. «Fu redatto un piano che prevedeva la forzata nazionalizzazione delle masse friulane, previa la distillazione delle loro tradizioni popolari, per essere loro riproposte attraverso mass media ed eventi pubblici». Un modello di nazionalizzazione congeniale ai nazisti, basato sul meccanismo della “invenzione della tradizione” secondo lo schema classico analizzato da Eric Hobsbawm. Così, Hradetzky mise in piedi un gruppo di studio sulle tradizioni popolari, in cerca di un “eroe nazionale” friulano. Ercole Carletti, segretario della Filologica Friulana, società culturale perseguitata dal fascismo, rifiutò di collaborare: la Filologica si ispirava a Graziadio Isaia Ascoli, linguista ebreo e patriota del Risorgimento che nella seconda metà dell’800 studiò estensivamente il friulano. I nazisti ripiegarono su Ermes Cavassori, giornalista de “Il Popolo del Friuli”, il quotidiano fascista di Udine, e su altri soggetti coinvolti dallo stesso Cavassori, a cominciare dallo zio, il maestro Luigi Garzoni.
Fabbricare una narrazione nazionale: sul fronte degli studiosi austriaci fu reclutato Karl Felix Wolff, già membro della commissione culturale dell’Alpenvorland, il protettorato che occupava il Trentino Alto Adige. Insieme ai suoi collaboratori, scrive Dato, Wolff aveva lavorato soprattutto a una raccolta di fiabe friulane, che però non giunse mai alla stampa, a causa del precipitare degli eventi. Alcuni dei “racconti friulani” fecero in tempo a uscire su “La Voce di Furlania”, periodico fondato da Cavassori e Garzoni. Temi prevalenti del giornale: tradizioni popolari, lotta all’internazionalità e inviti alla popolazione a collaborare con i tedeschi. Il titolo della testata dava anche il nome a una rivista teatrale messa in scena settimanalmente a Udine. Furono inoltre fondati oltre 40 gruppi corali, mentre altre associazioni provvedevano alla riscoperta delle tradizioni folcloristiche, a cominciare dagli abiti tradizionali. «Pare che, secondo Hradetzky, la popolazione avesse entusiasticamente aderito a queste iniziative, mostrando così un certo consenso nei confronti dell’amministrazione nazista. Naturalmente queste notizie venivano accolte con apprensione dal governo della Repubblica di Salò, ma ormai Mussolini e i fascisti non potevano fare molto per opporsi ai progetti di Berlino per il Nuovo Ordine». Ma l’operazione restava debole: «Fu impossibile riuscire a Padre Marco d'Avianoindividuare, nella storia friulana, dei precedenti storici la cui strumentalizzazione potesse veicolare la trasformazione di un movimento per il risveglio culturale, in un movimento indipendentista».
Dopo la fine del patriarcato di Aquileia, nel 1492, e la conseguente fine dell’indipendenza dell’area della ladinità, non esisteva alcun episodio in cui la popolazione locale avesse cercato di riacquistare una qualche precedente e mitizzata autonomia. I friulani, scrive Dato, erano sempre stati sottomessi, prima a Venezia prima e poi agli austriaci. Accolti solo nel 1866 nella giovane nazione italiana, «mai i friulani si erano interessati a una propria questione nazionale». Spiazzati, i nazisti, anche dall’assenza di un eroe “nazionale” friulano, l’equivalente di uno Skanderbeg per l’Albania. «Il massimo che riuscirono a recuperare fu la vicenda di Padre d’Aviano, diplomatico presso gli