sabato 18 ottobre 2014

la guerra che nessuno voleva, proprio come nel 1914

Un secolo è trascorso dalla Prima Guerra Mondiale, quella che alcuni definiscono la Grande Guerra e ancora pochi qualificano come dovrebbe: il grande massacro dei popoli europei. Per il grande storico Eric Hobsbawn è stata l’inizio del Secolo Breve. Per noi è stata la fine della Belle Epoqe, cioè della prima grande globalizzazione capitalista del pianeta che si concluse proprio con la guerra mondiale del 1914-18. Eppure, anche alla luce della retorica che imperversa in Europa, è difficile guardare alla Prima Guera Mondiale solo come passato, come fatto storico. La realtà di oggi ci consegna innumerevoli segnali che confermano che, se è vero che la storia non si ripete, “a volte fa rima”, come scrisse Mark Twain. La Prima Guerra Mondiale, in Europa, fu scatenata quasi per sbaglio da imperi e potenze riluttanti a scannarsi fra loro. Avrebbero preferito che si combattesse solo nelle colonie, lontano dai confini o dalle città europee ma la pallina sul piano inclinato prese la corsa e non si fermò più fino a quando non cominciarono le cannonate sui confini europei.
Eppure il XX Secolo era cominciato alla grande per le maggiori potenze imperialiste dell’epoca. Tutte insieme (praticamente le stesse che Gian Maria Volontè in "Uomini contro", di Francesco Rosicompongono oggi il G8, escluso il Canada) mandarono i loro soldati a reprimere la rivolta dei Boxer in Cina nel 1900. Stati Uniti, Gran Bretagna, FranciaGermania, Russia, Italia e Giappone si spartirono le spoglie della Cina alle prese con il declino dell’impero. Porti, concessioni commerciali, ferrovie, terre arricchirono il bottino dei grandi gruppi capitalisti europei e statunitensi che vivevano con euforia la fase di sviluppo imperialista. Il mercati mondiali erano a loro completa disposizione attraverso le colonie, i protettorati, le “concessioni per 99 anni” di snodi commerciali e geografici strategici.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento la corsa alle colonie era stata impetuosa. Oltre all’espansione delle colonie di Francia e Gran Bretagna in Africa e Asia, perfino un piccolo paese come il Belgio si era pappato come colonia un gigantesco paese africano ricco di miniere come il Congo. La Spagna aveva messo le mani sul Marocco spartendoselo con la Francia. E l’Italietta si era fatta avanti nel Corno d’Africa e poi in Libia, prendendosi le colonie che alimentarono la mistificazione dell’Impero. In Asia i britannici spodestavano definitivamente gli olandesi, mentre la Russia zarista e il Giappone, potenza emergente, già nel 1905 si scannarono per prendersi la Corea. Ma in Africa i britannici prima si erano presi le terre sudafricane dei coloni olandesi (i Boeri) e poi avevano cominciato a contrastare l’invadenza delle colonie tedesche. Il Kaiser la vedeva lunga e nella famosa ferrovia che doveva portare da Baghdad all’Arabia Saudita, l’imperialismo tedesco si proiettava in Medio Oriente attraverso quello che – all’epoca – era l’indicatore dello sviluppo capitalistico: i chilometri di ferrovie.
La Belle Epoqe vedeva le Borse crescere, i profitti aumentare e il capitale finanziario prendere solidamente nelle proprie mani il controllo su quello legato all’industria e all’agricoltura. Le colonie fornivano materie prime a prezzi stracciati e, ospitando gli investimenti occidentali, consentivano a loro volta una valorizzazione dei capitali investiti con ritorni stellari. Ma la Belle Epoqe della prima globalizzazione capitalista del mondo a un certo punto è finita, ha dovuto fare i conti con la crisi e il crollo della valorizzazione dei capitali investiti, e il piano inclinato che ha portato alla guerra ha visto la pallina cominciare a muoversi, prima lentamente poi più velocemente. Come è noto le maggiori potenze imperialiste non volevano combattersi apertamente. Nella peggiore delle ipotesi concordavano nello spartirsi le L'attentato di Sarajevospoglie del declinante impero ottomano in Medio Oriente o nel ridefinire i confini sulle loro colonie africane.
