giovedì 24 aprile 2014
Andrea Zanzotto
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lunedì 7 aprile 2014
domenica 6 aprile 2014
indipendentismo veneto e vera violenza armata
Premetto: ogni unione tra aree geografiche con diversi livelli di produttività (di costo per unità di prodotto) funziona male e tende a degenerare perché (esclusi gli USA, che scaricano i costi sul resto del mondo attraverso il dollaro), per tenere insieme le sue parti tendenzialmente divergenti, deve trasferire reddito dalle aree più produttive a quelle meno produttive, col risultato di:
-supertassare le prime, togliendo fondi per investimento e innovazione, nonché inducendo capitali, imprese e cervelli ad emigrare, sicché queste aree nel tempo si impoveriscono e non riescono più a sussidiare le aree meno produttive;
-incentivare e stabilizzare, anziché correggere, le caratteristiche disfunzionali delle aree meno produttive (sprechi, mafie, corruzione, parassitismo) e favorire la trasmissione di queste caratteristiche alle aree più produttive attraverso l’emigrazione interna (in Italia, soprattutto attraverso il pubblico impiego).
Si ha, insomma, un livellamento al basso, un degrado civile, un impoverimento globale che porta all’instabilità quando lo stato centrale non è più in grado di “comprare” il consenso o perlomeno la quiete mediante l’assistenzialismo, e si mette a consumare con le tasse e con le privatizzazioni il risparmio e le risorse. Procede ad esaurimento delle riserve.
Aree di diversa produttività (e mentalità) abbisognano di bilanci, monete e politiche economiche separate. Questa è la ragione oggettiva per la quale l’Italia (come assemblato di aree eterogenee) e l’Eurozona funzionano male. Funzionando male, per sopravvivere arrivano alla violenza.
La violenza distruttiva di regole finanziarie economicamente assurde e controproducenti, da parte dell’Eurozona, con la quali la Germania si difende dal pericolo della solidarietà coi paesi mediterranei.
E la violenza famelica, cieca e distruttiva della casta italiana, che, per procurarsi i soldi necessari a mantenere i suoi redditi e privilegi, in un paese che affonda, da un lato si asservisce agli interessi tedeschi, e dall’altro lato spreme ciecamente il Nord e soprattutto il Veneto (40 miliardi l’anno) mentre chiude uno o due occhi sugli sprechi e sull’evasione fiscale e contributiva delle regioni più sussidiate, incurante delle imprese che muoiono, degli imprenditori che si suicidano, dei flussi migratori di aziende, imprese e lavoratori.
Questa è violenza reale di ogni giorno, che distrugge e uccide, che annienta il futuro, perpetrata attraverso il fisco e il braccio armato dello Stato contro i lavoratori e interi popoli produttivi da parte di gente spinta da una bramosia di denaro simile a quella degli eroinomani disposti ad ammazzare i genitori per trovare i soldi della dose quotidiana. Violenza organizzata, armata, legale, ingiusta. Violenza al potere. Violenza che col parlamento si fa le leggi per blindarsi ed assolversi. Ad oltranza.
l’Italia è preda di 10 milioni di voti, mafiosi o clientelar-parassitari. Con questa base di partenza non si potrà mai cambiare veramente. Le mafie, inoltre, si rinforzano con l’immigrazione incontrollata. L’immigrazione provoca, inoltre, una concorrenza sleale tra lavoratori nostrani e no: chi non lavora cerca assistenzialismo. Il cancro aumenta vertiginosamente le sue metastasi: poi il malato (Italia) muore generando un mostro incontrollabile che si dirigerà spavaldamente verso una più evidente forma di tirannia.
Anni fa conobbi qualcuno degli indipendentisti veneti arrestati ieri. Non so quanto fondate siano le accuse, e mi pare manchi il presupposto degli arresti, non essendovi l’intento di terrorismo né di eversione dell’ordine democratico, che sappiamo inesistente in Italia. Ma erano persone del tutto incapaci di violenza organizzata e metodica. Spirito marziale zero. Dissi loro che non è pensabile conquistare l’indipendenza con la forza, mancando la mentalità, il temperamento, la volontà di combattere realmente, indispensabili per l’auto-liberazione sul modello irlandese.