Absburgo e molto conosciuto per la sua lotta contro l’invasione turca». Ma il tutto «non andò oltre alla cerimonia di deposizione di una lapide ad Aviano». E il progetto di Himmler e Hradetzky, come molti altri, fu interrotto dalla guerra. «Rimane il dubbio su cosa pensassero al riguardo i cosacchi, che insieme ai caucasici, in 40.000 avevano occupato la Carnia nell’estate del 1944. “La Voce di Furlania” aveva parlato dei cosacchi solo una volta, per pubblicizzarne, manco a dirlo, uno spettacolo folcloristico, che pare stesse riscuotendo un grande successo in tutto il Kűnstenland».
Il progetto della Grande Austria, nei piani del Nuovo Ordine, andava integrato con quello di un cordone di sicurezza che avrebbe dovuto circondare e isolare la Russia. Hitler voleva promuovere una schiera di Stati sottomessi alla sovranità tedesca, grazie anche a un’attenta alchimia fra le varie minoranze, che un calcolato piano di deportazioni avrebbe messo in atto. I paesi coinvolti sarebbero stati Estonia, Lituania, Lettonia, Ucraina, la Nazione Tartara del bacino del Volga, una federazione di nazioni caucasiche, il Turkestan e infine uno Stato cosacco. Coinvolti da subito nell’invasione dell’Urss e pieni di speranze nel riuscire a vendicare le sconfitte della controrivoluzione del 1917-21, gli atamani cosacchi firmarono nel novembre del ‘43 un accordo col Reich che prevedeva una serie di garanzie. In primo luogo, l’affidamento di un vasto territorio da amministrare, I cosacchi in Carniaoltre a un ruolo di primo piano nel governo della Russia. Tuttavia nell’accordo era prevista l’eventualità che, se l’andamento della guerra avesse impedito anche temporaneamente la consegna dei territori al governo cosacco (provvisoriamente insediato a Berlino), al “popolo della steppa” sarebbe stata riservata una regione in Europa occidentale.
Nella primavera del 1944, poiché i partigiani friulani stavano rischiando di tagliare le comunicazioni fra i Balcani e il Reich, fu stabilito che quel territorio sarebbe stato proprio il Friuli. «Pertanto, nell’estate del 1944 un vasto contingente di soldati cosacchi, con le loro famiglie e i pope dalla lunga barba, si insediò a Tolmezzo e nel resto della Carnia». I tedeschi, ricorda Dato, presero a chiamare la zona “Kozakenland”, mentre per i nuovi arrivati la Carnia friulana era ormai “Cossackia”. Cominciarono persino a cambiare i nomi dei paesi e delle strade: Alesso, pressoché evacuato della sua popolazione autoctona, divenne Novočerkassk, come la città al cuore della controrivoluzione del Don, cosparsa di sangue dai massacri del 1920. «Ai friulani, intanto, non fu mai detto nulla di quell’accordo, che rimase a lungo segreto, anche se i cosacchi dicevano apertamente nei villaggi che quella terra era ormai diventata loro, almeno finché avessero potuto andarsene per tornare a invadere la Russia dei senzadio». Cosa sarebbe stato del Friuli, se avesse vinto l’Asse? «Forse – conclude Dato – sarebbe sorto un nuovo processo di etnogenesi, che avrebbe trasformato friulani e cosacchi in un nuovo popolo, in modo simile a quanto avvenuto in Europa con l’arrivo dei guerrieri della steppa nella tarda antichità. E del resto così li vedevano i friulani: come Unni giunti da lontano sul dorso dei cavalli, con i colbacchi pelosi e il pugnale sempre in vista».