Le loro economie erano integrate. I magnati francesi, tedeschi, inglesi, austriaci e russi commerciavano, collaboravano o competevano dentro il “libero mercato”. Le dinastie che reggevano monarchie e imperi europei erano imparentate tra loro. Si incontravano ai matrimoni e agli anniversari e bevevano gli stessi champagne. L’accaparramento delle colonie e delle risorse avrebbe dovuto bastare a soddisfare gli appetiti di tutti. Ma gli avvenimenti presero una piega che nessuno voleva. L’attentato di Sarajevo da parte di un indipendentista serbo – Gavrilo Princip – contro il Granduca d’Austria Ferdinando non aveva di per sé la forza di un casus belli adeguato a scatenare una grande guerra totale. Eppure la rottura era lì a un passo. Le false e vere notizie sulle mobilitazioni di truppe sui confini europei dell’est e dell’ovest innescavano contromisure e contromanovre reciproche. I ministri furono via via sostituiti dai “tecnici” (in questo caso i militari). Le previsioni su costi e benefici passarono dalla lunghezza delle ferrovie o degli investimenti a quelli bellici.
Le alleanze tra le varie potenze cambiavano di geometria. L’Italia stava con Austria e Germania, ma nel 1915 entrò in guerra insieme a Francia e Gran Bretagna contro i suoi ex alleati. In un certo senso ebbe una grande responsabilità nello scoppio della guerra a causa dell’invasione della Libia nel 1911 a danno dell’impero ottomano. L’avventurismo e le scommesse sulle mancate o parziali reazioni a questa o quella provocazione – come l’invasione della Serbia da parte dell’Austria o l’invasione della Libia tre anni prima – alzarono la soglia della tensione e dei fatti compiuti dai quali diventava poi difficile recedere senza perdere faccia e prestigio. La posizione più difficile era quella dell’imperialismo maggiore ma avviato al declino: la Gran Bretagna.
La guerra che nessuno voleva fare cominciò ufficialmente nel 1914 e si concluse – di fatto – nel 1945. Il capitalismo arrivato alla sua fase suprema, l’imperialismo, non aveva trovato altra soluzione alla sua crisi iniziata con la fine della globalizzazione della Belle Epoqe ed esplosa con la Grande Crisi degli anni Trenta. Fu un evento scatenante dellastoria che ne innescò un altro, per noi di estrema importanza, la Rivoluzione d’Ottobre e la nascita del primo Stato socialista del mondo. Ma i dirigenti che resero possibile il socialismo non commisero affatto l’errore di schierarsi con l’una o l’altra Fanteria all'assaltopotenza in campo, anzi dichiararono apertamente “guerra alla guerra” denunciandone il carattere imperialista e la natura di grande massacro dei popoli.
Fin qui la storia. Ma questo scenario del passato è già domani. Gli apprendisti stregoni dell’imperialismo – statunitense ed europeo soprattutto – hanno nuovamente inclinato il piano già nei primissimi anni di questo XXI Secolo. Lo scenario di guerre, instabilità, provocazioni, escalation che dall’Ucraina al Medio Oriente all’Africa circonda l’Europa, è strettamente connesso alla crisi, alla fine della seconda globalizzazione capitalista del pianeta e alla ripresa della competizione globale tra poli imperialisti e nuove potenze capitaliste, declinanti o emergenti che siano. L’epoca delle facili guerre asimmetriche contro Stati immensamente più deboli sta finendo. Prima se ne prende coscienza, si avvia la mobilitazione per fermare la tendenza alla guerra e si mettono in campo alternative, meglio è.
(Sergio Cararo, “Le guerra degli imperi riluttanti”, da pubblicato da “Contropiano” il 17 settembre 2014, alla vigilia della conferenza organizzata a Roma dalla Rete dei Comunisti, con Giuseppe Aragno, Giorgio Gattei e Mauro Casadio, quest’ultimo coautore di “Clash. Scontro tra potenze”, scritto dieci anni fa insieme a James Petras e Luciano Vasapollo: un libro che ha anticipato di molto gli scenari che abbiamo oggi sotto gli occhi).