In Italia, le uniche organizzazioni capaci di condurre una vasta e metodica azione militare sono le mafie, ma non tutte. Gli indipendentisti irlandesi conquistarono sì la libertà nel 1922 dopo ottocento anni di occupazione britannica, ma lo fecero con metodi che i veneti e i padani non sono assolutamente in grado di replicare né di digerire moralmente. Ottenere la libertà attraverso i mezzi politici e giudiziari dell’ordinamento italiano, cioè con i c.d. mezzi pacifici, è pure impossibile, perché il potere costituito non molla la gallina dalle uova d’oro, la trattiene con qualsiasi mezzo, a torto o a ragione. Aspettare poi che siano gli stranieri a liberarci, è semplicemente assurdo.
L’unica via d’uscita da questo sistema che continua a degenerare e opprime e immiserisce sempre di più per tirare avanti, facendosi aiutare anche dall’esterno, e assumendo tratti vieppiù autoritari, è la secessione pacifica: andarsene, trasferirsi con beni e risparmi in qualche paese migliore, lasciando gli italiani ad arrangiarsi. Trasferirsi in gruppo, in modo organizzato, e dopo aver concordato con le autorità dei paesi di destinazione condizioni favorevoli per una nuova vita.
fonte: www.nocensura.com
venerdì 4 aprile 2014
martedì 1 aprile 2014
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gli screenshot via Huffingtonpost.it
fonte: www.stopcensura.com
rilevante problema politico
NAPOLITANO E "IL RILEVANTE PROBLEMA POLITICO DELL'€UROPA"
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| Bettino Craxi e Giorgio Napolitano |
Per trenta anni, dal 1945 al 1978, il PCI era stato all’opposizione. Ma negli anni settanta sfiorava il consenso della D.C. e quindi, di fatto, teneva fuori dalla dinamica politica e dal governo del paese più di un terzo degli italiani. Enrico Berlinguer aveva cercato una soluzione al problema posto dal Golpe Cileno nel lungo e sofferto compromesso con le forze più disponibili della parte cattolica, rappresentate da Aldo Moro. Ma a dicembre Aldo Moro era morto da sette mesi.
Erano stati mesi difficili, sia Andreotti che il PSI si opponevano. L’accordo di governo che aveva portato alla formazione del gabinetto Andreotti IV, un monocolore democristiano con appoggio del PCI, durò solo un anno, e naufragò proprio a cavallo di questa decisione (anche se non solo per questa).
Tutto questo pesava sulle spalle di Giorgio Napolitano, Responsabile Economico del PCI, quando prende la parola e con un lungo e sofferto discorso esprime la dichiarazione di voto contrario alla ratifica dell’entrata dell’Italia nello SME.
Dichiarerà, infatti, il deputato campano, rivolto al Presidente del Consiglio, Andreotti: “Ella ha ritenuto di dover compiere una scelta, che consideriamo rischiosa e da cui dissentiamo, e di doversi assumere una responsabilità che non ci sentiamo di condividere”.
Dichiarerà, infatti, il deputato campano, rivolto al Presidente del Consiglio, Andreotti: “Ella ha ritenuto di dover compiere una scelta, che consideriamo rischiosa e da cui dissentiamo, e di doversi assumere una responsabilità che non ci sentiamo di condividere”.
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| Enrico Berlinguer e Aldo Moro |
Il giorno prima Luigi Spaventa, parlando per conto della stessa forza politica, aveva pronunciato un forte e argomentato discorso contro la stessa decisione. In essa aveva denunciato che “quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito”.
Napolitano segue la stessa strada, ma aggiunge un punto decisivo: il “rilevante problema politico” che è posto nella decisione in oggetto è questa se serva allo scopo di “un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità Europea”, o piuttosto a “sortire l’effetto contrario”. Il Problema Politico è, in altre parole, “se il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendo un paese come l’Italia alla deflazione”.