fonte: www.libreidee.org

giovedì 1 gennaio 2015

pietà Rondanini



La Pietà Rondanini è una scultura marmorea (h. 195 cm) di Michelangelo Buonarroti, scolpita nel 1552-1553 (prima versione) e rilavorata dal 1555 circa al 1564; oggi è conservata nel Castello Sforzesco a Milano. Si tratta dell'ultima opera dell'autore che secondo le fonti vi lavorò fino a pochi giorni prima di morire.

Storia

Negli ultimi anni della sua vita Michelangelo si era dedicato alla scultura solo occasionalmente e per scopi quasi esclusivamente personali. In particolare, stando a quanto riportano i suoi biografi Condivi e Vasari, era desiderio dell'artista completare una Pietà da collocare sulla sua sepoltura, che in un primo momento venne pensata in Santa Maria Maggiore a Roma e, forse, in seguito ripensata a Firenze. L'artista provò a scolpire, verso il 1550, una Pietà detta "Bandini" che si ruppe per un'imperfezione del marmo quando era in uno stadio già avanzato, provocando la sua ira, tanto che cercò di distruggerla a martellate, lasciandola poi abbandonata.

Prima versione

L'avvio di una nuova Pietà viene fatto risalire agli anni immediatamente successivi, verso il 1552-1553, quando l'artista scolpì un gruppo che probabilmente comprendeva la sola vergine Maria che sostiene, da dietro, il figlio reggendolo da sotto le ascelle. Una copia di questa versione venne indicata, da Charles de Tolnay, nella Pietà degli angeli di Federico Zuccari (su un modello anteriore di Taddeo Zuccari) alla Galleria Borghese, ma esiste anche un foglio con schizzi (Oxford, Christ Church College), che testimonia degli studi dagli esiti assai diversi dalla versione oggi conosciuta.

Seconda versione

Tempo dopo, dal 1554 circa, Michelangelo elaborò infatti una nuova versione, rimettendo in discussione l'intera statua: dal corpo di Maria ricavò una nuova figura di Cristo (della figura precedente mantenne solo le gambe piegate), mentre dalla spalla sinistra e dal petto del vecchio corpo di Cristo trovò lo spazio per ricavare un nuovo corpo per Maria.

A questa Pietà lavorò fino a pochi giorni prima di morire, come testimoniano due lettere di Daniele da Volterra scritte rispettivamente a Giorgio Vasari e a Leonardo Buonarroti. L'opera venne infatti rinvenuta nello studio di Michelangelo dopo la sua morte e inventariata così: "Statua principiata per un Cristo et un'altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non finite".

Vicende successive

Nel 1652 l'opera si trovava in una bottega romana, dove venne vista dall'Ottonelli e da Pietro da Cortona. Nel 1744 fu acquistata dai marchesi Rondanini, da cui il nome attuale, che la collocarono in una nicchia della biblioteca di palazzo Rondanini a Roma in via del Corso. Il palazzo nel 1904 fu acquistato dal conte Roberto Vimercati-Sanseverino e l'opera, rimasta nell'edificio (l'allora Ministero della Pubblica Istruzione rinunciò per iscritto al diritto di prelazione), fu collocata su una base costituita da un'ara funeraria romana di epoca traianea, raffigurante i coniugi Marco Antonio e Giulia Filumena Asclepiade, sulla quale si trova tuttora. Tra la base e il gruppo marmoreo di Michelangelo non vi sono perni di posizionamento, ma solo alcune sottili lamelle di piombo poste ai lati della base per migliorare la stabilità del gruppo. Alla morte del conte, la Pietà fu spostata dagli eredi in una villa romana di loro proprietà, dove era possibile visitarla. Nel 1952 fu acquistata dal Comune di Milano, che la destinò alle Raccolte Civiche del Castello Sforzesco.

Nel 2004 è stato portato a termine un minuzioso intervento conservativo, destinato alla rimozione delle diverse sostanze (vernici, stucchi, malte) che avevano macchiato la pietra e della patina giallo-bruna che rivestiva sia il piedistallo che l'opera. Nel corso di questo intervento sono state inoltre effettuate delle verifiche per accertare l'appartenenza del cosiddetto Frammento Borghese allo stesso blocco di pietra. Questo frammento, ritrovato a Roma negli anni cinquanta del novecento, rappresenta una testa di Cristo. Bruno Mantura, sovrintendente alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma, in un saggio pubblicato nel 1973 lo aveva attribuito a Michelangelo, ritenendo che si trattasse della testa di Cristo della prima versione della Pietà. In occasione del termine dei lavori di restauro le due opere sono state esposte insieme, ma le indagini condotte sul marmo hanno permesso di escludere l'appartenenza del frammento allo stesso blocco della Pietà Rondanini.