fonte: www.libreidee.org

la chiesa cattolica e l'omosessualità


di Antonio Bassi


Vista l'attenzione suscitata dalla recente "apertura" della chiesa ai diritti degli omosessuali, vorrei spendere due parole sull'argomento, verso cui nutro enorme interesse. Premetto che, in quanto credente (non praticante, come si suol dire), sostengo la famiglia e il matrimonio tradizionali uomo-donna in quanto le Scritture sono molto chiare a riguardo. Nonostante ciò, questa e' una scelta del tutto personale dettata dalla mia fede religiosa.

La Chiesa non e' un'organizzazione che deve prendere posizione sui diritti civili delle persone, poiché a questo ci pensa lo Stato. Dai a Cesare quello che e' di Cesare e a Dio quello che e' di Dio. La Chiesa deve necessariamente sostenere il matrimonio tradizionale uomo-donna, in quanto in caso contrario andrebbe espressamente contro le Scritture. Questa apertura della Chiesa ai diritti civili degli omosessuali e', in realtà', il preludio all'accettazione della perversione sessuale sodomitica in genere (inclusa quella eterosessuale), cioè allo sdoganamento del sesso libero e indiscriminato, in un mondo in cui la libertà sessuale e' ormai sancita come un dogma e sostenuta a spada tratta dalla società civile. La parola "omosessuale" e' legata alla pratica sessuale, non all'amore che una persona può provare per una dello stesso sesso. Dio non condanna una persona che ama un'altra dello stesso sesso, in quanto l'amore puro non e' legato al sesso; Dio condanna la sodomia e la perversione sessuale di qualsiasi genere. Che succede se una persona, che per motivi naturali o meno, capisce di essere attratta da persone dello stesso sesso? Che succede se questa persona crede in Dio e in Cristo e sceglie di amare il suo partner in modo puro e sincero, standogli vicino per il resto della sua vita e non praticando sesso, come del resto fanno anche molti eterosessuali? Dio condannerà questa persona o la salverà? La nostra piccola mente non può comprendere Dio, ma il nostro cuore può, in quanto Dio parla all'uomo che lo cerca. Quindi, il problema non sono le unioni e i matrimoni civili (in quanto il non credente e le società civili se ne infischiano della Chiesa e di Dio), ma la pratica sessuale sodomitica, la perversione, l'adulterio e la depravazione. Può un uomo, non praticando sesso sodomita e perverso, amare una persona dello stesso sesso? Non vedo perché no, visto che le Scritture stesse non condannano una tale eventualità. La Chiesa, non affrontando l'argomento in questi termini, rischia di sdoganare la sodomia e discrimina ancora di più' gli omosessuali come "diversi".