Credo non si possa dire in modo più “crudo”. Cioè secondo quella che Napolitano chiama la “effettiva e cruda realtà”. Si potrebbe dire così: dietro le parole e le retoriche, dietro la generosità del “collega ed amico Altiero Spinelli” (cui direttamente Napolitano di rivolgerà), cosa è all’opera?
Il problema “politico” (cioè dietro parole e azioni, dietro forza e legittimità) è questo, e davanti a questo problema siamo ancora: ? E’ fondamentalmente lo strumento che consente ai potenti di “vestire” la loro forza per farla digerire ai deboli, legandoli in qualche modo anche con il vincolo delle parole (che è più forte di quanto sembri); oppure è il luogo nel quale si incontrano “pari diritto” e si trovano terreni comuni, costruendo un ? Quale è il suo scopo centrale? (e quindi ridurre le differenze) o (e quindi consolidarle ed ampliarle)?
Secondo l’analisi proposta da Napolitano, se lo scopo della fase era di “far fronte ad una crisi di portata mondiale, accelerare lo sviluppo delle economie europee, combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre l’inflazione”, la stabilità dei cambi era solo un modo, uno strumento utile, ma non centrale. La stabilità nei rapporti tra le monete doveva necessariamente passare per l’avvicinamento delle politiche economiche e finanziarie. Proprio perché, come disse il giorno prima Luigi Spaventa, “la moneta è la più endogena della variabili”, e come disse quindi Napolitano “le fluttuazioni dei cambi … sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali”. Per questo, invece di mettere il di un accordo monetario davanti ai di un accordo per le economie, occorreva mettere le cose nel giusto ordine.
Ma questo avrebbe significato, e ancora lo implica, sciogliere il “problema politico”. Decidere a che serve l’Unione. Anzi, a chi serve.
Non aver affrontato il tema politico vero ha portato ad accettare la chiusura di una trattativa che di fatto rinnega tutti i termini negoziali (anche quelli “irrinunciabili”) posti nelle sedute del 10 ottobre alla Camera e del 26 ottobre al Senato. Nella prima seduta Morlino, Ministro del Bilancio, ebbe infatti a dire: “L’Italia prende parte alla trattativa sul nuovo sistema monetario con un sincero animo europeistico - ne parlerà diffusamente il Ministro del Tesoro -, con la ferma convinzione della necessità di una sua sollecita conclusione e, nella visione realistica che è presupposto di ogni concreto progresso, ritiene che la trattativa debba tener conto di alcune esigenze di fondo. L’esigenza per l’Italia di svilupparsi ad un tasso superiore a quello medio della Comunità economica europea richiede che il processo di integrazione non solo sia in grado di sviluppare correnti commerciali idonee a sostenere il desiderato ritmo di attività, ma anche il trasferimento, verso il nostro paese, di risorse capaci di consentire una formazione di capitale che possa abbinarsi con la larga disponibilità di lavoro non utilizzata. Solo così, infatti, sarà possibile, in coincidenza con l’azione programmata all’interno del paese per una più efficiente utilizzazione delle risorse, riportare il tasso di accumulazione ai valori propri delle maggiori economie industriali e far recedere, sostanzialmente, il nostro tasso di disoccupazione attualmente di due punti superiore a quello medio comunitario.
Dobbiamo, quindi, stare in questa trattativa da protagonisti, con gli impegni più gravosi che ciò comporta per noi, ma anche con tutte le peculiarità della nostra specifica condizione economica e sociale e farle valere non come un onere per gli altri, ma come problemi comuni, affrontando i quali la costruzione dell’unità europea diventa un fatto completamente nuovo”.
Questo era il mandato sul quale il Governo si era seduto a trattare nelle decisive giornate di inizio dicembre, e che lo aveva indotto, secondo le parole dell’On Napolitano a porre “come una delle condizioni non scambiabili con le altre, quella del trasferimento di risorse e della revisione delle politiche comunitarie in funzione dello sviluppo delle economie meno prospere”; questo è stato il mandato tradito nell’ultimo giorno.