Descrizione e stile

La nuova composizione in verticale fu altamente innovativa e dimostrò le capacità inventive dell'artista ormai ottantenne.

Nel gruppo si alternano parti condotte a termine, riferibili alla prima stesura, e parti non finite, legate ai ripensamenti della seconda versione mai compiuta. Le parti condotte a termine sono un braccio destro di Cristo, staccato dal resto del corpo e rotto a un'altezza poco sopra il gomito, le gambe del Redentore e tracce di un diverso orientamento del volto della Vergine. Le parti relative alla nuova elaborazione sono invece il nuovo volto e il corpo della Vergine, il torso magrissimo e la testa di Cristo. Tutta l'attenzione dell'artista è concentrata sul rapporto tra madre e figlio morto. Il torso del Salvatore, leggermente piegato in avanti, è schiacciato contro il corpo della Vergine quasi a formare un toccante tutt'uno, con una grande tensione emotiva. A questo proposito ha scritto Luigi Serenthà: un «movimento inarrestabile del corpo del Cristo morto dentro il corpo della Madre, [...] genialmente fusi nel sublime non finito». Maria infatti non sembra più reggere il figlio, ma i due sembrano piuttosto unirsi in un abbraccio che comunque non riesce a trattenere il corpo di Cristo, il quale sembra scivolare via inerme, come rivela la progressiva e inevitabile piega delle gambe. La stessa Maria mostra una figura aerea e senza peso, che non si sforza di trattenere il corpo del figlio.

Se guardata di lato, la statua appare curva in avanti; questa curvatura dà un senso di slancio verso l'alto come forse è dato intendere da un episodio come la morte di Cristo prossimo alla Resurrezione.

fonte: Wikipedia

mercoledì 31 dicembre 2014

alla mia nazione


di Pier Paolo Pasolini


Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, 1961

 À ma nation
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Ni peuple arabe, ni peuple balkanique, ni peuple antique, mais nation vivante, nation européenne :
quʼes-tu ? Terre de nouveaux-nés, affamés, corrompus, gouvernants employés de propriétaires fonciers, préfets réactionnaires, avocaillons, gras de brillantine et puant des pieds,
fonctionnaires libéraux charognes comme leurs oncles bigots, une caserne, un séminaire, une plage libre, un bordel!
Des millions de petits-bourgeois comme des millions de porcs paissent en se bousculant au pied des petits immeubles indemnes,
entre les maisons coloniales délabrées désormais comme des églises. Cʼest justement parce que tu as existé, que maintenant tu nʼexistes pas,
Cʼest parce que tu fus consciente, que tu es inconsciente. Ce nʼest que parce que tu es catholique que tu ne peux penser
que ton mal est tout le mal: faute de tout mal.
Sombre dans cette mer radieuse qui est la tienne, libère le monde.

Nel contributo audio la voce di Vittorio Gassman


fonte: sulatestagiannilanns.blogspot.it

ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce

Canzonette mortali 

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient'altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d'essere tanto amata o per dolcezza
d'avermi amato
farai finta lo stesso di godere.


Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l'amore.


Un giorno o l'altro ti lascio, un giorno
dopo l'altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m'incanto…


Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c'è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per I tuoi capelli.


Meglio che tu non sappia
con che preghiere m'addormento, quali
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un'altra volta
dall'avido sonno indovino.


Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l'ultima sventura.


Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.


Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.


Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.


Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

Giovanni Raboni
1982-1983

dicevano, quella volta, di una struttura poetica sinfonica, a proposito di Giovanni Raboni.
io vedo che c'è una struttura che si assottiglia, a mano a mano che la poesia procede le strofe possiedono un numero progressivamente ridotto di versi. si parte da dieci e si arriva ad un singolo verso.
è il tempo che passa, è la vita che scorre, è il poeta che si sente morire, è la parola che abbisogna di minor spazio,  prevale il silenzio, domina la luce, è il singolo verso che dice tutto: dormi, sogni, ti guardo. 

fonte: nuovateoria.blogspot.it