Una persona non sceglie consciamente di "diventare" omosessuale, si accorge semplicemente di esserlo. L'amore vero e puro non contempla il sesso, in quanto non ha bisogno di esso; e' la concupiscenza che porta l'uomo a praticarlo in modo indiscriminato e depravato. La Chiesa non può arrogarsi il diritto di "interpretare" le Scritture, semmai deve rendere chiari e accessibili a tutti gli insegnamenti in Esse riportati. Il passo dalla Prima Lettera ai Corinzi, illustra chiaramente come non si stia condannando l'amore di un uomo per un altro uomo o di una donna per un'altra donna, ma l'immoralità, l'adulterio, la depravazione e la sodomia (tutti atti legati alla sfera sessuale). Sodomita e' un uomo che giace con un uomo tanto quanto uno che giace con una donna allo stesso modo. Non si può condannare un omosessuale e non un eterosessuale sodomita sposato, di cui il mondo e' pieno. La Chiesa deve insegnare le Scritture a tutti, a prescindere dall'orientamento sessuale, non semplicemente "aprire" agli omosessuali, rimarcando quindi la loro "diversità'" e facendo passare il messaggio che il sesso sodomita e' "tollerato". Nessun uomo e' superiore o inferiore a nessuno e l'amore e' cosa ben diversa dell'attrazione sessuale, legata agli istinti materiali e biologici. Il problema e' il sesso, in tutti i casi, e quindi i comportamenti a cui esso ci porta se praticato in modo innaturale, perverso, animalesco e non dominato dallo spirito.

Un uomo che cerca e trova Dio, non avrà' bisogno del sesso fine a se' stesso, in quanto lo spirito non contempla la materia e viceversa. La spiritualità non può occupare lo stesso spazio assieme al materialismo, e viceversa. Quindi, invece di parlare di omosessualità e di diritti civili, la Chiesa farebbe bene ad insegnare agli uomini a cercare prima di tutto Dio. Il resto e' una conseguenza.

fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

mercoledì 15 ottobre 2014

brutte notizie dall'Italia



Dopo Genova c'è ancora chi avrà il coraggio di dire che le priorità del Belpaese sono le grandi opere e l’inutilissimo nonché costosissimo Tav-Terzo Valico che trasporterebbe milioni e milioni di tonnellate di merci, provenienti dalla Cina sino a Rotterdam, unitamente a passeggeri che vanno e vengono dal Tirreno al mare del Nord?

Di fronte alla nuova alluvione prevista, preannunciata silenziosamente e prevedibile ricordiamo che un anno di guerra in Afghanistan ci costa 600 milioni di euro. Quanti chilometri quadrati di territorio dello Stivale si sarebbero potuti mettere in sicurezza idrogeologica con questa incredibile quantità di denaro pubblico?

Sblocca Italia-sotto-il-fango. Via la TAV dai territori! Investire sulla tutela ambientale! Dalla Liguria e dal Piemonte ancora un segnale chiaro e tondo di politiche da invertire. 15-16 ottobre in piazza a Roma contro lo Sblocca Italia. Oltre 130 tra comitati, organizzazioni sociali, associazioni e reti territoriali e nazionali attive su estrazioni petrolifere, infrastrutture energetiche, grandi opere, acqua e servizi pubblici locali, gestione dei rifiuti, bonifiche, salute e ambiente, saranno in piazza a Roma per una due giorni di presidio sotto il parlamento durante la discussione in aula per la conversione in legge del decreto Sblocca-Italia.

Emergenza idrica a Novi Ligure e Pozzolo Formigaro per la piena dello Scrivia. Acqua torbida dai rubinetti, preallarme per l'inquinamento batterico. Coliformi totali e escherichiacoli a Grondona. Preoccupazioni a Serravalle Scrivia.  

Quello che i giornali non dicono: il Tav fa deragliare un Freccia Bianca. La frana provocata dal disboscamento di COCIV a Trasta per la realizzazione del cantiere del Terzo Valico, il cosiddetto cantiere “Galleria Campasso” in via Castel Morrone, ha bloccato un Freccia Bianca. La coltre di terra e detriti, staccatasi dal cantiere, è crollata su quattro vagoni del convoglio FrecciaBianca, ferendo incredibilmente solo il macchinista, causando il deragliamento del treno con la fuoriuscita dai binari di numerosi vagoni. Lottare contro il TAV- Terzo Valico vuol dire lottare contro tutto ciò che sta accadendo a Genova in questo ore, lottare contro i suoi responsabili e i suoi fautori. Ogni parola delle istituzioni e dei suoi burattini è pura menzogna.