Le conseguenze sono drammatiche, non viene evitato ma è corso deliberatamente il rischio “di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione per i problemi del mezzogiorno”, di dover più volte svalutare ed alfine di prendere per necessità “drastiche politiche restrittive”.
Si, deliberatamente, Giorgio Napolitano non nasconde affatto la sua idea. Che il Governo abbia ceduto alle forze esterne (in particolare la Bundesbank), ma soprattutto a quelle componenti interne che “in chiave anticomunista”, hanno fatto il calcolo “di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ed il movimento operaio –eludendo la difficile strada della ricerca del consenso – dinanzi ad una sostanziale distorsione della linea ispiratrice del programma concordato tra le forze della maggioranza, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico”.
Che, cioè, il Governo Andreotti (come noto esponente della fazione di destra della DC e da sempre ostile al Compromesso Storico) avesse sfruttato il vuoto aperto dalla scomparsa di Moro (ex Presidente del Partito) per usare a fini interni l’importante passaggio europeo.
Si arriva così, in sede di trattativa finale, a sostituire i termini, allontanando l’obbligo di intervenire per i paesi più forti, a contenere entro il 3% l’entità dei prestiti disponibili per Italia ed Irlanda ed alla loro esclusione (particolarmente illuminante) da progetti di sviluppo industriale in grado di . Si arriva anche al rifiuto netto della Francia per l’aumento del Fondo Regionale e alla modifica della PAC.
Per il Partito che di lì a poco tornerà all’opposizione la soluzione non può essere la resa anche se l’acutezza dei problemi che il paese aveva davanti non sono nascosti, ed anzi enunciati con chiarezza nel discorso di Napolitano, la produttività stagnante, il costo del lavoro, la competitività (passano i decenni ma sono sempre gli stessi), se anche la che aveva condotto il paese fuori del dopoguerra (sostanzialmente quella che poi percorrerà la Cina), con “svalutazione strisciante, alto tasso di inflazione, economia sommersa e lavoro nero” non è più sostenibile. Non ci si può arrendere all’imposizione del “vincolo esterno di un rigoroso meccanismo di cambio” che stabilizzi l’Italia in posizione subalterna. Il nodo politico va sciolto.
Per farlo il PCI propone quel giorno, tramite Giorgio Napolitano, di rinviare –come farà l’Inghilterra- l’adesione, di trattare ancora, di non cedere alle pressioni dei telegrammi di Schmidt, di ricercare una maggiore forza contrattuale. Chiede di riconoscere che l’interesse del paese coincide con “la causa dello sviluppo della Comunità su basi di maggior coordinamento e integrazione delle politiche economiche in direzione delle regioni più arretrate.”
Non succederà.
Fonte: Tempo Fertile
fonte: vocidallastrada.blogspot.it
che cos'è il fiscal compact
Eccoci di nuovo qui con il nostro consueto appuntamento domenicale dedicato alla rubrica “Cos’è? Ve lo spiego io“. Oggi, su suggerimento di un utente, ci occuperemo e cercheremo di capire, sempre seguendo il format e lo stile di questa rubrica, ovvero essere diretti, semplici e, allo stesso modo, più chiari possibili, cos’è e cosa comporta il Patto di bilancio europeo meglio conosciuto come Fiscal Compact.
Vi siete mai chiesti perché misure come il reddito di cittadinanza, il ripristino di fondi tagliati a sanità e scuola pubblica e l’abolizione dell’IMU (perché, intendiamoci, non è stata abolita l’IMU) sembrano irrealizzabili? Misure come queste, proprio perché implicherebbero un aumento della spesa in deficit, sono in Italia utopistiche perché il nostro bilancio economico è vincolato, se così si può dire, da un trattato internazionale firmato il 2 marzo 2012 da tutti gli stati membri dell’UE tranne Repubblica Ceca e Regno Unito, ovvero, per l’appunto, il Fiscal Compact.