Ritrovamento fusti occultati in area Fabbricazioni nucleari di Bosco Marengo. Da quanto tempo erano interrati? Quanti altri? Con quali contenuti? Perché Fabbricazioni Nucleari li aveva nascosti? Sono alcune domande a cui i responsabili, anche penalmente, di F.N., Sogin , tecnici e politici locali e provinciali dovrebbe essere chiamati a rispondere. C'è di più: non dimentichiamo il nostro ricorso al Consiglio di Stato contro il deposito nucleare in superficie, la nostra richiesta di piani di emergenza nucleare, la nostra proposta di indagine epidemiologica per lavoratori e abitanti.

L' annuncite di Renzi non risparmia neppure il nucleare. Il suo sottosegretario al ministero lavoro e politiche sociali, Luigi Bobba, ha annunciato che il governo individuerà finalmente la sede del deposito unico nazionale dove confluire tutti i rifiuti nucleari italiani, compresi ovviamente quelli sotto il capannone di Bosco Marengo in Piemonte e della Trisaia in Lucania. Chi ci crede alzi la mano.

“Illegali, inutili e criminali” sono le guerre cui l’Italia ha partecipato per conto USA & NATO. Ennesima guerra a partecipazione tricolore, questa volta contro il “califfato islamico”. 

Piemonte: 32.000 malati non autosufficienti in lista d’attesa. Per ottenere prestazioni sociosanitarie cui hanno pieno diritto. Una vera e propria emergenza.

L’Osservatorio morti sul lavoro di Bologna chiude per indifferenza. Impossibile avere una voce libera in Italia.

Miliardi di api stanno morendo - milioni di esemplari anche in Italia - e la nostra catena alimentare è a rischio, ma regna l'indifferenza generale.  

fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

domenica 12 ottobre 2014

quella serenità di trent'anni fa, quando non c'era paura

Fa un certo effetto pensare a 30 anni addietro. Perché di 30 addietro ho memoria storica personale e ricordi vividi. Quando leggo di serie storiche, di anni Cinquanta e Sessanta, posso solo studiarne i dati e immaginare. Ma il comunicato di Confcommercio della settimana scorsa non lascia scampo: «I redditi delle famiglie sono tornati indietro di 30 anni». Io quei tempi me li ricordo. Io c’ero. I redditi di mio padre e di mia madre me li ricordo eccome. E mi ricordo come vivevamo proprio dal punto di vista economico.  Giornalista mio padre, impiegata mia madre, io decenne e mio fratello poco più piccolo in casa e altri due figli di una vita precedente di mio padre che però non vivevano con noi. Il reddito di allora. Il reddito dei miei. Il nostro “tenore di vita” (economico) e quello etico e morale. E me: cosa facevo? Cosa consumavo? Cosa mi mancava? Impossibile non fare confronti con oggi. Oggi che siamo quarantenni noi come allora lo erano i nostri genitori.
Oggi, quasi all’indomani dell’apertura della scatola nera dei ricordi e degli oggetti svuotati dalla casa avita ormai disabitata per la morte dei miei e per la Alberto Sordinecessità ereditaria di doverla vendere. Giravano solo cari fantasmi ormai in quelle stanze e in quei corridoi, in quei disimpegni spariti dalle case moderne eppure così utili, così intimi, così indispensabili, così importanti. Fantasmi dei miei genitori e di me e mio fratello piccoli, di mia nonna, del nostro cane. E quei ricordi di come vivevamo allora di cui quasi sento ancora gli odori, i rumori, i ritmi e le consuetudini. Con il reddito dei miei di allora avevamo un appartamento a Roma, in un quartiere ancora vivibile, dove i negozianti ci conoscevano ad uno ad uno. Dove andavo “da Remo” ogni pomeriggio, tornando da scuola da solo, e prendevo un pezzo di pizza che poi mia madre passava a pagare. Dove ci portavano ancora il vino a casa con le damigiane e dove Taraddei, il pizzicarolo dietro l’angolo, un giorno mi accompagnò sin dietro la porta di casa, sul pianerottolo, per riconsegnarmi a mia madre dopo che mi ero acceso come un fiammifero strusciando sull’asfalto in seguito a una curva ardita sulla mia bicicletta rossa.
Ora i palazzi di quel quartiere hanno appartamenti con dei confortevoli affacci vista traffico, smog e rumore h24. Roba da cui scappare, dunque. Ma allora era diverso. Torniamo ai consumi e imponiamoci di non divagare oltre. Una famiglia, dunque, un appartamento al quale poi si sarebbe aggiunto un piccolo villino fuori Roma, sul Lago di Bracciano per trascorrervi i mesi estivi – i mesi estivi, non i quindici giorni comandati di oggi – una Renault 4 bianca che ho detestato fino al compimento dei 18 anni e poi invece adorata per tanti motivi… Ma soprattutto una cosa: la certezza, nei miei genitori e dunque fatalmente trasferita inconsciamente anche a noi figli, di una vita serena. Limitata all’interno del possibile e dell’impossibile di quella condizione di allora, ma senza alcuna paura di precipitare. I nostri genitori allora riuscivano anche a risparmiare. Io allora e negli anni seguenti, e almeno sino ai vent’anni, non ho mai sentito la pesantezza di qualche mancanza grave. Poi il consumo della società prese a salire vertiginosamente. Per quasi tutti. E chi non si adeguava, in qualche modo, si sentiva automaticamente lasciato indietro. E dunque qualche azzardo La Renault 4personale, a rate. E dunque qualche preoccupazione. Qualche capitombolo. Qualche notte non proprio serena.
Per tornare a quello stato di serenità provato anni prima, di consapevolezza di non aver bisogno d’altro, di non sentirne proprio l’esigenza, e dopo essere passati per le forche caudine degli orribili anni Ottanta e Novanta, quelli del consumo folle, c’è voluto almeno un altro decennio e qualche migliaio di libri letti. Una crisi economica colta e aspettata sin da prima che iniziasse sul serio e la volontà di abbracciare la decrescita fatale che ne è scaturita con la consapevolezza della maturità raggiunta, delle convinzioni acquisite. Un processo lungo, dunque. E in continuo aggiornamento. A ogni rinuncia, a ogni step di decrescita, un ulteriore passo verso la serenità. Ma che fatica, soprattutto all’inizio. Fatica del cambiamento. Malgrado aver interiorizzato il tutto, la trasformazione ha richiesto – e  richiede – impegno. Una lotta senza quartiere contro le abitudini incrostateci addosso.Voglio dire: in realtà oggi abbiamo infinitamente meno di allora, di 30 anni fa. Non di oggetti, naturalmente, di cui siamo pieni. Ma di speranze per il futuro.
La privazione di allora era per qualche capriccio che non potevamo permetterci – e che a casa mia ci negavamo sino al momento in cui non vi fossero effettivamente stati i denari necessari per eventualmente acquistarlo. La privazione di oggi è in quella serenità che ci è stata sottratta. Allora dovevamo combattere per convincerci a rinunciare a qualche cosa, e magari risparmiare per continuare ad avere quella certezza di riuscire a vivere senza affanni all’interno di quei limiti ben precisi. Oggi si deve lavorare su se stessi per attraversare il guado che la nostra generazione ha davanti, dal mondo come era indirizzato negli ultimi vent’anni a quello che sarà. Per sopportare queste incertezze che abbiamo davanti. Insomma: con il reddito di allora ho la netta sensazione si vivesse meglio, nel senso più ampio della parola,Valerio Lo Monacorispetto a come si viveva con il reddito di una decina d’anni fa, nel periodo pre-crisi, per intenderci.
Certo oggi, con un reddito come quello di trenta anni addietro, si vive molto peggio, perché ciò che allora era assicurato, con quel reddito, è ora invece avvicinabile solo con affanno, visto che i servizi dello Stato sono meno e i beni primari costano molto di più. Ma è negli anni prima del 2008 che si è compiuto il dramma. Perché in quella moltiplicazione di beni e servizi in vendita in comode rate è cambiata la nostra capacità di resilienza alla vita. È cambiata la nostra capacità di capire cosa serve e cosa no, cosa è più importante e cosa lo è meno. La sfida personale di oggi – oltre alle battaglie che è necessario combattere contro i titani della finanza e della speculazione – risiede dunque nel ritrovare gli equilibri interni che ci consentano di riprendere contatto con la realtà di cosa ci serve sul serio. Di ciò di cui possiamo fare tranquillamente – tranquillamente! – a meno, e che dunque non vale un solo minuto della nostra serenità perduta onde poterlo raggiungere. E di ciò che invece, certo, ci è sul serio indispensabile.
Ma per trovare quella serenità interiore di trenta anni addietro serve un lavoro mostruoso su se stessi, che è possibile iniziare, peraltro, solo dopo il momento in cui ci si convince intimamente che quel mondo non tornerà. Che è meglio sia così. E che ci si deve iniziare a inventare “come vivere” in un mondo completamente differente. Chi aspetta unicamente che le cose tornino a girare come prima non solo è un ingenuo, perché va incontro immancabilmente a una delusione feroce, ma è spacciato, perché non riuscirà mai più a trovare un vero equilibrio. La nostra generazione deve abbracciare questo cambiamento e deve imparare ad apprezzarlo, sin quasi ad amarlo, per plasmare un nuovo modo di vivere che sia degno di essere vissuto. Fare altrimenti è condannarsi alle delusioni, alle paranoie, alle ansie. È condannarsi a non voler più vivere.
(Valerio Lo Monaco, “Quella serenità di 30 anni fa”, da “Il Ribelle” del 17 settembre 2014).