Che cos’è – Fiscal Compact è il nome informale dato al “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria“, cioè l’Accordo siglato tra i capi di Stato e di governo di 25 Paesi componenti l’Unione Europea (su 27), con le sole eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca, in occasione del vertice tenutosi a Bruxelles il 9 dicembre 2011, entrato in vigore il 1° gennaio 2013. Tale trattato è stato fortemente voluto dai Paesi, per così dire, più “ricchi” e “virtuosi” (e soprattutto dalla Germania e dalla BCE) al fine di garantire la stabilità dell’euro.
Cosa comporta? - I principali punti contenuti nei 16 articoli del trattato sono:
- Il bilancio annuale di ogni Stato dell’Eurozona deve chiudersi «in pareggio o in avanzo», ed in ogni caso ciascun Paese dovrà rispettare l’impegno di non superare lo 0,5% di incremento del deficit. Tale limite è elevato all’1% per quei paesi con un rapporto Debito/Pil al di sotto o pari al 60%. In sostanza si vieta a ciascun Paese dell’Unione Europea di spendere ogni anno più di quanto viene incassato.
- Se il rapporto Debito/Pil supera il 60%, il debito deve essere ridotto ogni anno di un ventesimo della differenza da tale valore di riferimento.
- In caso di mancato raggiungimento degli obiettivi concordati, i singoli Paesi dovranno obbligatoriamente attuare misure correttive entro un tempo definito. La violazione di tali vincoli e termini può comportare sanzioni pecuniarie fino allo 0,1% del PIL dello Stato inadempiente.
- La Commissione Europea e la Corte Europea di Giustizia, sono gli addetti come organi di controllo e vigilanza a cui spetterà il compito di vigilare sull’effettivo recepimento delle norme del trattato.
(Naturalmente i contenuti su riportati sono solo degli elementi essenziali del Trattavo sulla stabilità. Per chi fosse interessato e volesse approfondire ulteriormente l’argomento può scaricare e leggere il testo completo in italiano del Trattato sul Fiscal Compact QUI).
Il succo del discorso – In pratica, l’UE vuole a tutti i costi azzerare il debito pubblico della maggior parte degli stati membri e per chi come noi ha un debito superiore al 60% del PIL, firmando questo trattato, l’Italia ha l’obbligo, sottolineo l’obbligo, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni. Attualmente l’Italia ha un debito pubblico che si aggira intono al 126% e pensare solo minimamente di portarlo al 60% è da pazzi. E’ folle pensarlo, a meno che, nella nostra penisola non si susseguiranno venti anni di austerità, che renderanno permanente la nostra crisi economica. Ricollegandoci al discorso di prima, quello relativo al perché misure come il reddito di cittadinanza, il ripristino di fondi tagliati a sanità e scuola pubblica e l’abolizione dell’IMU in Italia sembrano irrealizzabili, spero che vi sia ormai chiaro che se il Fiscal Compact rimarrà invariato nella sua struttura di base l’Italia non avrà possibilità di investire a sostegno di incentivare qualsiasi attività lavorativa e a qualsiasi forma di riduzione delle tasse ma potrà, anzi dovrà, anzi sarà obbligata ad attuare esclusivamente tagli alle imprese e alle infrastrutture nazionali al fine di rispettare gli accordi del Fiscal Compact e avere un deficit pubblico strutturale che non superi lo 0,5% del PIL.
Insomma, il Fiscal Compact non fa altro che favorire gli stati come la Germania è affossa inesorabilmente paesi, come il nostro, con un rapporto Debito/PIL superiore al 126%. Per rispettare gli obblighi che questo trattato comporta bisognerà ridurre il debito pubblico di circa 40-50 miliardi all’anno puntando principalmente sulla riduzione degli sprechi della Spesa Pubblica. Attualmente, però, il nostro Governo non sembra proprio intenzionato a tagliare gli sprechi della Cosa Pubblica e non si sa in che maniera, se si continua di questo passo, potrà essere ridotto il rapporto Debito/PIL.
Perché l’Italia ha firmato, sapendo che sarà un’ardua impresa ridurre il nostro Debito Pubblico, il Fiscal Compact? In che modo verrà ridotto, se il PIL non cresce, il Debito Pubblico? Forse con nuove tasse?
fonte: www.salvatorecugliari.it
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