fonte: www.libreidee.org

domenica 5 ottobre 2014

Firenze e la battaglia di Anghiari


Firenze.
agosto.
giornate luminose, sole splendente.
bella città, elegante, godibile, viva, ricchissima d'arte, facile da girare.
due belle giornate in un'estate sfortunata.











questo cos'è?

una copia della Battaglia di Anghiari, un affresco, con tecnica nuova e ardita, che Leonardo da Vinci avrebbe dovuto dipingere, in grandi e ambiziose dimensioni, nell'enorme salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio in competizione e sfida con Michelangelo, che avrebbe dovuto compiere un'impresa simile, un affresco gemello, sulla parete antistante. a causa dell'inadeguatezza della tecnica il dipinto venne lasciato incompiuto e, circa sessant'anni dopo, la decorazione del salone venne rifatta da Giorgio Vasari, non si sa se distruggendo i frammenti leonardiani o nascondendoli sotto un nuovo intonaco o una nuova parete: i saggi finora condotti non hanno sciolto il mistero.
una storia fantastica, con molti e diversi risvolti misteriosi, anche perché le copie del dipinto fanno pensare a un'opera straordinaria, per potenza ed espressività.



Anonimo Gaddiano (Cod. Magliab. XVII, 17, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze): Lionardo da Vinci fu nel tempo di Michele Agnolo: et di Plinio cavò quello stucco con il quale coloriva, ma non l'intese bene: et la prima volta lo provò in uno quadro nella Sala del Papa che in tal luogo lavorava, et davanti a esso, che l'haveva appoggiato al muro, accese un gran fuoco, dove per il gran calore di detti carboni rasciughò et secchò detta materia: et di poi la volse mettere in opera nella Sala, dove giù basso il fuoco agiunse et seccholla: ma lassù alto, per la distantia grande non vi aggiunse il calore et colò. 

fonte: nuovateoria.blogspot.it

Olivier Martinez